De Lillo. Zero K

La catastrofe è la nostra favola della buonanotte

Zero K di Don DeLillo è un romanzo sulla fine del tempo. Sulla gloria che, come ha scritto Giuseppe Berto, coincide con la fine del tempo e ne rappresenta il compimento. Jeffrey, Jeff, il protagonista-sé-nonostante, è soprattutto un figlio di. La madre, Madeline, sua compagna di esperienze, traslochi e giochi ha avuto l’eleganza di andarsene mentre il padre – separati sì, ma da quanto? – Ross Lockhart, sorrideva dalla copertina di Newsweek. La madre muore in un letto e il padre vive immobile sulla copertina di una rivista patinata. Probabilmente, la prima avvisaglia di come DeLillo ha immaginato il tempo in questo romanzo. Di come il passato e il futuro non rappresentino né gli opposti né i contrari logici e teleologici del presente. L’opposto logico e teleologico del presente è il perenne. La morte e l’immagine, la morte è l’immagine. Solo che con la tecnologia siamo diventati bravi, bravissimi, le nostre immagini sono ormai tridimensionali, nelle nostre immagini c’è lo spazio per il vuoto lasciato dagli organi. Gli organi, come hanno insegnato gli egizi, possono essere riposti nei canopi. Qualunque nome diamo a quei vasi. Definisci Canopo, direbbe Jeffrey. Così racconta De Lillo, così sa chi legge. “Abbiamo ricostruito questa landa desolata, questo buco di culo deserto e isolato, con lo scopo di separarci dalla ragionevolezza, da questo fardello conosciuto col nome di pensiero responsabile.”

 

La landa desolata, il buco di culo deserto, ciò che nei videogiochi di Tomb Raider sarebbe l’area 51 e che, con altri fini, era già comparsa in almeno un altro romanzo di De Lillo – La stella di Ratner –, è il luogo dove la morte viene procrastinata. Rimandata nel modo solito e freddo, grandi congelatori o nano-congelatori – gelo chimico iniettato la cui natura è inifinitesimale. La landa desolata, il buco di culo del deserto all’interno del quale sta un giardino di vetro filato, è stato finanziato da Ross, Ross Lockhart, il padre, un rivoluzionario nel suo campo – economia o alta finanza – uno che ha cominciato a inventarsi il proprio nome, che ha inventato valutazioni e dunque schemi di guadagno sulle catastrofi ambientali, che si è occupato di “ecologia della disoccupazione”, cha ha lasciato Madeline – della quale non ricorda o non riesce a pronunciare il nome (non sa, non risponde) – e ha sposato Artis, archeologa, interlocutrice, che alla fine – fine che tuttavia è l’inizio del romanzo – sta morendo. Come tutti. Artis sta morendo e questo è inaccettabile. Come per tutti. Se, come ha osservato Simone Weil, il limite dell’amore umano è l’impossibilità di impedire agli esseri che amiamo di morire, Ross Lockhart, deciso a dimostrare che il suo amore può – deve – essere illimitato, ha pure deciso che Artis non morirà. “Che senso ha vivere se alla fine non si muore? Lei sarebbe morta, per induzione chimica, in una camera sotterranea con la temperatura sotto lo zero, tramite procedure precisissime guidate da un delirio collettivo, dalla superstizione, dall’arroganza e dall’autoinganno.”

 

 

