David Hume e Adam Smith: storia di un’amicizia

Per confermare l’alta opinione che aveva Aristotele dell’amicizia, Hume scriveva: “Consentiamo che tutte le forze e gli elementi della natura concorrano nel servire un solo uomo e obbedirgli, consentiamo che il sole sorga e tramonti al suo ordine: il mare e i fiumi scorrano a suo piacimento, e la terra produca spontaneamente tutto quello che gli possa risultare utile o gradevole. Costui sarebbe comunque infelicissimo fino a quando non gli si desse almeno una persona con cui poter condividere la propria felicità e di cui godere la stima e l’amicizia”. Adam Smith, in Teoria dei sentimenti, restringe il fuoco sulla forma più estrema dell’amicizia, quella motivata dalla virtù e dall’eccellenza: soltanto questa, per lui, può “meritare il sacro e venerabile appellativo di amicizia”. Meno retorica e più bella la definizione di Hume: stima e amicizia. Binomio inscindibile di un sentimento ormai quasi estinto o in via di estinzione. Narciso non ha amici, quella che ammira è soltanto la sua immagine riflessa sull’acqua. Ma è proprio l’amicizia il tema centrale della riflessione proposta da Dennis C. Rasmussen nel suo Il miscredente e il professore, di recente tradotto per Einaudi da Marco Nani. Amicizia tra due pensatori di orientamento diverso (da una parte l’economia e la filosofia della politica, dall’altra la pura speculazione filosofica) che però si sentono in sintonia e per molti anni, fino alla morte di Hume, coltiveranno un rapporto profondo e proficuo per entrambi. Senza interruzioni, senza liti, senza competizioni. Come sottolinea Rasmussen, “non esiste un esempio più elevato di amicizia filosofica in tutta la tradizione occidentale”. Personalmente darei uno spessore simile a un’altra storica amicizia, risalente a quasi due secoli prima, quella tra Michel de Montaigne e Étienne de La Boétie.

 

Rasmussen non accetta il paragone considerando, secondo me ingiustamente, troppo ampio il divario intellettuale tra La Boétie e Montaigne. Dimenticando che gli Essais nacquero diversi anni dopo la morte del primo, e che in un certo senso il lutto che ne seguì fu certamente uno stimolo alla composizione degli stessi, dove appare in decine di pagine ad altissima tensione emotiva e speculativa. Neppure l’amicizia e la complicità tra Bertrand Russell e Alfred North Whitehead merita l’esclusione dal club. Ma certamente è vero che di rapporti del genere se ne contano pochissimi, e quello tra Hume e Smith ha di sicuro contenuti talmente eccezionali da poterne parlare come di un unicum. Al di là dei giudizi filosofici non sempre condivisibili, Rasmussen è studioso sistematico e riesce con maestria a collocare anche storicamente l’amicizia tra i due grandi pensatori scozzesi. Scriveva Hume della Scozia del XVIII secolo: “la più rozza di tutte le nazioni europee, oltre che la più misera, la più turbolenta e la più disorganizzata”. Ma nonostante questo, osservando il miracolo della trasformazione che avveniva davanti ai loro occhi, lo stesso popolo era anche “il popolo con il maggior lustro letterario d’Europa”. Walter Scott all’inizio del XIX secolo descriverà così l’epoca di Hume: “Quando nella patria c’erano dei giganti.”

 

L’illuminismo scozzese è stato “l’età dell’oro dell’intelletto, al pari dell’Atene di Pericle, della Roma di Augusto e dell’Italia del Rinascimento” (Rasmussen, p. 11). Tra le tante figure dell’epoca: James Hutton, fondatore della geologia moderna, il chimico Joseph Black, l’inventore della macchina a vapore James Watt, l’architetto Robert Adam, e tanti altri costituiscono la pletora geniale spuntata in ogni campo sotto lo stesso cielo di Hume e Smith. Non si deve pensare a un miracolo, ma a un’interazione forse unica nella storia tra intellettuali (che venivano tutti chiamati Letterati) e popolo comune, che ha prodotto dal nulla un generale sforzo di alfabetizzazione, elevando il livello dell’istruzione nel corso di una generazione e che fece degli scozzesi il popolo forse più alfabetizzato del mondo. Inizialmente grazie al sistema capillare delle scuole parrocchiali, ma sviluppando rapidamente anche le sue prestigiose università, di Glasgow, di Edimburgo e di Aberdeen, che favoriranno il fiorire di una diffusa industria editoriale.

