The Families of Man al MAR di Aosta

Ci sono mostre che proiettano ombre lunghe davanti a sé, e una di queste è senz’altro The Family of Man, ideata e organizzata nel 1955 da Edward Steichen al MoMa di New York.

Una mostra-evento ormai leggendaria che simboleggia un certo modo di concepire la fotografia, e anche la realtà, in una precisa congiuntura storica. The Family of Man vede la luce infatti in un momento particolare: la Seconda Guerra mondiale è finita da poco, e il ricordo dei suoi orrori e delle sue atrocità è ancora ben vivido, accompagnato dalle tensioni dovute alla cosiddetta guerra fredda. Nello stesso tempo, però, negli anni Cinquanta l’Occidente vive una fase di grande progresso e benessere, che genera un sentimento di ottimismo e di fiducia nel futuro. L’intento dell’operazione di Steichen era chiaro, e dichiarato: “Siamo interessati alla coscienza umana di base più che alla coscienza sociale”, si legge in un comunicato stampa dell’epoca; e ancora: “[…] E’ essenziale tenere a mente gli elementi e gli aspetti universali delle relazioni umane e le esperienze comuni a tutto il genere umano […]”.

 

L’obiettivo era quello di celebrare la dignità umana nel suo complesso e i valori di pace e speranza per una rinascita all’insegna di un nuovo umanesimo globale. E di farlo attraverso la fotografia, ritenuta ancora uno strumento di rappresentazione oggettiva e non ideologica, uno specchio fedele e imparziale della realtà.

Si tratta di un evento epocale nella sua portata (The Family of Man era stata espressamente pensata come itinerante, e durante il suo tour mondiale venne visitata da più di 9 milioni di persone), quanto problematico nel suo approccio, che sembra propendere verso una riflessione e una visione collocata fuori dalla storia. Come osserva Susan Sontag in L’America vista nello specchio scuro della fotografia, contenuto all’interno del celeberrimo Sulla fotografia, questo tipo di narrazione, tesa a dimostrare che “l’umanità è ‘una’”, che gli individui sono accomunati da un unico destino, che “nascono, lavorano, ridono e muoiono dappertutto nella stessa maniera” rischia di impedire “una comprensione storica della realtà.” Non a caso, infatti, le fotografie non riportavano né date, né luoghi o indicazioni di soggetti, ma unicamente il nome del fotografo, della sua nazione di provenienza e della rivista o dell’agenzia di riferimento. 

 

Ferdinando Scianna, Marpessa e Gemelle, 1987 negativo bianco e nero, stampa digitale © Ferdinando Scianna.


Ed è proprio su questa ultima riflessione che si innesta, ribaltandone il punto di vista, la mostra The Families of Man, curata da Elio Grazioli e Walter Guadagnini al Museo Archeologico Regionale di Aosta.

Il riferimento all’esposizione del 1955 è evidente ed immediato, e tuttavia questo progetto, ideato e realizzato dalla casa editrice Electa, pur conservando la preziosa memoria dell’evento, la inserisce in un orizzonte storico e culturale totalmente diverso, che si palesa in prima battuta nella spiccata attitudine cronologica della mostra di Aosta.

A far da guida infatti in questo caso sono proprio le date, quelle fondamentali che hanno scandito la storia più recente, raggruppate in tre assi temporali portanti: 1989-2000, 2001-2019, 2020, arrivando quindi fino alla contemporaneità più recente.

 

Il percorso di mostra guarda a questo trentennio, che sancisce il termine del secolo breve di Hobsbawm ed è segnato da grandi trasformazioni sociali, economiche e culturali. Attraverso un centinaio di opere di 57 fotografi italiani si delinea un racconto per immagini dei più significativi sviluppi della società a cavallo del nuovo millennio. A loro volta, questi tre macrocapitoli sono suddivisi in 11 sezioni tematiche, che spaziano dalla politica all’ecologia, dalla società alla diversità di genere, passando, tra gli altri, per il made in Italy e la tecnologia, e arrivando fino all’attuale emergenza sanitaria. L’idea è quella di ripercorrere, anche grazie all’ausilio di fotografie di cronaca, quegli eventi che hanno portato alla fine della modernità, che hanno modellato un mondo iperconnesso e liquido, e che hanno visto l’intero globo confrontarsi con una pandemia senza precedenti.

 

Paolo Pellegrin, I nipotini di Sevla, Sidney e Chanel, giocano nel suo giardino. Sevla, matriarca di una grande famiglia di rom bosniaci, si è trasferita in Italia negli anni Ottanta. Alcuni decenni, nove figli, e tre generazioni più tardi, lei e il suo clan vivono ancora a Roma, Roma, 2015, stampa fine art a getto d’inchiostro su carta cotone Hahnemühle © Paolo Pellegrin/Magnum Photos


The Families of man si apre con l’iconica fotografia di Luigi Ghirri che immortala un’anziana coppia, vista di spalle, che si dirige verso un paesaggio bellissimo e vagamente irreale (e che evoca la altrettanto famosa fotografia di chiusura della mostra newyorkese, The Walk to Paradise Garden di Eugene Smith) e si conclude con le fotografie di Letizia Battaglia, che, cariche di attese, scrutano (e forse immaginano) l’orizzonte a venire. Nel mezzo si collocano tre generazioni di fotografi e artisti visuali, tra cui Ferdinando Scianna, Gianni Berengo Gardin, Olivo Barbieri, Paolo Pellegrin, Armin Linke, Francesco Jodice, Paola De Pietri, Paola di Bello, Giovanni Gastel, Ottonella Mocellin e Nicola Pelligrini, Nicolò De Giorgis, Sara Benaglia, Giorgio Di Noto, Irene Fenara, Alba Zari, solo per citarne alcuni.