Così pensa il figlio, Jeff  (Artis continua a chiamarlo Jeffrey, con l’ultima sillaba che indica una possibilità di complessità quotidiana, o così mi piace pensare, inaccettabile nel mondo di sigle in cui loro e noi ci muoviamo), chiamato dal padre a fare da testimone e interpretare il dramma da camera sotterraneo di Orfeo ed Euridice, solo che in questa versione moderna, dove la vita è, solo e soltanto, se è dopo la morte, Orfeo-Jeff accompagna Euridice-Ross nelle zone ctonie, nelle profondità infere di un laboratorio ultramoderno dove i corpi umani sono una nuova forma di land-art “corpi umani in uno stato di animazione sospesa”. La morte non è qui intermittente come in Saramago, “la morte è una abitudine difficile da spezzare” che però deve essere dismessa. Per sempre. “Per sempre”, in questo mondo dove la tecnologia (come in Asimov) è il sostituto della religione ma che (al contrario di Asimov) è basata sulla fede e non sulla scienza e tiene al centro un dio reale che mantiene le promesse e si chiama Convergence, “per sempre” significa molto tempo. “L’altro concetto che non mi era chiaro era cosa costituisse la fine. Quand’è che una persona diventa un corpo? Ci sono vari livelli di resa, ho pensato. Il corpo interrompe una funzione e poi forse un’altra, o magari no – il cuore, il sistema nervoso, il cervello, dalle diverse parti del cervello fino al meccanismo di ogni singola cellula. Ho pensato che esiste più di una definizione ufficiale, nessuna caratterizzata da un consenso unanime. Venivano create di volta in volta a seconda delle situazioni. Da medici, avvocati, teologi, filosofi, professori di etica, giudici e giurati.”

 

Zero K. sta per lo zero Kelvin laddove la vita non esiste perché non c’è possibilità di movimento. Ma nel laboratorio buco di culo nel deserto contenitore di vite manichinizzate dove Artis sta morendo e dove, con i soldi, Ross cerca di neutralizzare le circostanze che conducono alla fine e farsi accompagnare dal figlio, non ci sono solo i tre componenti di questa famiglia allargata e scazonte – sarebbe Carnage, coppie scoppiate o scoppianti che si rinfacciano inadeguatezze e tradimenti –, ci sono pubblicitari, scienziati, chimici, e monaci, ci sono schermi che proiettano disastri a grandezza umana, ci sono teschi di brillanti incastonati nei muri, e tavoli di pietra, c’è il design della fine, qualsiasi cosa la fine sia, c’è, soprattutto, la riuscita costruzione di De Lillo di un’Arca di Noè sotterranea che traghetterà i ricchi in una vita eterna mentre i poveri muoiono di guerre, pestilenze, e bombe atomiche sulla superficie terrestre. Il bunker, invece di essere immobile e nascosto, è un’arca che sancisce l’alleanza tra dio e i soldi (a ben pensarci, niente di nuovo, i titoli di credito sono una costruzione di natura religiosa incaricata di raccontare e predisporre i destini degli individui e di ridistribuire debiti e crediti). Da questo punto di vista Zero K. è anche Una modesta proposta di Don DeLillo. “Metà della popolazione mondiale impegnata a ristrutturare la cucina di casa, e l’altra metà che muore di fame.”

 

Sì, Jeff ha delle fidanzate, Jeff va al matrimonio degli amici e conosce Emma, una donna che ha un figlio adottivo ucraino innamorato dell’idea dei terroristi. Sì, Ross ha dei ripensamenti. Sì, Artis vorrebbe che tutti, Ross e Jeffrey, la seguissero in questa nuova vita dove sente le parole ma non riesce a capirle. Sì, nel giardino di vetro sta un uomo su una panchina che pare un saggio e come un saggio parla. Sì, il magazzino dei corpi ha echi cinematografici, e di certo somiglia alle spore sotto le foglie delle felci. Sì, “life in plastic is fantastic” avevano già cantato gli Aqua o anche “Il futuro è nella plastica” avevano scritto Charles Webb e Mike Nichols per Il Laureato. Sì, c’è altro – vecchio e nuovo – perché Zero K. è un romanzo che ha diramazioni, anfratti e appartamenti sovrastati da terrazzi e con quadri alle pareti. Sì, c’è altro, ma è difficile distogliere lo sguardo da questa presente e perenne idea della fine. Presente e perenne racconto della nostra idea della fine. Che non finisce.

“Stavamo bevendo un Madeira invecchiato. Forse tutti i Madeira sono invecchiati.”

 

D. De Lillo, Zero K., Einaudi (2016, traduzione di Federica Aceto), pp. 248, Euro 19.

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