Gabriella Giandelli: il disegno della scrittura

C’era un’atmosfera festosa all’inaugurazione di Gabriella Giandelli/ Il disegno della scrittura/ works 1984-2019 (28 settembre-13 ottobre 2019, Fondazione Benetton, Treviso, nell'ambito di Treviso Comic Book Festival) e non solo perché l’artista milanese spargeva il suo evidente buon umore tra seguaci, il petit monde del fumetto e dell’illustrazione, amici e curiosi, ma perché la mostra, a cura di Giovanna Durì, è proprio bellissima e rende conto di un percorso coerente ma sempre aperto a nuove suggestioni.

 

 

Chi la visita non trova solo illustrazioni, storie inedite, albi, disegni, ma anche le collaborazioni col mondo del cinema, gli arazzi, che dimostrano la disponibilità della Giandelli a sperimentare, a mettere a confronto la sua disciplina quasi maniacale con altri mondi. Non turbava l’atmosfera festosa il fatto che il mondo dell’illustrazione e del fumetto italiano, ora consacrato internazionalmente, fatichi sempre più a trovare spazio nei nostri media, così come c’è il rimpianto che Milano non abbia ancora ospitato una grande mostra di un’artista così urbana, così legata all’eredità culturale (la moda, il design, il cinema “alla milanese”) della sua città. Ho rivolto qualche domanda a Gabriella Giandelli in questa occasione.

 

 

Guardando le prime tavole, quelle degli anni Ottanta, mi sembra ci sia un’urgenza, oltre che espressiva, terapeutica. Se è vero, lo è in che senso?

Da ragazza ero molto sola, non riuscivo per timidezza ad avere amici. Passavo tutto il mio tempo in casa, avevo solo qualche frequentazione con poche compagne di scuola. Cercavo qualcosa che mi aiutasse e così mi sono inventata il disegno. Con il disegno ho cercato di fare quello che non riuscivo a fare fuori, esprimere le mie emozioni, mostrarmi, parlare. Non ho facilità a disegnare, mi costa fatica, però, anche se a volte è frustrante non ottenere subito il risultato che cerco, poi attraverso il tempo e insistendo ci arrivo. Adesso che sono passati così tanti anni provo ancora la stessa sensazione di consolazione e appagamento nello stare al tavolo dalla mattina al pomeriggio mentre le ore passano e arriva sera e la giornata si conclude. E mi esalta e mi dà un grande buonumore quando riesco a rendere visivo qualche mio pensiero.

 

Hommage a Magritte

 

Il tuo esordio è negli anni Ottanta, un momento importante, di passaggio, nella storia del fumetto italiano. Chi ti affascinava allora e come sei arrivata a pubblicare sulle riviste di riferimento (Frigidaire, Alter Alter)?

Amavo gli autori di Valvoline e per un colpo di fortuna e una strana coincidenza ho conosciuto Lorenzo Mattotti. Mostravo a lui i miei lavori, mi apprezzava e incoraggiava. Mi capitava poi d'incontrare anche altri autori del gruppo e mi affascinava la loro energia e la loro dedizione al raccontare attraverso il fumetto. La loro forza era contagiosa. Perciò ho continuato a disegnare e poi siccome a un certo punto ero diventata brava ho pubblicato.

 

 

C’è nel tuo lavoro un riferimento alle culture antagoniste, penso in particolare al punk. Mi pare, nel tuo caso, una forma di romanticismo contemporaneo, un modo per esprimere sentimenti delicati. Sei d’accordo? E nel caso, è qualcosa che hai conservato nel tempo?

