raccontarci le parole più espressive dei nostri dialetti

 

Dario Fo. Mistero buffo

Lungo le strade bianche per la polvere, scure del fango si muovono dei puntini diretti alla città. Dalle porte, dagli spalti dei castelli si delineano con sempre maggiore chiarezza. Sono attesi o arrivano come un sogno confuso. Saranno accolti o respinti, a seconda di quanto decidono le autorità. Li incrociano i pochi viandanti in cammino, li scrutano i villani raddrizzando per un attimo la persona dai campi. Vengono dai luoghi sconosciuti del sentito dire.

A volte hanno abbandonato le scuole, le residenze, i voti e pure si giovano a modo loro degli studi clericali, si fanno beffe della loro stessa formazione. Gli è stata fornita l’arma per colpire la mano che li ha nutriti. Da chierici a chierici vaganti portano qua e là le parole travisate. Scurrae vagi, cioè fannulloni, perdigiorno deambulanti, ma anche buffoni girovaghi e infine parassiti. 

Il sagrato, la corte, la piazza del mercato: lì s’annidano; dove si allarga lo spazio. La scena “è un qualsiasi luogo dove uno si disponga e si trattenga per dare spettacolo di sé” (Ulpiano, III secolo). Tale facilità ad accoccolarsi come serpenti, come tenie nello spazio vuoto, non pare molto apprezzato. Sono senza fissa dimora, vagabundes, come lo erano state le orde barbariche vomitate dall’infinito nulla dell’est. Come le bande dei grassatori da strada. Non è un’ombra piacevole da portarsi appresso; sta inscritta nella corteccia cerebrale del sedentario, zona della paura, come una crepa. Poiché “i nomadi hanno inventato una macchina da guerra contro l’Apparato di Stato” (Deleuze e Guattari). Vengono ad esibirsi davanti ai villici, ai signori feudali, più tardi ai borghigiani. Uomini fatti, donne, pueri: nemmeno i confini costituiti dalle diversità delle genti li determinano. Variano la favella e le smorfie, ma in fondo sono sempre gli stessi impudenti. Non è buona cosa fare da tramite tra i diversi luoghi sociali, mettere in contatto ciò che è stato separato fin dalla creazione. Magari anche mostrarlo uguale nel riso.

 

Sono come gli animali che migrano alla ricerca di cibo; le gazze ladre e i corvi, gli erbivori transumanti. Dormono accanto alle loro bestie da tiro, si ricoverano nelle stalle per ripararsi dal freddo e sanno della selva. Attento ai tuoi polli quando li vedi arrivare. Si esibiscono con animali ammaestrati, dialogando con i pennuti e ballando su due zampe con i quadrupedi. Spesso si travestono con orecchie d’asino e come gli animali liberamente ruzzano. Imitano il canto degli uccelli, il raglio dell’asino e mimano le movenze degli orsi o delle scimmie. In questa confusione cigolante, tra urli, strepiti e salti, musica sgangherata e chiasso di mani callose, davvero faresti fatica a distinguere i cristiani. 

 

Soprattutto, si è detto, come gli animali sono affamati. E come i poveri di dio ai quali contendono iniquamente la mensa. A un bando, a un matrimonio regale; a una chiamata o al semplice odore della carne o della broda accorrono come cavallette, come le mosche, insetti del demonio.

L’olfatto è in loro il più sviluppato tra i cinque sensi.

Un nugolo di cenci, di casse toraciche scavate come barche senza pece, lasciate a marcire in secca come i loro ventri gonfi d’aria. Alla deriva si scontrano con le porte della città. I teatranti nella fame rivaleggiano con la feccia e, arrotando i denti, mandano il suono metallico delle cavallette in volo. Rivaleggiano con la poveraglia nello sconquasso esteriore. Ma in questi è un segno innato, segno di dio, estrinsecazione di un animo pervertito, e non acquisito con la fatica e gli stenti. Insieme ai ciechi, ai vecchi e agli storpi, che avrebbero ben diritto alla carità, si spingono innanzi i nani lascivi, i gobbi gonfi di dietro e davanti, a far spettacolo di sé con ioci improbi, turpes ioci che giocano con la deformità, esibiscono la maledizione di Caino.

 

La loro fame si tramanda nei secoli come lo stigma stesso della loro arte maledetta, giù giù fino al viso ossuto di Totò. Alle ombre che scavano l’ingrugnata mascella d’asino di Zampanò. Alle fattezze mortuarie del clown, calvo, bianco e inteschiato. Picari, truffatori e truffati, sciocchi e astutissimi come il Briccone divino, archetipo che tutti li contiene nella sua ombra mercuriale di sciamano.

 

 

I giullari antichi, come ci ha mostrato il giullare Dario Fo nel suo capolavoro Mistero buffo che compie cinquant'anni, raccontano spesso della fame spaventosa e allucinata dei villani, che è la loro stessa fame. Cumuli di cibo vengono figurati nella fantasia e presto divorati, letteralmente montagne, e colline e colline a perdita d’occhio, finché l’aerofagia che l’immaginazione ha scambiato con gli immensi pasti solidi si muta in autofagia.