 

Esattamente in questo periodo nasce l’amore per i libri e la cultura che ritroveremo nel giovane R. L. Stevenson un secolo dopo. Dal punto di vista politico, al netto di conflitti sociali e religiosi, il quadro è relativamente stabile. I moderati progressisti del culto hanno conquistato la maggioranza della Kirk (la Chiesa scozzese). All’inizio del XVIII secolo l’unificazione con il Sud porta alla creazione della Gran Bretagna, voluta tra gli altri anche da Hume e Smith. La Scozia perde la sua autonomia politica ma conquista il mercato del mondo, conservando intatte le sue istituzioni religiose e culturali. Quando Hume e Smith si incontrarono per la prima volta, nel 1749, le rivolte giacobite si erano appena spente, e soltanto dopo la morte di Hume, nel 1776, si intensificarono i conflitti nelle colonie americane. 

 

Un’amicizia che si dispiega quindi in un quarto di secolo relativamente tranquillo. I rigori del più bigotto oscurantismo calvinista si attenuano pur restando vivissimi i conflitti, che non renderanno facile la vita dei letterati. Il blocco conservatore, dal partito popolare ai tremendi High-Flyers, continua a far sentire il suo peso anche quando la Kirk si trovò su posizioni più aperte. Si bruciarono sul rogo molte streghe per tutto il diciottesimo secolo, dopo processi ridicoli, e si impiccarono ancora giovani irriverenti bestemmiatori.

Impossibile non tener conto, anche se con pochi cenni, di questo complesso quadro storico-culturale, senza il quale gran parte delle preoccupazioni dei nostri protagonisti risulterebbe incomprensibile. Una grande amicizia nasce spesso sulle differenze più che sulle consonanze. Pur essendo più giovane di Hume (che tra l’altro era stato un enfant prodige della filosofia), Adam Smith non fu il banale esecutore di un sistema filosofico non suo. Pur essendo cresciuto studiando e assimilando profondamente il Trattato sulla natura umana (1740) e soprattutto i Saggi filosofici sull’intelletto umano (1748), l’autore di La ricchezza delle nazioni sviluppò e completò del tutto autonomamente il suo originalissimo pensiero, che come noto ha influenzato la nascita del mondo che conosciamo, diventando il teorico-fondatore del capitalismo.

 

 

Anche dal punto di vista politico le differenze non erano poche tra loro: Hume era un conservatore (Russell lo definì addirittura reazionario, ma riferendosi soprattutto al suo lavoro di storico, pochissimo noto in Italia), Smith un liberale puro. Il primo era scettico, verso la religione, se non addirittura ateo non dichiarato, il secondo era credente, e non certo per opportunismo ma per vera convinzione. A unirli fu l’eclettismo, oggi per noi incomprensibile, la forza unificatrice di una filosofia morale che spaziava su tutto, dall’educazione alla psicologia, dalla filosofia teoretica alla storia (per decenni Hume fu considerato soprattutto uno storico). Alla luce del loro eclettismo scopriremo, anche grazie a questo libro di Rasmussen, che nessuno dei due era esattamente quel che sembrava. Il teorico della mano invisibile e del libero scambio si poneva le stesse domande che ci poniamo noi sulla natura della rivoluzione industriale e il filosofo puro aveva invece visto in anticipo le grandi trasformazioni economiche-sociali approfondite poi dal suo amico. In questa loro compenetrazione non conflittuale riconosciamo l’unicità della loro grande amicizia filosofica. Una delle tracce narrative più intense di questo rapporto riguarda il destino dell’ultima opera di Hume: Dialoghi sulla religione naturale (Dialogues concerning Natural Religion). Hume veniva considerato sin dagli esordi ateo e miscredente dalla destra religiosa, che impose in Scozia e in Inghilterra gravi limitazioni alla vita dei filosofi, che però esercitavano grande influenza (oggi incomprensibile) sulla vita politica e sulle trasformazioni sociali. Basti pensare al maestro originario di tutto l’illuminismo inglese e europeo (padre del liberalismo filosofico e ispiratore dell’empirismo): John Locke, che con il suo Saggio sull’intelletto umano ha influito sui destini dell’intero mondo occidentale. Parti della sua filosofia politica sono entrate pari pari nella Costituzione americana, per non parlare dell’enorme influenza esercitata su Voltaire e sull’illuminismo francese.

