Divano, lettino e pazienti

Si sa, spesso le grandi mitologie hanno la loro origine in piccoli episodi, in dettagli di minuta vita quotidiana, spesso mossi da banale utilitarismo, che nel tempo, per quelle inspiegabili vicissitudini del senso e del successo, attecchiscono, si ricoprono di quarti di nobiltà nel loro ruzzolare nel futuro e diventano testate d’angolo. Sua maestà il divano, nell’atto stesso di entrare nella stanza del neurologo dr. Freud, la trasforma in stanza di analisi e il suo ingresso ha un motivo ben preciso: il dr. Freud trovava molto stancante sostenere lo sguardo delle/dei suoi pazienti per 8 ore filate e riteneva che anche le/i suoi pazienti sarebbero stati disturbati dal guardare il dr. Freud mentre, pur ascoltandoli con attenzione liberamente fluttuante, si abbandonava al flusso dei suoi pensieri.

Succede così che all’Ikea, per poche centinaia di euro, è in vendita uno dei dispositivi più blasonati e potenti della clinica psicoanalitica (clinica da klinomai, mi piego sul letto del malato, si badi bene): il divano che diventa lettino per la solita tendenza a medicalizzare il gergo della psicoanalisi, sempre a rischio di glamour o di muffa .

 

Ma cosa può un divano? si domanda, parafrasando Deleuze, Igor Pelgreffi nel suo contributo all’interno del volume Divano. Il dispositivo della psicoanalisi, a cura di Federico Leoni e Riccardo Panattoni (Ortothes 2021). L’oggetto e la parola divano vantano una storia leggendaria molto ben dettagliata nel volume ma il divano dell’Ikea non nasce nobile in fabbrica. Se portato nell’appartamento dell’universitario fuori sede, diventa letto di fortuna per amici o familiari che vengono dal paese; al massimo consente al proprietario di iscriversi alla comunità del Couch Surfing, programma per il libero scambio di ospitalità che garantisce ai suoi membri un posto letto sul divano dovunque nel mondo ci sia un socio. Se invece il divano ha una certa forma e trova il suo destino nello studio dello psicoanalista, ecco che una luce lo ammanta e un coro lo rende solenne perché il divano, lì dentro, diventa potente. Un oggetto di arredo con la sua storia che diventa strumento di cura. Il divano di Freud è ormai leggenda e gran parte del merito lo si deve a Edmund Engelman, ingegnere ebreo con la passione della fotografia che nel maggio del 1938 accettò a rischio della vita di entrare alla Bergasse 19 di Vienna dove la famiglia Freud viveva nell’incubo della persecuzione e dell’imminente fuga a Londra. Scattò in uno stato di eccitazione, dovuto alla paura e al prestigio della sua prodezza, una moltitudine di foto che a tutt’oggi costituiscono una preziosa testimonianza nonché la mitologica iconografia della prima stanza d’analisi e quindi del primo divano analitico della storia. È suo il contributo più struggente ed emozionante del volume Divano.

 

La domanda di Pelgreffi, cosa può un divano?, bussa ancora, ostinata. Inutile eluderla.

Se l’analista non si disciplina a porsi periodicamente questa domanda e a tentare di rispondere, rischia di annegare nella vergogna quando – durante una seduta qualsiasi, con il drone dell’autosguardo che aleggia nella stanza d’analisi e vede questi due umani uno steso e l’altro seduto alle sue spalle, magari in un attimo di silenzio – improvvisamente pensa: ma che follia è questa?

Sospetto che una quota dell’establishment psicoanalitico non guarderà con benevolenza un volume sul divano analitico, un volume che punta il faro a occhio di bue su questo personaggio mitologico, massimamente identitario per la psicoanalisi, sottraendolo alle vignette di mezzo mondo che canzonano un luogo, checché se ne pensi, molto drammatico del soffrire umano. E non lo guarderà con benevolenza a causa del difficile rapporto che il sapere psicoanalitico intrattiene con il sapere filosofico. Questo volume collettaneo, stando alle credenziali delle ultime pagine, è scritto da 10 filosofi e solo due psicoanalisti, nessuno dei quali affiliato alla casa madre del sapere freudiano.

