Frammenti di tessuto urbano

Chi ricorda l’albergo diurno? Luogo tanto utile quanto ambiguo, spesso sotterraneo o comunque defilato rispetto ai normali percorsi urbani, trionfava nelle stazioni ferroviarie, dove si recavano rappresentanti di commercio per bisogni igienici, viaggiatori a cui necessitavano servizi di barberia o coppiette clandestine in cerca di un paio d’ore di insperate carezze. Paolo Conte, che di quell’epoca è un cantore fenomenale, in una melodia intitolata al gelato ha additato i bagni diurni come abissi di tiepidità, offrendo alla donna che sta entrando nella sua vita una doccia proprio in posti così. Ne veniva fuori tutto un immaginario, forse una poetica, strettamente legati alla vita in città. Sempre Conte, nello stesso pezzo, ha parlato di oceani notturni in cui rimbombano le voci della città, della tua città. 

 

Come dire che lo spazio urbano, quando è vissuto dal basso e non rappresentato in prospettiva zenitale, è fatto di strade e di edifici, piazze più o meno monumentali e mezzi di trasporto d’ogni tipo, assembramenti e gente che corre di qua e di là, ma anche e soprattutto di soggetti non umani, apparentemente neutri, coi quali significativamente ci incontriamo e ci scontriamo giorno dopo giorno. Poniamo: entrate della metropolitana, fermate di autobus o tram, chioschi, cabine telefoniche, fontane e fontanelle, guardiole, ingressi a garage sotterranei; e ancora: marciapiedi, semafori, lampioni, orologi, panchine, dehors di bar e ristoranti, ombrelloni, tendoni e verande, targhe stradali, numeri civici, buche delle lettere, cestini per i rifiuti, bidoni della spazzatura, idranti, citofoni, paracarri, insegne pubblicitarie, cartelli informativi, targhe commemorative, stalli per le biciclette, muri spartifuoco, colonnine di soccorso, parchimetri, cassette elettriche e, not least, telecamere di sorveglianza.

 

Tutte cose che, fra l’altro, si intrecciano fra loro non solo nello spazio urbano ma anche nella storia, modificandosi nel corso del tempo a seconda delle esigenze e delle estetiche, delle politiche e delle economie del momento, andando a trasformare il nostro vissuto quotidiano, come anche la nostra esistenza sociale. Così, tornando all’albergo diurno, appare chiaro, pensandoci un attimo, che si tratta dell’ultimo erede, imbellettato, ripulito e ampliato negli spazi e servizi, dei vecchi vespasiani che dall’antica Roma, con alterne fortune, sono giunti sino a una modernità che, sconfessandoli, li rimpiange ancora. Fra gli elementi più incisivi dell’arredo urbano, in altre parole, stanno soprattutto i bagni pubblici, croce e delizia d’ogni flâneur che si rispetti. (E qui potremmo aprire la solita parentesi sulla vita cittadina ai tempi della pandemia, lungo periodo in cui era assai difficile trovare un’anima pia che ci accogliesse nella toilette quando scappava la pipì).

 

Insomma, come dimostra il bel libro di Vittorio Magnago Lampugnani Frammenti urbani. I piccoli oggetti che raccontano le città (Bollati Boringhieri, pp. 285, € 25), gli spazi urbani vanno pensati e capiti, ma soprattutto progettati, non solo in termini di grandi pianificazioni, e cioè secondo una logica funzionalista a maglie larghe, di fatto rispondente più che altro alle ragioni dell’economia. Esse, le città, debbono la loro identità, così come la loro varietà, innanzitutto ai cosiddetti arredi che arredi, in senso stretto, non sono affatto. “I piccoli oggetti dello spazio urbano – scrive Magnago Lampugnani – sono anonimi e al tempo stesso unici, ubiqui e strettamente legati al contesto in cui si trovano. Pensati per essere elementi di sfondo, sono comunque molto caratterizzanti.

