Dante: poesia come "gloria della lingua"

“Non intendono gli uomini questo Discorso (logos) che è sempre né prima di udirlo né quando una volta lo hanno udito, e per quanto le cose si producano tutte seguendo questo Discorso (logos), è come se non ne avessero alcuna esperienza, essi che di parole e di opere fanno pure esperienza, identiche a quelle che io espongo distinguendo secondo la sua natura ogni cosa e mostrando come è: ma agli uomini sfugge quello che fanno da svegli, e di quanto fanno dormendo non hanno il ricordo.”

Eraclito

 

Supino sul letto, intorno alle cinque del mattino, cercavo di riaddormentarmi. Attribuivo l'insonnia ai tanti pensieri di quel periodo particolarmente duro per me, perciò mi sforzavo di non pensare a nulla. Ma dopo innumerevoli tentativi mi accorsi di non riuscirci. Con stupore, e con un certo spavento, mi rendevo conto che è impossibile non pensare, e che l'attività del pensiero, e con quella l'attività del linguaggio, sono incessanti, e che io ero una specie di reattore nucleare, la mia mente non poteva essere spenta. A corrente alternata viaggia, al contrario, la coscienza, compresa la coscienza di stare pensando. Sottili lame di sonno penetrano nella mia veglia, l'incoscienza è uno stato intermedio, è un inizio di sonno, e talvolta si trasforma in sonno, e io dormo. L'abbandono della coscienza attraversa molti strati, fino al sonno profondo, ma io credo che il sonno cominci già nel cuore della veglia, o questa è quantomeno la mia sensazione. Mi sono domandato spesso che strana cosa è il sonno. Anche Gesù qualche volta dorme, per esempio mentre si trova con i discepoli nella barca agitata dalla tempesta. 

 

Ma il luogo del mistero è la veglia. La veglia è la prima fonte di stupore. Credo che la prima, elementare idea dell'infinito sia nata in noi così, nella scoperta che c'è in noi un moto di pensiero e di linguaggio – il logos – che non può avere fine, e non conosce pause. Anche se io mi sforzassi di pensare al nulla non potrei, esso mi apparirebbe come, ad esempio, uno spazio nero e immobile, silenzioso, ma sarebbe comunque come una sorta di stanza buia, niente di più, e dentro quel buio la mia mente ricomincerebbe di sicuro a tessere nuove trame, arredando quel buio di incubi, di incontri segreti, di cose da desiderare o da temere. Oppure la coscienza lascerebbe la presa, e il movimento del pensiero si trasformerebbe in quello del sogno, che non è che la forma che il pensiero assume durante il sonno. 

 

L'altro fuoco inestinguibile (sempre che sia un altro e non lo stesso) è quello del desiderio. Possiamo restare un solo istante senza desiderare? L'assenza del desiderio (depressione, di cui Dante Alighieri soffrì dopo il suo fallimento politico) non è vera assenza di desiderio ma un labirinto, che ha una via d'uscita però introvabile. Da che parte vado, a destra, a sinistra? Proviamo a salire su quel monte, dove mi è sembrato di vedere i raggi del sole: di lassù forse saprò di nuovo orientarmi. E invece niente, le tre bestiacce mi impediscono la scalata. Non si trova più la via del desiderio, che arde inascoltato, senza indirizzo, e dunque brucia come una ferita inutile, che io posso lenire solo dimenticandola. Nella depressione tutto ci appare stupido, insensato, banale. Sappiamo infatti che il desiderio indica il senso delle cose. Perduto il senso, si perde non solo la capacità di empatia con il mondo, ma anche il logos nel suo senso pieno. Dante sa che il desiderio non si stacca dal pensiero, che l'uno e l'altro sono un unico infinito movimento, e ritrovando prima la lingua (Virgilio) e poi la struttura ontologica (Aristotele, Tommaso) riaccende la strada del desiderio. Desiderio e pensiero sono a tal punto uniti che l'uno e l'altro si esaltano quando sembra sorgere tra essi un disaccordo. Concordia discors, dicevano gli antichi.

 

Fu Parmenide, naturalmente, il primo a scoprire questo semplice dato, il primo a stupirsi di questa presenza continua del pensiero, dentro il quale senza sosta prende forma l'universo. Essere fu la parola che Parmenide usò per dire questa esperienza. Questa parola non riguardava le "cose", anzi se mai se ne faceva carico in una forma sottrattiva: l'Essere era ciò che le "cose" tendevano a nascondere, e che il pensiero doveva portare alla luce perché è nel pensiero che le cose vivono, non in sé stesse. Noi siamo una incessante rappresentazione, e la rappresentazione è una produzione, ossia un'attività. Anima est quodammodo omnia diceva Tommaso D'Aquino. La mia mente (anima) comprende tutto: tutte le leggi della matematica e della fisica (comprese quelle ancora non scoperte), tutte le galassie, una singola mattina sulle Dolomiti, guardando il sole che  rade la superficie rosa delle pareti, il volo degli storni e le evoluzioni acquatiche degli sgombri, i licaoni in assetto di caccia, la Divina Commedia, il "cogito" cartesiano, la Metafisica di Aristotele, il carattere di mia madre, l'opera d'arte meravigliosa che rivoluzionerà, fra cent'anni, tutto il mondo. 