L’establishment psicoanalitico è spesso irritato dagli apparentamenti con i filosofi perché teme che questi possano peggiorare la fama di fumosità di cui immeritatamente gode la psicoanalisi da parte della scienza delle cose, dei neuroni, dei virus. Chi pensa così tradisce la psicoanalisi e anche la filosofia, cioè la convinzione che le parole, i segni, toccano, graffiano, fanno sanguinare e suturano i corpi, e questo va gridato a testa alta.

 

La psicoanalisi istituzionale ama invece flirtare con le neuroscienze ma non si è mai azzardata a chiedere a un neuroscienziato cosa ne pensa del divano, dell’attenzione liberamente fluttuante, del rapporto della psicoanalisi con la mistica di Meister Eckart, della rinuncia a memoria e desiderio, cioè dei gioielli di casa, dei suoi fondamentali, anzi. Quando aspetta in sede il neuroscienziato prende tutta questa argenteria di famiglia e la ripone convulsamente nello sgabuzzino per ritirarla fuori nei seminari con gli allievi psicoanalisti in formazione. Al neuro scienziato porta in dote la formazione medico-neurologica del padre fondatore, il suo tentativo di individuare la ghiandola pineale nel suo Progetto per una psicologia, l’uroboro della neuropsicoanalisi e un neonato insegnamento di neuroscienze per gli aspiranti psicoanalisti in formazione.

Federico Leoni, che di questo volume è il curatore assieme a Riccardo Panattoni, sa che davvero qualcosa cambia, tra una parola che appartiene alla filosofia e una che appartiene alla psicoanalisi, ma nell’introduzione ci avverte che quello che distingue la parola è soprattutto il luogo e l’arredo da cui questa è pronunciata: esiste una parola psicoanalitica proferita da un analizzante sdraiato sul divano, una parola psicoanalitica proferita dall’analista dalla poltrona alle sue spalle e una parola psicoanalitica proferita da una cattedra universitaria o di una scuola di formazione.

 

La parola sdraiata, pronunciata dal divano della psicoanalisi in action, non si lascia insegnare, solo sperimentare. Questa affermazione da sola renderebbe illegittima l’operazione di questo volume che si presenta con riflessioni filosofiche, cioè universitarie, cioè a testa alta; illegittimo perché sarebbe autorizzato a parlare del lettino solo chi dal lettino ci è passato (poi magari qualcuno degli autori dal lettino è anche passato). “Sdràiati e poi puoi parlare del lettino” intimerebbe la psicoanalisi della filosofia, anzi, la psicoanalisi del filosofo. L’argomento è robusto, non c’è che dire. Ma il filosofo dal canto suo è libero, anzi è tenuto a fare la filosofia della psicoanalisi, è tenuto a formulare riflessioni filosofiche su quella gestalt particolare dell’uso della parola che è la seduta analitica con i suoi arredi e i suoi dispositivi; all’analista che parla dalla poltrona, a sua volta, terminata la seduta, corre l’obbligo di andarsela a studiare la filosofia della psicoanalisi e del divano, altrimenti anche un centravanti o un fioraio che si sono a suo tempo sdraiati per bene sul divano analitico possono sedersi e parlare dalla poltrona.

 

È per questo che la psicoanalisi istituzionale spesso dimentica la riflessione filosofica, o se questo aggettivo irrita, sapienziale sulle sue dotazioni fra cui, per esempio, il divano.

