Conza ci insegna il vuoto

Intorno al mio paese ci sono paesi che il tempo si sta mangiando e c’è Conza. Non so bene che gli sta succedendo a questo paese dove c’è solo un ristorante e un paio di case dove vivono i migranti. Stamattina sono venuto a Conza, ma non ho fatto quello che faccio sempre, non ho scavalcato il cancello, non sono andato verso la cima del paese dove c’è il campo sportivo. Mi sono fermato sotto, dove hanno speso dei soldi per mettere lampioni e panchine. E ho fatto una cosa molto poco paesologica: sono stato qui sempre al telefono, come se un medico visitasse un paziente mentre fa una telefonata. Ma si può essere scorretti col proprio mestiere, almeno ogni tanto. E nonostante le due lunghe telefonate, io Conza l’ho vista bene pure oggi. E ho avuto pure la fortuna di fare una bella foto. Quando si entra nelle vecchie case abbandonate si può sempre fare qualche bella foto. Oggi un lembo di tenda, con gli stessi colori degli alberi dietro la finestra. E poi la luce del sole al punto giusto. Se una giornata fosse una fotografia, questo è il punctum della giornata. 

 

A un certo punto mi sono messo su una delle panchine nuove e ho deciso di starmene lì piuttosto che andare a vedere Conza Nuova o qualche altro paese. È bello stare seduti in un paese dove non c’è nessuno, ma mentre lo pensavo è spuntato un giovane migrante che pure lui parlava al telefono come me. Io a parlare di libri e di editori, lui non so. Io spaventato da un poco di mal di gola e lui coi sandali ai piedi anche se oggi è il dieci novembre. 

 

 

Tornato a casa ho messo in rete il testo che avevo scritto molti anni fa su uno dei miei viaggi a Conza. Io ora non potrei scrivere come scrivevo allora. Succedono delle cose al nostro corpo e dunque anche alla nostra lingua. Allora avevo solo lo scrivere per vendicarmi del mondo che mi vedeva poco e male. Ora mi sembra di avere più frecce, ma forse ho perso l’arco. Allora la mia vita era tutta nell’amaro, ma era una vita, era un lamento sincero. Ora quando mi lamento mi sembra di fingere. La paura della morte non è cambiata, ma ora può sembrare un commercio. E non penso a quello che pensano gli altri. Penso a quello che penso io. È rimasta la scontentezza, ma allora era una scontentezza furiosa, ora sembra una posa. Prima ero un film, ora sono un album di fotografie. Mi alzavo e stavo tutto il giorno nell’ira. Prendevo a pugni l’aria, ogni respiro era far saltare un tappo che mi opprimeva. Ora sembra che sono nato, le donne più degli uomini mi pensano come si pensa un poeta, c’è chi mi crede puro, innocente. 

 

Oggi a Conza ho guardato la diga, ho camminato dieci minuti, mi sono steso sulla panchina, ho pensato al mal di gola, mi sono raccontato, ho ascoltato chi mi ascoltava. E ora sono qui, con il rumore del computer davanti a me, il sapore di cioccolata sulla lingua. A casa c’è solo Manfredi, io sto aspettando che la scrittura faccia un salto, mi porti a vedere qualcosa. Lo scrittore è un neonato, uno che deve ancora stendersi nel mondo. Puoi solo stare in braccio a te stesso se non trovi altre braccia. Scrivere è cercare una mano che ti prenda e ti porti da qualche parte. Per me scrivere è cercare una madre: ho bisogno di essere allattato, accudito. E ho bisogno di urlare. Urlare e andare a Conza. La paesologia non è un suolo da occupare. È una cosa che riguarda l’aria. Le nuvole sono paesologiche e pure la neve. Tutte le cose che stanno nell’aria, anche noi siamo paesologici quando vaghiamo nell’aria, quando non siamo conficcati nella nostra testa. 

 

Conza è un posto bellissimo, è la dimostrazione che un paese rimane vivo anche quando viene tutto svuotato, anche quando è lacerato, rotto, spogliato. Qui possono portare via tutto, ma il paese non se ne va. E io fino a quando sarò vivo avrò un posto dove passare un’ora da solo o in compagnia, un posto sicuro, che non mi delude mai. Fino a quando esiste un posto come questo la mia terra ha un senso. La terra ha senso grazie agli angoli non abitati. Il mondo è abitabile perché non è tutto abitato. E bisogna capirlo subito e bene questo fatto. Bisogna capire che un sentiero è tale perché non ha alberi in mezzo, non crescono rovi in mezzo a un sentiero. Il vuoto è la cosa più preziosa che abbiamo. Dobbiamo preservarlo in tutti i modi in noi stessi e nel mondo. È ora di farla finita con questa congiura del riempirsi e del riempire.

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