 

 

Cito Cartesio, Aristotele e Dante perché loro, più di tutti, ci hanno raccontato questa storia, facendo la radiografia della nostra struttura intima, che è anche la nostra struttura universale. La Commedia ha la potenza di questa espansione. "I confini dell'anima vai e non li trovi, per quanto tu percorra tutte le sue vie: così profondo è il suo Discorso (logos)", dice Eraclito (fr. 51). Nel suo viaggio, Dante incontra nemici e amici, molti tessono le sue lodi, ma fino a Par. XV, XVI e XVII (i canti di Cacciaguida) il loro elogio resta un passo indietro rispetto al cammino che Dante sta compiendo. Ser Brunetto è commovente e rimane nei nostri cuori la sua figura insieme alta e patetica, la sua mendicanza di un po' di strada da percorrere in compagnia dell'allievo di un tempo, il quale ha le sue ragioni per non presentargli il suo duca

 

Da leggere sempre con grande attenzione, accettando la più radicale delle incertezze, pronti – come diceva Wittgenstein – a "imparare qualcosa di completamente nuovo", è il celebre Canto XI del Purgatorio, quello di Oderisi. Il tempo sembrerebbe infatti avere sospeso la sua sentenza, ah vana gloria de l'umane posse,/ com'poco verde in su la cima dura/ se non è giunto da l'etati grosse! Molte "etati", talune tutt'altro che "grosse", si sono succedute da quel tempo a oggi, eppure il "verde" di Dante rimane, fresco, "in su la cima". Ciò non ci distoglie dalla verità delle sue parole. A parlare è un artista della miniatura, un tempo sugli scudi ma poi superato – non nella fama e nel prestigio ma nella qualità dell'opera – da Franco Bolognese (più ridono le sue opere), nei cui riguardi Oderisi non nutre più nessun rancore. I versi che seguono sono tra i più celebri del poema: Oderisi ricorda come, al culmine della celebrità, Cimabue fu superato, nell'arte della pittura, da Giotto, e come lo stesso accadde, in poesia (che Dante definisce la gloria de la lingua) tra i due Guido (Guinizelli e Cavalcanti), anche se ora – forse – è nato/ chi l'uno e l'altro caccerà dal nido. Segue una nuova condanna della gloria umana, scimmia di quella divina, con versi straordinari, ma alla fine resta un enigma da sciogliere: perché, prima di condannare l'ansia di eccellenza che Dante condivide con tanti di noi, e che tanti uomini ha rovinato, Oderisi incorona, di fatto, il suo interlocutore?

 

La mia sensazione, dopo infinite letture, è che Oderisi se la prenda non tanto con il bisogno di eccellere, ma piuttosto con la meschinità che questo bisogno si trascina dietro come un'ombra: inevitabile ma rovinosa se non viene messa a tema, guardata, isolata. È ciò che fa Oderisi: la mette a tema. È un miniaturista a parlare: un miniaturista sconfitto da un altro miniaturista. Sarà poi la volta di un pittore oscurato da un altro pittore. E infine da un poeta surclassato da un altro poeta che però un terzo poeta sta per gettare nell'oblio, così che un giorno soltanto gli specialisti (vil razza dannata) si occuperanno del primo come del secondo. Analisi strutturale dell'endecasillabo tardoguinizelliano. Dio mio. È la meschinità degli ambiti, delle specialità, della contabilità, della partita doppia: essere i migliori nel proprio ambito, surclassare tutti nella propria area d'azione: astrofisica, numismatica, basso elettrico... Lo stesso Dante imbecca Oderisi quando, riconoscendolo, lo ricorda maestro di quell'arte che alluminar è detta a Parigi. L'arte di passare l'allume, ossia la vernice mordente, che chiude i pori della carta o del legno. Ecco la grande arte in cui Oderisi si è visto superare dal valente Franco Bolognese. Da lì poi il penitente si invola parlando di pittura, di poesia, facendo nomi sublimi: Cimabue, Giotto, Cavalcanti... 

 

Notevole poi che il poeta identifichi la poesia come la gloria de la lingua, ossia l'uso sublime dello strumento linguistico. La contesa poetica non può mai arrestarsi alla glorificazione, all'assegnazione della palma, sarebbe come ridurre l'oceano a una pozzanghera. Le scelte linguistiche di Dante, che notoriamente non è alla base del canone italiano – Dante infatti non ha inventato nessuna lingua poetica – lo conducono all'opposto di quella specifica gloria. Lo conducono a dare forma e senso non solo a un pensiero, non solo a un sogno, ma a quell'inarrestabile movimento del pensiero di cui parlano Parmenide ed Eraclito: quella strana materia che non è solo materia – il logos – che è, a un tempo, tutto ciò che esiste e la parola che lo dice, e il pensiero che lo pensa: ciò che, come dice Eraclito, agli uomini sfugge quando sono svegli, e di cui non si ricordano dopo aver sognato. Noi siamo la mappa dell'universo, l'uomo è un animale come gli altri, ma è un animale cui è stata consegnata questa mappa. Poesia, genoma, astrofisica, neurolinguistica, teologia – fa differenza? 

 

Le ultime parole sono per Marco Martinelli ed Ermanna Montanari, ossia Ecate e Persefone, che questa universalità (non un aspetto, non un ambito) hanno fatto oggetto dei loro grandi spettacoli danteschi: non solo Inferno e Purgatorio, ma tappe in apparenza minori del viaggio, come Fedeli d'amore. Hanno portato Dante a Kibera, nello slum più terribile di Nairobi, così come potrebbero portarlo a Milano, nel quadrilatero della moda, tornare a Scampia, e lanciarlo – come faranno – anche in India, in Sudamerica, in Australia. Un destino non spurio, non una superfetazione, ma un'azione che appartiene già essa stessa alla natura della Commedia. Cercate bene, e vedrete spuntare, fra le terzine del nostro amato padre Dante, magari sotto mentite spoglie, anche i volti di Ermanna e Marco.

 

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