 E così questo volume va a riempire un vuoto di una riflessione profonda e senza quartiere su questo “leggendario pezzo di mobilia”, come lo definisce Judith Casper, che da solo dice psicoanalisi. Ecco, per concludere questa velata polemica, io domando all’establishment della società psicoanalitica italiana: non sarebbe più identitario istituire per i candidati in formazione un corso di divanologia analitica, magari adottando questo volume, piuttosto che un’infarinatura di amigdala e ippocampo? 

Il dio della lettura e dello studio mi ha giocato un tiro davvero beffardo. Ho letto, praticamente in sequenza il volume Divano e un articolo apparso recentemente sul “British journal of Psychiatry” dal titolo Disambiuguation of psychotherapy: a search for meaning. Gli autori dell’articolo si sono dannati l’anima per depurare il sapere e la pratica psicoterapica da tutto ciò che di vago e ambiguo connota la cura con le parole al fine di renderla univoca, comparabile, fornitrice di evidenze e, in definitiva, sovvenzionabile. Certo, dal “British Journal of Psychiatry” non mi aspettavo molto altro, so che loro quando pensano alla talking cure non pensano all’inconscio e al sogno, piuttosto alla cibernetica e al feedback negativo, ma questo non mi ha impedito di trovare l’articolo davvero spassoso, quasi comico. Leggere in successione Divano, ossia un volume che sancisce che far sdraiare i pazienti serve proprio a frequentare vaghezza, libera associazione, ambiguità, distanza, è stata un’esperienza lisergica, così lisergica che ho sentito il bisogno di ricapitolare la mia storia sul lettino e dietro di esso.

 

Ho trascorso un totale di 9 anni della mia vita in due analisi diverse, sdraiato sul divano per 4 volte a settimana. Un’esperienza enorme. Se dovessi dire a cosa è servita la mia esperienza analitica direi questo: ho imparato ad arrendermi. E da sdraiati è più facile perché lasciare andare è un’espressione primariamente muscolare, poi il resto. Ho impressa nella mia memoria la “foto” degli skyline che si presentavano, negli studi dei miei due analisti, ai miei occhi di sdraiato; non vi erano statuette egizie come nello studio della Bergasse 19, ma è a tutt’oggi vivida in me quella scenografia di oggetti, testimoni muti del mio tormentato transito analitico, da cui ho capito chi erano i miei analisti e che di essi mi potevo fidare.

 

 

Ricordo anche gli odori che il lettino emanava e pensavo a una stratificazione di dolori, parole e lacrime fra chi mi aveva preceduto, me e chi mi sarebbe succeduto su quei lettini. Questa fantasia di allora, vengo a sapere leggendo il contributo su Divano di Luciano De Fiore, è diventata una istallazione di “una coppia di artisti sudafricano-inglese, Broomberg&Chanarin, che parte da un’indagine di natura quasi forense del rivestimento del divano di Freud, commissionata dallo stesso Freud Museum. Lo spesso mucchio di tessuti e cuscini si è rivelato coperto da una polvere, invisibile e insistente, costituita per la maggior parte di cheratina, la principale proteina della pelle. Sottoponendola ad analisi spettrometrica, si è appurato che i tessuti del divano negli anni si sono andati ricoprendo di fibre di capelli e di particelle contenenti DNA umano. I due artisti hanno ingrandito e trasformato i reperti forensi ottenuti al microscopio in grandi arazzi, rispecchiando la scala e la trama della copertura originale”. 

Quando si dice “il Reale”!!!

 

Quando, verso la fine della mia prima analisi, iniziai le supervisioni con Luciana Bon de Matte, moglie dello psicoanalista cileno Ignacio Matte Blanco, non conoscevo l’aneddoto della fatica di Freud a sostenere lo sguardo dei pazienti che aveva dato origine all’uso del divano. Fu Bon de Matte a farmelo capire con domande severamente retoriche, nel suo perentorio accento sudamericano: “Lei non usa il lettino? E come crede di arrivare a fine serata? Intende disturbare con il suo sguardo tutti i suoi pazienti?” Qualche volta, in verità, avevo fantasticato di adottare il lettino ma sentivo la mia fantasticheria alla stregua di un bambino di tre anni, in pigiama, che ciabatta nei mocassini 44 del padre per sentirsi grande. E invece l’ammonimento di Bon de Matte per me suonò come un’autorizzazione senza la quale non mi sarei mai permesso di usare il divano. Comprai una chaise longue indonesiana in tek e bambù ricoperta da un materassino che ancora onora il mio studio dopo 25 anni.

