Enzo Mari: design della vita activa

Ero intenta a scrivere la recensione della grande mostra che Triennale gli ha dedicato, quando è giunta, improvvisa e terribile, la notizia della scomparsa di Enzo Mari. Il mondo della cultura e del design è orfano di un padre, anzi, di un gigante, come lo ha definito Stefano Boeri che per primo ne ha dato l'annuncio. Ed Enzo Mari gigante lo è stato di sicuro, e generoso per giunta, fino all'ultimo, anche nell'aver atteso, prima di lasciarci, che si inaugurasse la mostra con la quale si è congedato dal mondo, lasciandogli in eredità la sua lezione e l'esito del suo lavoro. Un dono d'amore, il suo, e di fiducia in quanti verranno dopo di lui, a camminare seguendo le sue orme (e sono già molti), oppure a contestarne il messaggio, al quale, comunque, nessuno può restare indifferente. Questa mostra, infatti, non è una semplice mostra, ma è l'annuncio della donazione che l'artista aveva recentemente fatto del suo immenso archivio al Comune di Milano, il quale lo conserverà, accanto agli altri archivi già parte del suo patrimonio, nel Casva (Centro Alti Studi sulle Arti Visive sull’Architettura e sul Design). Quello di Enzo Mari è un archivio composto da oltre 2.000 pezzi, il cui valore è stato stimato in mezzo milione di euro. Lo compongono oggetti, prototipi, progetti, fotografie, documenti, libri e scritti, messi a punto dall’artista (ma è riduttivo definirlo così!) in sessant'anni di carriera, dei quali circa 250 si possono attualmente ammirare al Palazzo dell'Arte.

Come ha dichiarato Filippo Del Corno, assessore alla cultura della municipalità meneghina, nella conferenza stampa di presentazione della mostra in Triennale, l'intero Casva, attualmente ospitato al Castello Sforzesco, sarà presto trasferito nel vasto spazio che gli sarà dedicato nell'area dell’ex mercato di via Isernia al QT8, archivio Mari compreso. A breve, infatti, inizieranno i lavori di riqualificazione urbana già decisi da tempo.

L’archivio, per volontà dello stesso Mari, sarà però consultabile dal pubblico soltanto fra quarant’anni, "Questo perché, secondo le sue più ottimistiche ipotesi, solo tra quarant’anni una nuova generazione, 'non degradata come quella odierna', potrà farne un uso consapevole e riprendere così in mano il significato profondo delle cose", scrive Stefano Boeri nel catalogo che accompagna la mostra (edito da Electa).

 

Trasferitosi a Milano dalla nativa Cerano, in provincia di Novara, Enzo Mari (27 aprile 1932-19 ottobre 2020) frequenta l'Accademia di Brera, legandosi presto al gruppo di artisti che avevano dato vita alla corrente dell'Arte Cinetica e Programmata, e, nel 1955, aderisce al MAC (Movimento di Arte Concreta) con Max Bill e Bruno Munari. Avendo quest'ultimo decretato la fine della pittura, sosteneva che la creatività dovesse essere convogliata verso la produzione di oggetti d’uso su scala industriale ed è così che Enzo Mari si avvicina al design. Ma ci fu anche un'altra forte motivazione a indurlo a optare per questa scelta di campo: la sua fede politica. Mari, infatti ha sempre visto nel disegno industriale un portato diretto dello spirito del socialismo, che lo condurrà, ben presto, a sostenere la necessità dell'auto-progettazione (indipendente, quindi, dai diktat merceologici dell'industria) e dell'auto-produzione (rivalutando così anche la manualità artigianale), che tanto seguito stanno avendo oggi tra i giovani designer non solo italiani.