 

Locke fu anche (lo definisce così Bertrand Russell) “l’apostolo della rivoluzione del 1688, la più moderata e la più riuscita delle rivoluzioni”. Mi sono concesso questa divagazione per illustrare meglio il ruolo dei filosofi (e successivamente anche dei letterati come li intendiamo noi) nella società anglosassone. Tra le mille possibili storie estrapolabili dalla lunga amicizia raccontata nel libro di Rasmussen (e dal limitato ma significativo corpus di lettere conosciute: 56, per lo più scritte da Hume a Smith, che aveva un rapporto difficile con la penna) ha una notevole importanza la pubblicazione dei tormentati (e secondo me bellissimi) Dialogues. Hume è stato forse il meno amato tra tutti i filosofi scozzesi, sia dalla sua parte politica (Tories) che dai suoi innumerevoli avversari, politici e soprattutto religiosi. Ma con il passare degli anni i suoi primi libri, ignorati in patria ma ben noti all’estero (soprattutto a Parigi, dove era stato a lungo il filosofo più in vista della città), cominciavano a suscitare l’interesse di un pubblico sempre più vasto. Hume sapeva benissimo che l’impianto dialogico del libro, centrato proprio sulla religione, non lo avrebbe salvato da una reazione di ostilità insostenibile. La decisione di pubblicare il libro soltanto dopo la sua morte (fu infatti pubblicato nel 1779) era scontata e non è questo in fondo l’argomento che appassiona i due amici. Smith, per chiarire la sua posizione sull’argomento, avrebbe addirittura preferito cancellarlo per sempre. Essendo lui l’esecutore testamentario letterario scelto da Hume fu scavalcato da quest’ultimo, che in punto di morte scrisse nel suo testamento che il libro doveva essere pubblicato, e soltanto due anni dopo la sua morte. Così scriveva Smith all’editore del libro: “I Dialoghi, benché scritti con grande finezza, avrei desiderato che, rimasti in manoscritto, fossero fatti conoscere solo a poche persone.

 

Quando leggerete l’opera vi renderete conto delle mie ragioni. (…) Hume ha disposto altrimenti… Una volta io ebbi a persuaderlo di lasciare del tutto alla mia discrezione se pubblicare l’opera nel momento che io pensassi opportuno, o se non pubblicarla affatto. Se egli fosse stato di questo parere, il manoscritto sarebbe stato il più accuratamente conservato e dopo la mia morte restituito ai suoi familiari; ma non sarebbe mai stato pubblicato durante la mia vita”. Traggo questa e altre informazioni dalla prefazione di Mario Dal Pra alla storica traduzione italiana di Laterza, ben nota agli studenti di filosofia. Non sono molti i letterati, da Gogol a Kafka, che hanno distrutto o ordinato di distruggere le loro opere, quelle vere, importanti: non stiamo parlando delle scartoffie preparatorie e di materiali personali come diari e quaderni sparsi. I Dialogues sono probabilmente il libro più bello di Hume, il più piacevole da leggere (non difficile neppure in inglese). Come era stato progettato il volume? In semplice e discorsiva forma dialogica tra tre personaggi immaginari: lo scettico Filone, il mistico Demea e il teista Cleante. Inutile dire quale fosse il personaggio più vicino a Hume. La sua notevole capacità mimetica (di grande spessore anche letterario) lo porta a creare un personaggio che riassume tutto lo scetticismo storico: sembra di ascoltare gli spiazzanti argomenti di un vero Carneade.

 

Un’altra traccia interessante da seguire nella vita dei due filosofi ritratti da Rasmussen è quella, ammantata dal grande riserbo di entrambi, che riguarda i loro sentimenti più intimi e profondi.

Se la famosa affermazione ciceroniana (Hume sin dalla prima giovinezza è stato un grande lettore del pensatore latino, che con il suo De natura deorum fa capolino spesso anche nei Dialogues), Tota philosoforum vita commentatio mortis est, come ci si sono confrontati Hume e Smith? Montaigne esigeva di sapere come l’avevano affrontata i suoi pensatori classici preferiti. La fine illumina il principio. La morte è terribile per Cicerone, affermava negli Essais, desiderabile per Catone, indifferente per Socrate. La differenza di età tra i due (come accennavo all’inizio Hume era più vecchio di circa tredici anni, lo stesso numero di anni che Smith vivrà dopo la morte dell’amico) consente un distanziamento ricco di conseguenze. Hume era stato l’autore essenziale nella formazione filosofica di Smith, che non smetterà mai di considerarlo il maggior pensatore della sua epoca. La ricchezza delle nazioni, venne pubblicato per la prima volta nel 1776, nell’anno in cui morì Hume, ma Adam Smith continuò a lavorarci e le edizioni successive non contengono soltanto correzioni formali. Sembra che l’originario imprinting filosofico ricevuto dall’amico scavi ancora più in profondità, tanto che l’ultima edizione corretta del suo saggio attirerà le ire del mondo religioso, che lo accuserà di essersi fatto traviare dalla retta via, approdando in maturità allo stesso scetticismo di Hume.