 

Il foro d’entrata richiama del resto quello d’uscita e la nascita del villano può essere raccontata quale prodotto del potente mal di pancia d’una vacca. I lazzi del teatrante sono pesantemente corporali, impastati di materia. I doppi sensi sono di frequente composti con un lato di merda. Il lessico escrementizio fiorisce sulle labbra impure del teatrante. Il lancio di sostanze equivoche tra i personaggi sul palco è una simulazione, ovvero un’azione scenica, sempre buona per scatenare il riso. Così talvolta inondare qualche parte del pubblico o subire la stessa sorte del bombardamento.

Secondo gli storici il buffone mantiene primordiali legami con culti scomparsi della terra; la sua arte afferisce all’ambito magico-rituale e si interfaccia quindi al mondo agricolo. Spunta bruttato dal ventre della madre terra. Reminiscenze di fecondazioni spermatiche e di vaste concimazioni che il cristianesimo ha redento, cancellato elevandole, permangono occulte nelle rappresentazioni dei bufos. “Innumerevoli sono le invettive agostiniane e di altri eminenti padri fondatori contro i dementes, gli amentes, gli insipientes, cioè contro gli sciamani degli antichi culti di fertilità e i loro innumerevoli seguaci” (Camporesi).

 

Agli occhi diffidenti della città il teatrante non solo dunque vaga di luogo in luogo come le bestie selvatiche, ma pure s’ingaglioffa col basso mondo del contado. Il suo ventre gonfio, d’aria per la fame e di sozzure malguadagnate e subito trangugiate, perpetuamente barbugliante, pare sempre sul punto d’evacuare sconcezza. Dalla bocca o dal culo sempre infezione ne deriva. Bisogna aspergere, mondare e detergere, perché la puzza e lo sterco della città non siano contaminati dalla puzza e dallo sterco, decisamente infettivi, di chi viene da fuori. “Atmoterrorismo” (Sloterdijk).

Non è soltanto il circuito che mette in comunicazione gli estremi dell’oscuro groviglio digerente, con le sue permanenze pagane e il brulicare di bacilli, a scandalizzare i reggenti della città. “Ladra di castità è la rappresentazione scenica”, ricorda Attone, vescovo di Vercelli (X sec.). Castità degli occhi, dei costumi, del corpo, della parola. Per essere casti bisogna innanzitutto tener distinto, selezionare; tutto il contrario di questi preti spretati, decisamente infedeli, che cambiano di sesso sulla scena, facendosi donne facili e provocanti, sguaiate e motteggiatrici, vecchie, deformi megere, grasse e unte popolane, castellane da strapazzo. Ermafroditi come Tiresia godono dei due sessi e profetizzano tale godimento. Per non dire che, nonostante il divieto ad esibirsi imposto alle femmine, saltatrici accompagnano spesso l’errante giocoleria. E menestriere e zuglaresse.

 

Il sesso, l’età, le condizioni sociali vengono mimati e contraffatti in una ridda scatenata. La distinzione stessa diviene oggetto di scherno. Le lingue che risuonano sono molteplici: quella alta dei signori e dei poeti, messa in parodia nei rispetti, quella santa della religione scaravoltata nelle processioni di Carnevale, insieme a quella indiscutibile della legge ridicolizzata nel testamento satirico; quella bassa, che si mescola all’alta, e la trascina giù con la zavorra della sua grassa materialità. Diabolica è l’abilità dei teatranti ad orecchiare e chioccolare i dialetti di tutti i mille luoghi toccati dai loro carrozzoni. Il demonio parla tutte le lingue del mondo, il demonio è babelico ed espressionista.

La geografia partita dai confini feudali, presidiata dalle dogane e dai gabellieri, la proprietà vegliata dai monaci e dai sacerdoti, viene ristretta e frullata dagli erranti. Così le lingue delle città chiuse nelle loro mura, vicine e rivali tra loro. Nelle lingue straniere si nascondono il complotto e il coltello; come il cavallo di legno portano in pancia i nemici. Si diffondono nell’aria come germi a cui gli orecchi, la bocca e i polmoni non sono vaccinati. Eirōnèia, secondo Aristotele, l’entrata dell’altro, dell’estraneo.

 

Il diavolo è un ironista, secondo Pessoa. Addirittura la lingua, pieghevole strumento del pensiero, bella stoffa a disposizione per rivestire i concetti sedimentati nella cultura, può essere inventata sulla scena come puro suono. Il gramelot, massimo della beffa scimmiesca e della creazione insensata, di cui fu maestro Fo.

I buffoni straparlano dunque, come i matti, non controllano il linguaggio; vomitano bava multicolore di parole. Detengono il privilegio della verità, che talvolta salta fuori per caso dai discorsi sfrenati, come ha mostrato più volte Shakespeare – egli stesso re dei teatranti e dei giochi verbali –, ma sempre insani sono e vanno dunque controllati. Questa famiglia diaboli dalla voce ora stridula ora cavernosa, sempre sfregiata dal riso, che troppo si occupa di cianciare su argomenti delicati, è ben individuata negli statuti delle città medievali. Esclusa, al modo dell’uomo sacro, si direbbe oggi che non possiede diritti civili; resta fuori. Costoro possono essere liberamente bastonati, spiega anche Federico II, senza poter accedere ai tribunali dove far rimostranze. “Cacciati insieme agli ebrei e alle puttane” (altre figure tradizionalmente sacre), si querelava il loro erede Dario Fo; oggi piuttosto dimenticato, poco amato da quelli che erano stati i suoi e tradito dai nuovi sodali. Cosa del resto facilmente comprensibile se nella città odierna, come in quella medievale, tutto il male viene da fuori. 

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