A tale proposito non si può non ricordare che la sua fede politica ("Io sono comunista", era solito rivendicare con orgoglio) ha sempre nutrito e informato la sua ricerca, anche con episodi di presa di posizione personale, come, ad esempio, l'occupazione della Triennale del 1968, o il suo rifiuto di esporre alla Biennale di Venezia e a Documenta quello stesso anno. O ancora la sua adesione al cosiddetto contro-design (così come la sua ricerca è stata impropriamente classificata nella famosa mostra The New Domestic Landscape, curata da Emilio Ambasz, al MoMA nel 1972). A sorreggerlo costantemente in tutte le sue scelte di progetto e di comportamento è stata la sua intransigenza politica. E ciò è talmente vero che si può ben dire di come Enzo Mari nella sua vita privata e nel suo cammino professionale abbia sempre ampiamente attuato le tre dimensioni della vita activa (lavoro, opera e azione) descritte da Hannah Arendt. Era infatti il lavoro ad essere da lui concepito quale dimensione centrale della vita, cui ha sempre fatto conseguire la realizzazione dell'opera, a volte persino la sua produzione. Infine, per lui l'azione si è sempre espletata nella libertà e nella politica.

“Forma è ciò che è, non ciò che sembra, per questo è necessario parlare del lavoro che la realizza” era uno slogan che Mari ripeteva continuamente e che compare nel frontespizio del notiziario pubblicato da Triennale in occasione della mostra a lui dedicata dal titolo Lavoro al centro (1999/2000).

“Forse esagero con l'idea di purismo”, ha dichiarato un giorno Enzo Mari in un’intervista, “ma sono convinto che nella forma vada eliminato il superfluo per ritrovarla povera, essenziale."

"Gli oggetti non devono piacere a tutti, devono servire a tutti", sosteneva poi, perciò i suoi sono lontani anni luce dal Good Design che ha reso famosa l’Italia nel mondo.

 


Bacheche della mostra contenenti ricerche, schizzi, progetti e prototipi


"Ciò che lo infastidiva di più – ha dichiarato Hans Ulrich Obrist, curatore, insieme a Francesca Giacomelli dell’attuale rassegna milanese, con l’allestimento di Paolo Ulian – era che il mondo del design puntasse al profitto: voleva liberarsi di questa idea di guadagno, di commercializzazione, di industria, di marchi, persino di pubblicità. Perché, secondo Mari, il design è tale soltanto se comunica anche conoscenza."

Per questo egli avversava pubblicamente tutti i designer che permettevano alle loro immagini pubbliche di oscurare il loro lavoro chiamandoli "prostitute pubblicitarie".

 


Nanda Vigo, i 16 animali di Enzo Mari, sculture sospese il tubolare al neon, atrio della Triennale, preludo alla mostra Enzo Mari curated by Hans Ulrich Obrist


Ci sono cose che hanno fatto parte della vita dei nati negli anni cinquanta fin dalla loro infanzia, cose che li hanno aiutati a crescere, e non solo d'età, che hanno contribuito a formarne l'essenza, che sono loro divenute consustanziali, insomma. Fra di esse, insieme alle Fiabe italiane di Italo Calvino (Einaudi 1956) e a quelle di Gianni Rodari (di cui il 23 ottobre si celebrerà il centenario della nascita), ci sono indubbiamente i 16 animali di Enzo Mari (Danese, 1957).

E di certo Nanda Vigo non ignorava che, successivamente, essi hanno contribuito a educare-giocando intere generazioni, se, poco prima di lasciarci, li ha scelti come immagine simbolo per rendere omaggio all'amico artista-designer-polemista-politico.

Ed ecco allora i 16 animali, coloratissimi e giganteschi nella sua versione al neon, penzolare dal soffitto dell'atrio della Triennale ad accogliere il visitatore della rassegna che l'istituzione milanese dedica al loro autore.

Enzo Mari curated by Hans Ulrich Obrist vi si può vedere fino al 13 aprile 2021 e ne vale veramente la pena, perché è davvero una mostra speciale, che, secondo il dettato del poliedrico protagonista della cultura del nostro tempo cui è dedicata, educa divertendo, ma soprattutto essa ci offre un suo ritratto a 360°, realizzato anche grazie al contributo fondamentale di Lea Vergine, sua compagna di vita dal 1966.

 


Alcuni scorci della mostra Enzo Mari curated by Hans Ulrich Obrist in Triennale


La mostra ha un titolo che può apparire curioso, oppure ridondante, di certo è insolito unire con identico rilievo (compreso quello grafico) il nome del personaggio cui l'evento espositivo è dedicato a quello del suo curatore. Si tratta, in realtà, di un nuovo trend inaugurato da Triennale in questa occasione, che proporrà rassegne 'a due voci', in cui la lettura critica delle opere esposte avrà la medesima pregnanza della poetica dell'artista che le ha realizzate.

Per Enzo Mari è stato scelto Hans Ulrich Obrist, che per oltre vent’anni è stato un suo interlocutore costante e privilegiato, fin da quando i due si sono conosciuti allo IUAV, durante una seminario. "Ho incontrato Enzo Mari grazie a Stefano Boeri" ha dichiarato Obrist. "Boeri aveva organizzato una serata con i grandi maestri del design e così l'ho conosciuto. Mari stava polemizzando contro il branded design e la discussione mi ha subito interessato".

La prima parte della mostra è la riproposizione integrale, allestimento a parte, della grande retrospettiva curata da Francesca Giacomelli alla GAM di Torino a cavallo fra il 2008 e il 2009; segue poi una sezione di approfondimento, dedicata ai progetti, una piattaforma di ricerca in cui sono esposti schizzi, studi e riflessioni del maestro. Una terza area è invece dedicata alla riproposizione dell'allestimento di Mari del 2011 per la Fondation Cartier di Parigi (con cui Triennale inizia da ora una collaborazione che durerà otto anni).

Video proiettati in ‘anfratti’ del grande spazio al pianterreno del Palazzo di Muzio, permettono poi di seguire varie interviste rilasciate dal maestro nel tempo. In serrato dialogo con le sue opere, compaiono infine quelle, scelte dal curatore, di giovani artisti e designer internazionali, che si sono mossi sulla sua scia: Adelita Husni-Bey, Tacita Dean, Dominique Gonzalez-Foerster, Mimmo Jodice, Dozie Kanu, Adrian Paci, Barbara Stauffacher Solomon, Rirkrit Tiravanija e Danh Vō.

 

Grazie ai suoi studi e alle sue ricerche Enzo Mari ha meritato, nel 1967, il suo primo Compasso d'Oro (dei 5 che ha conseguito, di cui l'ultimo alla carriera, assegnatogli nel 2011) con la seguente motivazione: per le "ricerche individuali sul design".

In proposito, così ha annotato lo stesso Mari nella propria autobiografia, 25 modi per piantare un chiodo, pubblicata da Mondadori nel 2011: "Sono felice che a me venga assegnato per le ricerche individuali, anziché per un oggetto."

 

Nella sua lunga vita professionale Enzo Mari ha comunque realizzato moltissimi oggetti per Alessi, Artemide, Danese, Driade, Ideal Standard, Olivetti, Zanotta, Gavina, Gabbianelli. Molti di essi sono esposti nei principali musei di arte e design del mondo, dal MoMA di New York, alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, dal Moderna Museet di Stoccolma, allo Stedelijk Museum di Amsterdam, al Triennale Design Museum di Milano.

Fra i suoi pezzi più noti si ricordano: 16 animali (Danese, 1957) di cui si è detto; Timor, calendario perpetuo (Danese, 1967); Borneo, posacenere (Danese, 1967); Java, zuccheriera-formaggiera (1968); Soft Soft, sedie (Driade, 1972); Tonietta, sedia per Zanotta (1985); Paolina, sedia in legno (Pozzi e Verga, 1986); Hot-dog e Altino (Lema, 1988); le pentole Copernico e le posate Piuma (Zani&Zani, 1990); contenitori per la casa (Zanotta, 1994); Eretteo, portaombrelli (Magis, 2000); Pronto, appendiabiti, (Magis, 2002).

 

Nella foto scelta per il profilo, Mari si affaccia da una porta, verde come un prato fertile, e pare ammiccare, salutando con quello che sembra più un arrivederci che non un addio, perché, nonostante avesse un caratteraccio, brusco e polemico, sapeva di aver fatto un ottimo lavoro, gettando semi e coltivandoli in un campo del design "no OGM", quello puro dell'auto-progettazione e dell'auto-produzione, che soltanto oggi comincia a dare i suoi frutti, etica compresa.

Grazie, maestro.

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