Quando ho invitato i pazienti a sdraiarsi sul lettino ho visto un mondo nuovo. La mia identità, il mio assetto in seduta diventarono immediatamente più stabili. Mi sentii più coraggioso, più creativo, anche più attento e imparai un uso più funzionale del silenzio. E poi Freud aveva ragione: mi stancai molto meno. Mi capitò di dover interagire con analizzanti che facevano una enorme fatica a sdraiarsi e il mio maestro di allora, lo psicoanalista italo-brasiliano Armando Ferrari, mi disse: “Caro dr. Walter, alcuni pazienti sul lettino si sentono come una tartaruga ribaltata sul guscio che si agita muovendo a vuoto le zampe e che non va da nessuna parte. È spacciata. Lei li deve aiutare. Se può servire, ricordi ai suoi pazienti che non c’è nulla da temere perché la cosa peggiore è che cadano dal divano ma il divano è a un’altezza di meno di mezzo metro da terra. Non succederebbe nulla!”

 

Un altro personaggio singolare che apparve nelle sedute con i miei pazienti fu il borborigmo intestinale il cui suono, durante i silenzi era chiaro ed inequivocabile. La mia personale esperienza clinica mi dice che il borborigmo segue spesso a una presa d’atto importante e tuttavia mi capitò un paziente che al terzo borborigmo si affibbiò un pugno sulla pancia e mi disse: “Questi non sono fatti suoi!” Si alzò e se ne andò.

Ma allora, cosa fa l’analista nella stanza di analisi? Semplice: fa atti analitici, e invitare il paziente a sdraiarsi e a partecipare a un setting così bizzarro è il primo potente atto analitico che si dà senza nemmeno una parola nella stanza di analisi.

Ma cosa può un divano? ci chiedevamo qualche riga fa. Il divano smonta sostanzialmente due asset dell’umano vivere e della relazione ordinaria: postura e sguardo, mettendole entrambe a riposo. Il volume Divano ha il non trascurabile merito di offrire una smisurata messe di riflessioni su questi due asset e così alla domanda di Pelgreffi sono offerte una marea di risposte: il divano nella stanza di analisi può e fa un sacco di cose! Il divano analitico è un inedito dispositivo del registro del vedere e della postura che consente operazioni di conoscenza altrimenti inaccessibili. L’uomo della strada potrà legittimamente eccepire che i dispositivi e i setting che possono mostrare cose inedite e legate al proprio specifico sono infiniti: setting in piedi, camminando (celebre l’analisi di Freud con Gustav Mahler: una passeggiata di 3-4 ore) a cavallo (ippoterapia), con l’asino (onoterapia), con la musica, (musicoterapia) … Vero. Io lascio la replica a Panattoni: “Per questo ogni singolo dispositivo stabilisce un suo specifico regime di luce, e anche il divano non può che averne uno tutto suo: è il modo in cui lascia cadere la luce esattamente in quel punto dove si smorza e al tempo stesso si diffonde, si contrae e insieme si distende, distribuendo regimi variabili tra il visibile e l’invisibile”.