 

 

Rispondono al criterio dell’utile, ma sono profondamente radicati nella cultura della città in cui si trovano e a essa, pur nella loro apparente irrilevanza, danno un contributo estremamente significativo”. Come dire che sono segni, testi, discorsi grazie a cui ogni città riflette se stessa, costruisce un’immagine speculare, più o meno dinamica e cangiante, di sé, e la dà a vedere, strategicamente, sia al proprio interno, cioè ai suoi cittadini, come anche all’esterno, alle altre città, al resto del mondo. Parigi è Parigi non solo per la Tour Eiffel, la Senna o il Louvre, ma anche per le sue facciate in arenaria con le finestre verticali, la fascia pressoché continua di ringhiere in ferro verniciato di nero, le mansarde col tetto molto inclinato; per non parlare degli ingressi liberty nel metrò, dei caffè con le sedie intrecciate, delle griglie che fanno da basamento agli alberi lungo i marciapiedi. 

 

Il libro di Magnago Lampugnani, pescando anche dalla letteratura e dal cinema (miniere di informazioni in merito), racconta un mucchio di straordinarie storie di questi (s)oggetti urbani, distinguendo fra microarchitetture (chioschi, bagni pubblici, cabine telefoniche etc.), oggetti (monumenti, fontane, panchine, lampioni, orologi, cestini…) ed elementi (vetrine, pavimentazioni, tombini etc.). Ne viene fuori un panorama ricchissimo e complesso, spesso contraddittorio, comunque di grande spessore antropologico, di alcune città a cui l’autore dedica la propria attenzione: Berlino, Barcellona, Parigi, Londra, Milano, Zurigo, Vienna, ma anche l’Atene e la Roma dell’età classica, oppure la New York delle origini e la Venezia settecentesca. Ed emergono molto spesso risvolti imprevisti all’origine, che amministratori e progettisti hanno dovuto comunque prendere in considerazione. Così per esempio a proposito delle panchine (già ben raccontate, da Italo Calvino a Michael Jakob) uno dei problemi che a un certo punto è venuto fuori è stato quello dei continui litigi su chi poteva sedervisi (nella Firenze medievale) o delle esclusioni di chi non poteva (nella Cape Town dell’apartheid).

 

Per i cestini dei rifiuti, invece, il tema ricorrente era (ed è ancora) quello dei vandali che li distruggono, degli animali che vi cercano da mangiare, dei terroristi che li usano per nascondervi bombe d’ogni sorta. Così nella City di Londra sono spariti, ed è tornata l’immondizia per le strade. Analogamente problematica la pavimentazione cittadina: è noto difatti che l’uso dell’asfalto, con la scusa della comodità, è servito a mettere fine alle continue insurrezioni urbane che usavano le pietre del selciato per costruire sbarramenti o come armi improprie contro le forze dell’ordine. Nel Dizionario dei luoghi comuni di Flaubert alla voce “macadam” si legge: “Ha soppresso le rivoluzioni – non c’è più modo di fare le barricate”. A Roma i celebri sanpietrini ne sanno qualcosa. 

 

Ma basti, per cogliere l’intreccio delle ragioni e delle passioni che costituiscono quello che si chiama il tessuto urbano, cioè il testo della città, ripercorrere le vicende delle Trinkhallen. Nati nelle località termali per servire acqua potabile agli avventori, questi chioschetti si diffusero nelle città dell’Europa centrale in concomitanza con l’invenzione dell’acqua minerale artificiale. Fino a metà Ottocento, l’acqua che veniva fuori da fontane e rubinetti pubblici era altamente tossica. E la gente, soprattutto fra i ceti meno abbienti, beveva birra o grappa. Per contrastare la diffusione dell’alcolismo venne allora incoraggiato l’uso dell’acqua minerale, e si dovettero inventare dei luoghi appositi per distribuirla. Nacque la Trinkhalle, dove si andava per bere acqua frizzante, molto amata da grandi e piccini, o anche, poco a poco, limonata effervescente, tè, latte e caffè, analcolici vari. I progettisti tedeschi (Gropius e Mies van der Rohe fra questi) si sbizzarrirono, con soluzioni assai originali in legno o poi in ghisa, ma le Trinkhallen, fiere del loro ruolo, iniziarono a vendere di tutto, dai giornali ai tabacchi, perfino alimentari, anche oltre l’orario di chiusura dei negozi. Da luoghi dove rifornirsi alla bisogna diventarono così veri e propri spazi di socializzazione e – come si sarà già capito – dovettero iniziare a vendere alcolici; e furono prese d’assalto da avventori alcolizzati e chiassosi. La storia delle Trinkhallen si chiude così, tornando all’inizio, e finendo per diventare chioschi qualsiasi, dunque per scomparire nella funzione e nell’estetica urbana corrispondente. E fu lo street food, per non dire il fast food.

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