Io non sono stata punk ma dark. Era molto diverso, si frequentavano anche gli stessi posti ma si era diversissimi. Noi dark eravamo romantici e amavamo molte cose del passato, mentre i punk tendevano a voler sovvertire le regole senza guardarsi indietro. Al contrario, quando poi sono riuscita ad uscire un po' dal mio buco e a frequentare persone che mi somigliavano, ci piacevano Baudelaire e Rimbaud, i vampiri, l'estetica gotica. Indossavamo vestiti vecchi, palandrane inizio secolo, camicie di seta sgualcite, le scarpe a puntissima. La musica che ascoltavo era un grande riferimento creativo, ascolto ancora gli stessi album. Magari per un po' smetto e poi li rimetto su e provo ancora quelle emozioni: Cure, Joy Division, Bauhaus, Nick Cave, Siouxsie and the Banshees, Einsturzende Neubauten, Nico. Sì, ho mantenuto questa cosa, sento che tutto quello che vedo e quello che realizzo passa attraverso questo sguardo che è insieme malinconico e amorevole, disperato e compassionevole, raffreddato fuori ed emozionato dentro. Non saprei spiegarlo meglio.

 

 

 

Negli anni successivi, i Novanta, hai cominciato a pubblicare storie. Eppure ogni tuo lavoro, anche una singola illustrazione, è narrativa. Cosa significa per te raccontare una storia?

Sto ogni volta raccontando una storia, anche quando realizzo una singola illustrazione penso a quell'immagine come a un frame di una pellicola. Ce n'è sempre uno che lo precede e uno che lo segue anche se non sono stati disegnati. Questo succede anche disegnando delle figure umane, dei personaggi: mentre lo faccio penso al perché hanno una faccia così e allora cerco d'immaginare come sono diventati quello che sono, di chi sono figli, quale luogo abitano, se sono felici o tristi. Perché non sono interessata alla sottrazione o alla stilizzazione, mi piace invece aggiungere dettagli che raccontino il più possibile senza dire tutto ma lasciando a chi guarda la possibilità di porsi una domanda. C'è sempre storia, non può essere altrimenti, io credo.

 

Guardando il tuo lavoro torna in mente una celebre frase di Paris, Texas: “Gli americani ci hanno colonizzato l’inconscio”. Anche se mi sembra che ti nutri di molto del paesaggio cinematografico e letterario del presente, ma anche del passato (ho notato in mostra un riferimento a Aubrey Beardsley), quali sono i nomi di registi e scrittori che senti più affini alla tua sensibilità?

All'inizio ho amato tantissimo gli scrittori russi, in particolare Dostoevskij e Cechov. Poi ho cominciato a leggere gli americani, mi sono innamorata follemente di Flannery O'Connor. Da lì poi sono arrivata a Carver e a tanti altri: Bellow, Updike, Faulkner, Philip Roth, Elizabeth Strout. Sono legata più che a dei registi ad alcuni film, spesso la filmografia completa di un autore non trova tutto il mio interesse. I miei 3 film cult sono: La zona morta di David Cronenberg, Elephant man di David Lynch e Tempesta di ghiaccio di Ang Lee

 

Yehoshua

 

Questa bellissima mostra antologizza 35 anni del tuo lavoro. Riesci a vederti da fuori attraverso il lavoro di scelta, quindi critico, di Giovanna Durì? E in caso affermativo ti dà lo spunto per provare a fare qualcosa di nuovo?
Io e Giovanna abbiamo parlato e deciso insieme quali lavori mettere in mostra. Poi lei ha studiato come esporli e in quale sequenza. Sono davvero tanto grata a Giovanna Durì e al fantastico lavoro che ha fatto. Quando rivedo i miei disegni fuori dal loro naturale contesto, cioè la cassettiera del mio studio, è strano ma quasi non mi sembrano più miei e allora torno ad osservarli con più attenzione. È molto stimolante perché improvvisamente ritrovi in evidenza cose a cui magari non stavi più pensando e che invece ti accorgi che hai voglia di riprendere in mano. E anche questa volta la mostra mi ha suggerito nuovi lavori che voglio fare.

 

In contemporanea con la mostra è uscito il libro Gabriella Giandelli, Centottantasei disegni per Repubblica, con un testo di Marco Belpoliti, Nuages

David Bezmozgis

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