De Lillo: i paradisi della purezza e del silenzio

Se sei un grande scrittore americano devi odiare la tecnologia. Così sembra, leggendo Jonathan Franzen e l'ultimo Don De Lillo. La purezza e il silenzio sono le metafore evocate nei titoli di due libri, editi da Einaudi, Purity (di Franzen, 2015) e Il silenzio (di De Lillo, 2021, appena uscito), affinché il lettore non abbia dubbi: la nostra estatica sottomissione al sistema digitale dominante va incontro all'incertezza di un futuro che è già qui, come ci raccontano De Lillo, con il minaccioso silenzio provocato da un blackout, e Franzen, con la purezza perduta di una ragazza di provincia, che la madre aveva eroicamente cresciuto senza tv. Nel perfetto racconto di De Lillo, una specie di pièce teatrale ambientata in due luoghi claustrofobici, la business class di un aereo di linea e il soggiorno di una casa newyorkese, il collasso improvviso che spegne luci, computer, smartphone è l'aggancio per ricordarci di avere paura, anche quando "la vita, a volte, può diventare così interessante" (pag. 33) da farcelo dimenticare. Basta un niente, infatti, per farci precipitare nel nulla, noi "massa dipendente dall'energia" (pag. 102). Cinque personaggi, tre dei quali, marito e moglie e un ex-allievo di lei, attendono l'arrivo di una coppia di amici, in procinto di atterrare con un volo da Parigi, per guardare insieme in tv il Super Bowl. Siamo nel 2022, non proprio fantascienza quindi, un anno dopo la fine della pandemia globale. Un virus ci ha isolati dal mondo, ora un guasto agli apparati tecnologici che governano la nostra vita, allontana il mondo da noi. Il blackout costringe il pilota a un atterraggio di emergenza.

 

La paura vera di precipitare di Jim e Tessa è parallela all'angoscia, più astratta, che si materializza nell'appartamento dell'East Side di Max, Diane e Martin, con i cellulari improvvisamente muti, la partita in tv che non si può vedere, la figlia che si vorrebbe chiamare a Boston, il forno spento, gli ascensori fermi. La sensazione di paura è nell'attesa stessa, perché il mondo fuori improvvisamente non risponde, i rumori cessano, non è chiaro ciò che sta succedendo, nessuno può sapere "quanto fosse catastrofica e definitiva quell'anomalia che andava ad aggiungersi a una serie di eventi già di per sé drammatici" (pag. 53). Sguardi apprensivi lanciati agli smartphone, tasti del computer premuti con insistenza, un'occhiata fuori dalla finestra per vedere le strade improvvisamente vuote, la telecronaca della partita recitata dal giovane Martin a lume di candela. E, in una scena inattesa ma rivelatrice, la coppia di viaggiatori scampata al disastro aereo, finalmente a terra, fa l'amore in una toilette, perché "dobbiamo ricordare di continuare a ripeterci che siamo ancora vivi" (pag.36). Il senso di impotenza domina le pagine del Silenzio, come se i personaggi realizzassero per la prima volta di essere totalmente dipendenti dalla tecnologia, senza avere alcuna idea di come affrontare la vita senza di essa. La tecnologia come entità non creata dall'uomo, ma in sé perenne, senza inizio e senza fine, quando implode in un mondo dove nemmeno Dio esiste, provoca uno smarrimento che terminerà non appena, con un bip, i cellulari si riaccenderanno. Ma De Lillo non ci dice se questo accade, il libro termina con lo schermo della tv ancora nero.   

 

Le 637 pagine di Purity raccontano invece di questa ragazza che la madre aveva chiamato Purity insegnandole "ben poco di come funzionava il mondo... e Pip vedeva un pianeta in cui c'erano ancora diciassettemila bombe atomiche, probabilmente sufficienti a spazzare via ogni forma di vita vertebrata, e pensava Non può essere una bella cosa" (pag. 245). Purity si apre alla vita in un appartamento occupato a Oakland, conoscerà Andreas Wolf, una specie di Julian Assange, ideatore di un progetto simile a Wikileaks. Il contatto con lui segnerà per lei l'inizio di un viaggio di formazione alla scoperta dei suoi genitori (del padre, che la madre le ha sempre nascosto), della "stoffa morale di cui sono fatti quelli che ama, del lato oscuro dietro ogni luce".

 

 

Franzen fa dire a un personaggio: "Si ritrovò a inveire contro la falsa promessa di Internet e dei social media, contro l'idea che non servissero corrispondenti da Washington quando si potevano leggere i tweet dei Deputati, che non servissero fotografi quando tutti avevano una fotocamera nel telefono, che non servisse pagare dei professionisti quando si poteva usare il crowdsourcing, che non servisse il giornalismo investigativo quando al mondo esistevano giganti come Assange, Wolf e Snowden" (pag. 257). E De Lillo: "Cosa succede alle persone che vivono dentro il loro telefono?" (pag. 46), "Tutte le nostre vite, tutto questo guardare. La gente che guarda. Ma cos'è che vede? (pag. 45). "La parola stessa (tecnologia n.d.r.) mi pare obsoleta, persa nello spazio. Dov'è la fede nell'autorità dei nostri device sicuri delle nostre capacità di criptaggio, dei nostri tweet, dei troll e dei bot.