 

La scelta di esporre esclusivamente autori italiani è guidata dalla volontà di mostrare come la cultura fotografica italiana abbia saputo interrogarsi ed interpretare i grandi temi e i grandi eventi storici.

Le immagini di questi artisti raccontano i mutamenti di un’epoca complessa come quella contemporanea e nello stesso tempo sono lo specchio delle enormi possibilità del linguaggio fotografico, e dei suoi cambiamenti interni. Sotto la spinta della rivoluzione digitale e dell’automazione della visione, la fotografia si è trovata negli ultimi anni a dover ripensare e ridefinire il proprio statuto e i propri confini, fino ad arrivare a definizioni espanse come quella di seeing machines.

 

Sara Benaglia, Erasure Test. H6 - Mary Patrizio, 2019, stampa inkjet su carta baritata sotto vetro acrilico © Sara Benaglia


Dopo il 1989 il mondo non è stato più lo stesso: con la caduta del muro di Berlino vengono riscritti destini e assetti geopolitici. Si tratta di un evento inatteso, che sancisce la fine di un’era: come ricordano Tommaso Detti e Giovanni Gozzini in L’età del disordine, fino a quel momento “analisti e politici occidentali erano convinti in larghissima maggioranza che il blocco dei paesi comunisti europei avrebbe potuto sopravvivere ancora a lungo.” 

Negli anni a venire i cambiamenti si susseguono rapidi, come testimoniano le fotografie di Carlo Valsecchi, che ci mostra i luoghi di una realtà lavorativa evoluta e tecnologicamente avanzata, ben diversa dai ritratti di fabbriche di Gabriele Basilico. Sono i decenni in cui esplode il fenomeno migratorio di massa, tematica esplorata, con due approcci completamente diversi, da Oliviero Toscani e da Adrian Paci, e in cui le città cambiano pelle, si trasformano, come ci racconta Luca Campigotto.

 

Adrian Paci, Centro di permanenza temporanea, 2007, fotografia su carta, Courtesy l’artista, Peter Kilchmann Gallery, Zurigo e Kaufmann Repetto, Milano/New York.


Un’altra data-spartiacque è il 2001, quando l’attentato alle Twin Towers catapulta l’intero globo in quella che potremmo definire l’era del sospetto e della paura, cambiando per sempre la percezione dello spazio e dell’Altro. Il nuovo millennio, d’altronde, fa emergere una serie di questioni fondamentali, da quella ecologica a quella di genere, indagata da Jacopo Benassi e Francesca Catastini. La rivoluzione tecnologica, segnata dalla diffusione di Internet, dalla virtualità e dalla nascita di un nuovo mondo connesso, irrompe prima gradualmente, poi prepotentemente, ma comunque irreversibilmente nelle nostre vite, portando con sé grandi promesse, possibilità, rischi, criticità, come raccontano le opere di The Cool Couple e Lamberto Teotino.

 

Anche l’ultima data-guida della mostra segna un punto di rottura, evocando una pandemia che ha segnato le nostre vite, rivelando la fragilità del nostro sistema economico e sociale, ricordandoci di come la nostra singolarità è sempre in rapporto ad una collettività, e viceversa, riportandoci alla vulnerabilità dei nostri corpi, alla realtà lungamente rimossa della morte e della sofferenza. Riflessioni che ritroviamo, declinate con modalità differenti, nelle fotografie di Marina Ballo Charmet, di Alex Majoli, di Silvia Bigi. Mentre gli ex voto di Paolo Ventura e l’opera di Lorenzo Vitturi diventano possibili segni di una ripartenza, ancora incerta, ancora tutta da definire, ma sicuramente fortemente desiderata. 

 

Paolo Ventura, Teatro Ruzzier, 2020, tecnica mista e collage Monza, Collezione Privata Courtesy Matteo Maria Mapelli.


In definitiva, cosa lega queste fotografie e queste date? E cosa unisce queste due mostre?

Forse la volontà, come dichiarato nel catalogo di The Families of Man, di fare “il punto della situazione” a partire da un’indagine visiva che ponga al centro l’uomo, mettendolo in relazione con l’evoluzione della società e facendo emergere il suo essere (prendendo a prestito una felice espressione del filosofo Jean-Luc Nancy) singolare plurale.

 

E ancora la volontà, e l’intuizione, di farlo guardando ad un modello eccellente come The Family of Man, a cui viene dedicata l’ultima sala del percorso di mostra, con l’intento di rievocare il suo messaggio universale. Anche il progetto di allestimento e di grafica infatti reinterpreta in modo nuovo uno dei tratti distintivi della mostra del 1955, quello della sovrapposizione delle superfici.

Si tratta di una scelta mossa dalla necessità di confrontarsi con la contemporaneità e raccontarla in un momento di grande cambiamento, provando a dare chiavi di lettura e spunti di riflessione, nella convinzione che l’immagine fotografica possa ancora essere un affascinante dispositivo narrativo, e un insostituibile strumento di riflessione critica.

 

The Families of Man

MAR – Museo Archeologico di Aosta

29 maggio – 10 ottobre 2021-07-12

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Lorenzo Vitturi, Manta, Cochinilla Dyed Yarn, Polypropylene Sack, Body in Paracas, 2019, stampa a pigmenti © Lorenzo Vitturi.