 

In realtà nei Discorsi politici, pubblicato nel 1752, Hume affrontava gli stessi temi che sarebbero stati sviluppati in modo sistematico e originale da Smith nella sua opera maggiore. Hume più che insistere sul libero scambio (commerciale) esalta il concetto di scambio in sé. “Hume ritiene che il commercio favorisca la virtù rendendo le persone più operose, intelligenti e umane, e poi rafforzi la collettività rendendola non soltanto più benestante ma anche più libera e disciplinata” (Rasmussen, pag. 79). Si apre quindi un secondo possibile romanzo, sulla compenetrazione intellettuale tra i due, filologicamente rintracciabile e sostenibile. Certo, erano entrambi studiosi e lavoratori infaticabili, ma che visione della vita avevano questi due signori così pudichi nei loro sentimenti? Usano entrambi la parola amico soltanto tra loro, nessun altro nelle loro corrispondenze viene chiamato caro amico. Impossibile non notare in entrambi un certo distacco, direi quasi ironico, dalla vita e dalle sue strane vicende. L’essere stati entrambi cresciuti dalle madri, avendo perduto i padri in giovanissima età, e l’essere entrambi restati scapoli per tutta vita, possono spiegare qualcosa della loro psicologia e della loro amicizia? Nella sua stringata autobiografia (in appendice nel volume di Rasmussen) Hume si descrive esattamente com’era: gioviale, insensibile alle liti letterarie e agli insuccessi, insensibile ma grato alle fortune editoriali giunte soltanto in vecchiaia dopo una vita regolata senza una lagna su poche sterline.

 

Neppure il traumatico scontro con lo psicolabile Rousseau (Rasmussen dedica a questo noto episodio un gustoso capitolo) aveva lasciato cicatrici particolari. I “mugugni dei fanatici” lo divertivano. E sì che di conti da regolare Hume ne avrebbe avuti parecchi: per esempio con il mondo accademico, che lo aveva respinto ripetutamente dai suoi ranghi. Incredibile, se si pensa che Isaiah Berlin avrebbe scritto di lui: “nessun uomo ha influito sulla storia della filosofia in misura più profonda e perturbante”. La fama che raggiunse in tarda età non deve far dimenticare che il suo Trattato sulla natura umana “uscì dal torchio già morto”; cioè una delle più straordinarie riflessioni filosofiche (scritte da un poco più che ventenne!) che si poneva il non banale compito di fondare una nuova scienza della natura umana, era caduto praticamente nel vuoto. Di esperienze amare ne aveva vissute parecchie, ma nessuna aveva scalfito la sua serenità di fondo, e neppure la sua ironia.

 

Smith, che aveva vissuto in campagna per anni, si trasferì a Edimburgo soltanto dopo la morte di Hume, come per assecondare l’antico desiderio dell’amico, che l’avrebbe voluto vicino. Hume sapeva da tempo che la sua fine sarebbe giunta prima della decrepitezza, e l’accettò con serenità socratica, parlandone tranquillamente con le persone che gli erano vicine. Ebbe una morte serena, priva di dolori e di strazi. Lo stesso pacato distacco dalle cose della vita dimostrò Adam Smith nei suoi ultimi anni. Indifferente al clamore suscitato dalla sua opera, accettò un modesto impiego come funzionario del Dazio (dopo aver occupato le più prestigiose cattedre del Paese), contraddicendo solo in apparenza le leggi del libero mercato. Un ragionevole dazio, poco più che simbolico, avrebbe potuto finanziare alcune spese sociali senza interferire con le libertà commerciali.

 

Sotto alcuni aspetti Hume era più Whig di Smith, e Smith più conservatore di Hume, e viceversa e viceversa, all’infinito. Rasmussen cita a proposito la definizione di un illustre storico dell’illuminismo scozzese, Duncan Forbes, che accomuna i due sotto la medesima etichetta di “Whig scettici”. Le coordinate di fondo non cambiarono mai, ed erano comuni a entrambi: tolleranza religiosa, libertà di espressione, libertà commerciale e d’impresa, governo limitato, legalità. Le idee non sono macigni immodificabili, vengono inevitabilmente modellate dalla storia. E soprattutto si integrano tra loro, dialogano modificandosi. Idealismo e illuminismo si incrociano, come in passato gli scettici si integravano con gli stoici, migrando in altri paesi e in altre lingue. L’illuminismo ha avuto molti colori. Forse quelli dell’illuminismo anglo-scozzese non vantano toni accesi, forse prediligono le ombre e i grigi, ma hanno avuto la forza di illuminare il mondo concretamente, contribuendo in larga misura alla sua trasformazione.      

 

Dennis C. Rasmussen, Il miscredente e il professore, La Biblioteca Einaudi.

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