 

La psicoanalisi, fra tutti i setting, ha un pregiudizio che è questo: più disinstalli muscoli, vista (divano!), ma a ben vedere tutta la sensorialità, più ti può accadere di dormire e sognare. E la psicoanalisi nasce proprio lì. Il divano analitico funziona per via di levare perché la psicoanalisi, in fondo, è l’esercizio e la pratica di qualcosa che manca e non di qualcosa che c’è. La parola dal divano non è una parola guarita ma una parola in deroga. Il rapporto fra attività muscolare e pensiero vive nell’animale non umano un rapporto di coincidenza: l’animale fa quello che pensa e pensa quello che fa. Nell’animale umano, invece, vige una proporzione inversa: l’attivazione muscolare surroga il pensiero e, soprattutto, viceversa. Meno sono attivi i muscoli maggiore è l’attività di rappresentazione fino alla meravigliosa prodezza del sogno: nella fase REM del sonno tutti i muscoli sono letteralmente paralizzati tranne quelli degli occhi che vedono quello che non c’è. Il lettino è il dispositivo oculo-muscolare che, per via di levare, tenta il più possibile di diventare fase REM, cioè sogno, cioè battistero della psicoanalisi. (Con questo pensiero abbiamo detto anche qualcosa di interdisciplinare così siamo più presentabili in società).

 

E la vista? In una pratica massimamente intro-spettiva, la vista – cioè la pratica extra-ispettiva per eccellenza – non può che essere di disturbo. La vista ci dà un sacco di notizie utili per vivere. Vero, eppure il cieco Tiresia aveva già capito tutto molto più e molto meglio di quell’ingenuo di Edipo, che alla fine, quando capisce, provvede a sua volta a disfarsi della vista. La mitologia è piena di ciechi che vedono meglio dei vedenti. Altrove ho scritto che la coppia analitica non va da nessuna parte. Sono due persone che camminano a ritroso rispetto al senso di marcia di cui una, ci si augura, già avvezza a farlo. Camminare all’indietro comporta che quello che si vede è già passato, è in ritardo e può solo dare vaghe e incerte indicazioni su dove si è e cosa ci si può aspettare perché questo significa abitare un corpo soprattutto se emozionato. Occorre diventare chiaroveggenti, direbbe Silvia Vizzardelli.

Guardarsi in volto nella stanza di analisi è puro riverbero perché lo sguardo non vede “L’altro” ma vede “L’altro vedermi”, generando quella tremenda escalation infinita degli specchi giustapposti. Sul divano, invece si è in un certo senso da soli e senza specchio. Quanto alla solitudine, la distanza generata dal divano è l’opportunità di scommettere, come dice ancora Vizzardelli, su una nuova concezione di legame e di relazione che preveda discontinuità, distanza, finanche baratro e assenza senza perdere la sua intima natura di legame.

 

Lo specchio, invece, è un altro significante che da solo richiederebbe un volume. Il volto dell’altro classicamente vicaria lo specchio (anzi in età neonatale, lo precede) e parlare a un altro presente ma non-vedibile come accade dal divano nella stanza di analisi è come pettinarsi o radersi senza specchio: manca una certificazione, cosicché essere pettinati o ben rasati esce dal dominio del dato osservato per entrare in quello del vissuto, del convincimento e della speranza. Questa mancanza in psicoanalisi è mancanza feconda, creativa. Si obietterà che anche le parole pronunciate, l’intonazione della voce, il silenzio possono avere una funzione speculare. Vero, ma l’ordine delle parole pronunciate e ascoltate non esprime quella arroganza tutta fascista della vista che pretende di dire la parola finale sulla verità, magari grazie a una foto o un video sullo smartphone.

Per chiudere. L’analista che studia Divano domani tornerà in studio e getterà uno sguardo fugace e abitudinario sul mobilio così familiare. Poi tornerà con lo sguardo al divano, si soffermerà e dopo un po’ lo vedrà tremare, un’energia tellurica pronta a esplodere come la scatola di Jumanji, quel gioco da tavolo di un film di tanti anni fa, fatto di rischiose avventure e pericoli esotici che risucchiava dentro il suo artificio l’ingenua famigliola di giocatori.

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