 

Ogni cosa nella datasfera è soggetta a distorsioni o furti? E a noi non resta che star qui a piangere per il nostro destino?" (pag. 53).  I prodromi di questa letteratura, da intendere come “coscienza del mondo tecnologico”, si ritrovavano già, venti anni fa, nella mitologia che voleva Bill Gates concedere ai figli solo mezz'ora di computer al giorno, per immunizzarli dall'"addiction", e nell'utopia salvifica degli esordi, molto west coast, che voleva Internet frontiera di un nuovo umanesimo. Franzen, infatti, è del 1959 (61 anni), De Lillo addirittura del '36 (84 anni): è comprensibile che tendano ad avere uno sguardo disincantato ma nello stesso tempo un po' preoccupato, sulle "tecnologie perturbatrici" (Franzen), sul "suono infernale della modernità" (De Lillo in Rumore bianco). Dice ancora Franzen a un certo punto in Purity: "Il Nuovo Regime riciclava perfino le parole in voga nella vecchia Repubblica: collettivo, collaborativo. L'assioma, per entrambi, era che stava emergendo una nuova specie di umanità", (pag. 507). E De Lillo: "Questo è quanto dice il giovane Martin, lo sguardo rivolto verso il basso tra le dita a ventaglio. Il mondo è tutto, l'individuo è niente" (pag. 102). Una frase che sembra chiudere Il silenzio in modo apocalittico e che De Lillo, nel suo sorvegliatissimo testo, corregge nella pagina successiva, con il vero finale, solo quattro righe dubbiose, meno assertive, lasciate a navigare in una pagina bianca: "Max non ascolta, non ha capito niente. Sta seduto davanti al televisore con le mani intrecciate sulla nuca, i gomiti all'infuori. E poi fissa lo schermo nero" (pag. 103).

 

Alcuni indizi lasciati da De Lillo (un manoscritto di Einstein, una citazione di Finnegan's Wake) servono all'autore per autoimporsi la distanza da una materia che, lo si avverte, lui avrebbe trattato in modo più incandescente, raffreddando in senso beckettiano l'atmosfera da Angelo sterminatore che pervade Il Silenzio ("Tutti in soggiorno, tutti con il cappotto addosso, tre anche con i guanti, quattro che sembrano impegnati ad ascoltare Martin, l'unico in piedi, che parla e gesticola senza freni. Il tempo, che sembra aver fatto un balzo in avanti"). Franzen ha più volte esternato il suo rifiuto ideologico per la tecnologia, rifiuto che, nei suoi romanzi, emerge in modo schietto. Nessuno di quella generazione di scrittori è stato capace, fino ad oggi, di raccontare la tecnologia intimamente e mimeticamente connessa alle nostre vite. In Italia c'è riuscito Walter Siti, con il suo insuperato Troppi paradisi, dove la televisione (archeologia tecnologica, il romanzo è uscito nel 2006, i social non dominavano ancora, Facebook è del 2004, Twitter del 2006, Instagram del 2010) era il modello di una realtà degradata, senza mai essere però l'"oggetto" del degrado. Einstein non è citato a caso nel libro di De Lillo, perché fu proprio lo scienziato di Ulma a rendersi conto che l'effetto più cospicuo della tecnologia è che, con la scienza, permette di ideare cose che arricchiscono la vita, benché nel contempo la complichino, "ponendo all'uomo problemi di profonda gravità", fino ad affermare che "la sopravvivenza stessa della specie dipende da una soddisfacente soluzione di tali problemi" (Pensieri, idee, opinioni).

 

Da una parte i grandi romanzieri americani allarmati dal prevalere della tecnologia, dall'altra generazioni in divenire di lettori nativi digitali che la assorbono come antidoto alla loro solitudine, o anche espressione della stessa ("Ho notato che il fascino della televisione viene esaltato dalla solitudine" dice il protagonista di Troppi paradisi). I social prosperano nella solitudine, ci distolgono dal riconoscere in noi stessi uno stato di bisogno, di miseria e di profonda umiltà. Una ricerca interna di Facebook, resa nota recentemente dal New York Times ha rivelato che l'utilizzo di questo social fa sentire "miserabili" le persone e che la maggioranza di loro se ne accorge ma non riesce a smettere di usarlo. Ed è proprio qui che Franzen e De Lillo si dimostrano inadempienti: perché prefigurano un futuro carico di incertezza (come se il futuro potesse garantire qualcosa di sicuro), pongono domande retoriche su come dovrebbe essere la realtà astratta, ben inteso quella "migliore" secondo loro, mentre la tecnologia è già entrata nella realtà empirica, e la modella a sua immagine e somiglianza, come la televisione innocente nel romanzo di Walter Siti. 

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO