Facebook: l'inchiesta finale

Due libri, di cui si consiglia una proficua lettura parallela, conducono nello strapotere di Facebook e ne analizzano l'influenza, fino a qualificare questa app, rappresentativa perché nata prima degli altri social network, come uno dei responsabili di un risvolto sociologico, la solitudine, che sta diventando un preoccupante problema della nostra epoca.

Facebook: l'inchiesta finale (Einaudi, 2021) è il libro di Sheera Frenkel e Cecilia Kang che riunisce i reportage delle due giornaliste statunitensi, scritti per il New York Times, sull'ingerenza della Russia nelle elezioni americane del trionfo trumpiano. Il secolo della solitudine, dell'inglese Noreena Hertz (Il Saggiatore, 2021), è invece l'analisi dettagliata dell'isolamento a tutti i livelli creato dal nuovo capitalismo digitale, che influisce pesantemente sull'attuale condizione umana.

 

Tutti e due i libri parlano della contemporaneità, segnata dalla comunicazione tautologica dei nuovi media e dalle nuove possibilità offerte dallo sviluppo tecnologico che li traghettano, dall'essere tradizionali mezzi di diffusione di notizie, verso "mondi" sempre più simili a uno specchio di rifrazione dei nostri comportamenti. Ambedue colpiscono per il metodo, molto anglosassone, dell'accumulo: An Ugly Truth (una orribile verità, come suona il titolo originale del libro Einaudi, tradotto da Alessandra Maestrini e Maria Grazia Perugini) è il resoconto di oltre mille ore di interviste a più di quattrocento persone, dipendenti, investitori, consulenti di Facebook, ai loro amici e ai loro familiari; The Lonely Century (tradotto da Luigi Muneratto) è uno studio complesso, condotto dalla Hertz, economista e consulente per multinazionali e organizzazioni non governative, docente all'Università di Cambridge, senza cedere a tentazioni accademiche, ma illustrando uno spaccato sociologico in modo avvincente, seppur sostenuto da ricerche e ricco di dati.

 

"Facebook è il più grande laboratorio del mondo, con un quarto della popolazione mondiale usata come cavia" esordiscono Sheera Frenkel e Cecilia Kang. All'inizio sosteneva i democratici, economicamente e politicamente, tanto da essere considerato inattendibile dai repubblicani, sempre più diffidenti sulla neutralità di questa piattaforma. Ma, nel 2018 Mark Zuckerberg, il fondatore, viene accusato di aver trasformato Facebook in un monopolio pericolosissimo per la democrazia, non avendo fatto niente per arginare il populismo trumpista e le fake news diffuse capillarmente, ormai è appurato, dai russi contro Hillary Clinton e a sostegno di Trump. Le autrici ripercorrono la nascita di questo social network, inventato da un universitario ventenne figlio di un dentista, estremamente competitivo ma con scarso senso degli affari. Ed è anche la storia di una donna, più vecchia di una decina d'anni di Zuckerberg, Sheryl Sandberg, che lo affiancherà per sviluppare la redditività del social, inventando nuovi business e mettendo a frutto la sua precedente esperienza in Google e la sua agenda di contatti delle principali imprese industriali americane. Prima donna a entrare nel consiglio di amministrazione di Facebook, dove oggi ricopre ancora la carica di Direttrice Operativa, la sua è la storia di una battaglia di genere, per entrare nel circolo chiuso ed estremamente maschilista del social network e riuscire ad esercitare un'influenza decisionale, combattendo con i colleghi uomini, più pagati di lei e più ascoltati.

 

Di questa disuguaglianza, comune negli uffici della Silicon Valley, parla anche un recente romanzo di Anna Wiener, La valle oscura (Adelphi, 2020). Molta retorica sugli inizi di Facebook: l'abbigliamento casual di Zuckerberg che presiedeva riunioni a piedi nudi, il rifiuto di alcuni simboli, per esempio la macchina con autista, tipici del top management dei media tradizionali, l'arredamento delle loro case spartane, un tavolino, due sedie e un futon sul pavimento; tutto serve per connotare il Facebook degli inizi come una idealistica e umanistica impresa tecnologica, la cui mission, come Zuckerberg ripeterà sempre, anche davanti al Congresso che lo interrogava sull'hackeraggio russo, era semplicemente "mettere in contatto le persone, dare loro il potere di costruire una comunità e avvicinarsi di più al mondo". Come questo nobile proposito sia naufragato è il racconto pieno di colpi di scena di questo libro che fa nascere la deriva populista da una frase di Monika Bickert (Head of Global policy di Facebook): a proposito di un video profondamente razzista e antimusulmano di Trump, pubblicato su Facebook, disse che "non sarebbe stato rimosso".

 

La gente, sosteneva, era in grado di giudicare da sé quelle parole. Da quel momento sarà una corsa isterica a cercare giustificazioni per la sinecura, per aver omesso i controlli, in un turbinio di studi legali, lobbisti e uffici stampa, con l'identificazione di un capro espiatorio, Alex Stamos, capo della sicurezza di Facebook, accusato di non aver reagito all'offensiva russa, fino all'audizione di Zuckerberg in Parlamento. Il cinismo con cui vengono diffuse le fake news, l'atteggiamento neutrale di Facebook che finisce per favorire il populismo è anche uno dei temi di Il secolo della solitudine.

 

 

Qui il populismo è messo in relazione all'aumento della disoccupazione e della povertà, che generano solitudine, "sempre di più esperienza quotidiana delle masse crescenti", come scrisse Hannah Arendt della Germania d'anteguerra, citata dalla Hertz. Ma oggi il populismo affonda nell'isolamento della divisione incoraggiata dai social, nella diffusione di fake news dirette alle persone più semplici, con gradi di istruzione bassi, nella politica della diffidenza, nella sfiducia totale nel welfare, e attecchisce soprattutto nella classe operaia, che non trova più ascolto, come un tempo, nei partiti socialisti e preferisce rispondere a chi promette qualcosa subito, che serva ad alleviare il disagio economico, con una mancanza di spinta ideale che non si era mai vista. L'assenza di stabilità economica spinge nella solitudine.

 

Ma rende ancora più sole le classi subalterne, la sensazione che a nessuno importi delle loro difficoltà, soprattutto a chi si trova in una posizione di potere. "È stata questa la grande conquista di Trump, convincere tanta gente che era al centro dei suoi pensieri", scrive l'autrice. L'uso spregiudicato di Facebook, l'assist di Putin con la sua campagna contro la Clinton, hanno fatto il resto. Ma il libro è un elenco, scritto in modo piano e accattivante, di come la solitudine ci attanaglia, in questo secolo che ha visto la pandemia fornire un valido supporto alla tendenza a isolarsi: oggi si può affittare un'amica per andare a fare shopping, gli anziani scelgono addirittura, spinti dalla solitudine, di commettere piccoli reati per essere rinchiusi in carcere, dove possono ritrovare una parvenza di comunità. E poi la solitudine dei millennial che non hanno più amici veri, ma solo virtuali; la solitudine che spinge al razzismo, perché se ti abitui a stare solo, non riuscirai più a condividere i tuoi interessi con qualcuno e ad essere incuriosito dal "diverso da te". Parole collettivistiche come "appartenere", "dovere", "condividere", "insieme" sono state progressivamente soppiantate da parole e frasi individualistiche. Anche i testi delle canzoni pop, dice la Herz, hanno visto una sostituzione di un pronome come "noi", diventato rapidamente "io" e "me".

 

Se i Queen, nel 1977, cantavano "We are the champions" e David Bowie "We could be heroes", oggi Kanye West canta "I am a God", mentre la canzone da record del 2018 "thank u, next" di Ariana Grande era stata scritta come una canzone d'amore a se stessa. Cercare le cause di questa progressiva autoesclusione contemporanea fino all'esaltazione dell'io nel neoliberismo oggi dominante, non è così difficile: l'enfasi sulle libertà di ciascuno, il libero mercato, la libertà dei governi dalle interferenze dei sindacati e delle organizzazioni dei lavoratori, ci hanno condotto verso un modello di società che ha tempo solo per i vincenti, mentre si sgretolano le reti di sicurezza sociale e si disintegra il concetto di comunità. “Il capitalismo neoliberista non è mai stato solo una politica economica, come Margareth Tatcher ha messo in chiaro nel 1981, quando disse al Sunday Times: ‘L'economia è il metodo, l'obiettivo è cambiare il cuore e l'anima’”, scrive la Hertz.  È quello che fanno i social, sempre più padroni dell'anima dei follower, che ci rinchiudono nella nostra stanza in città sempre più solitarie, dove la Hertz ha sperimentato di camminare contando le persone che posavano anche per un attimo lo sguardo su di lei e dopo cinquanta che la incrociano senza vederla si è stancata di contare. Il lavoro negli open space che spingono alla riservatezza per non farsi sentire nelle telefonate, fino a fare degli impiegati, spinti artatamente alla condivisione dello spazio di lavoro, degli emarginati soli tra tanta gente.

 

I capitoli si susseguono, arricchiti da un apparato scientifico di note (e il libro ha anche un utilissimo e inconsueto "indice analitico"), prendendo in esame la velocità, gli schermi degli smartphone – anticipati dal vecchio caleidoscopio, che prometteva visioni sempre diverse nella solitudine dello sguardo; le panchine con i braccioli nei parchi: un modo subdolo per impedire ai senzatetto di sdraiarsi; il tempo che si perde nel comporre "un tweet perfetto" e le versioni inautentiche di noi stessi che veicoliamo attraverso Facebook e Instagram; i colloqui di lavoro sulle piattaforme, senza incontrare nessuno; Alexa e Elektro, il nostro allenamento a convivere con i robot, come magistralmente raccontato da Kazuo Ishiguro in Klara e il Sole (Einaudi, 2021), fino al ruolo che i governi dovrebbero avere per contrastare la solitudine. Questo libro è bello anche perché Noreena Hertz non si limita a spiegare, snocciolando molti dati, perché questo è il secolo della solitudine, un'altra orribile verità, parafrasando il titolo originale di Facebook, l'inchiesta finale.

 

Lei dedica alcuni capitoli a prefigurare soluzioni, in uno sforzo di generosa ricerca di cosa si dovrebbe fare per arginare questo male crescente della nostra vita civile. Perché il futuro è nelle nostre mani e sarà nostro compito riconciliare il capitalismo con la comunità e l'interesse non astratto verso le persone: servirà, dice la Hertz, un cambiamento delle priorità legislative e finanziarie, un reale impegno dei politici per realizzare la giustizia sociale, contro ogni tipo di razzismo. In generale è necessario un cambio di mentalità, sforzarci di tornare cittadini, invece di essere solo consumatori, passare da egoisti a altruisti, da osservatori indifferenti a partecipanti attivi, accettare che ciò che è meglio per la collettività a volte non coincide con il nostro immediato interesse personale. Abolire la distanza tra anima e mondo, insomma: una sfida difficile, conclude Noreena Hertz.

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