Giorgio Fontana, Prima di noi

«Grande libro, grande male» («μέγα βιβλίον μέγα κακόν», méga biblíon, méga kakón): così suona uno dei più celebri motti della poesia alessandrina. Ma anche senza scomodare Callimaco, io d’istinto diffido dei libri lunghi. Credo che le ragioni siano due. La prima è che in questo modo io probabilmente cerco di giustificare la mia pigrizia (anche fisica: ho un’atavica indolente predilezione per gli oggetti librari maneggevoli). La seconda è che in un testo di grande mole avverto innanzi tutto un atto di presunzione, la richiesta di un’esorbitante apertura di credito. Se infatti chi pubblica è convinto di avere qualcosa di abbastanza importante da dire ai lettori, egli presume che il tempo che il lettore gli dedicherà sarà adeguatamente compensato: ma quanto più lungo è il testo, tanto maggiore è il tempo che occorrerà per leggerlo, e altro è un libro di due o trecento pagine, altro è un tomo di ottocento o mille. Proponendo un’opera di quelle dimensioni – così io mi figuro –  è come se il romanziere si mettesse sullo stesso piano dell’autore di Guerra e pace o di Menzogna e sortilegio. O del Signore degli anelli, anche: non è questione di valore estetico assoluto, ma di capacità di catturare l’attenzione del lettore, e alimentarla, e tenerla viva dall’inizio alla fine. Dopodiché capita anche di annoiarsi con un testo breve, non dico di no. Ma quanto più grande è la scommessa, tanto più massiccio è l’impegno richiesto, e tanto maggiore il rischio.

 

L’ultimo romanzo di Giorgio Fontana conta quasi novecento pagine. Inutile dire che, curiosità a parte, mi ci sono accostato con un misto di cautela e scetticismo. Ma per fortuna l’una e l’altro si sono dissipati abbastanza in fretta. Prima di noi (Sellerio, pp. 890, € 22) è una bella sorpresa: un vero romanzo, un romanzo scritto per i lettori di romanzi, che non ha molto da invidiare ai migliori analoghi di altre culture letterarie contemporanee. La vicenda copre quasi esattamente un secolo, dalla Grande Guerra fino al decennio scorso, e ha la forma della saga familiare: quattro generazioni, da quella di chi era al fronte nel 1917 a quella nata negli anni Ottanta (come l’autore, classe 1981). Per inciso, potremmo notare che il secolo XX – ormai abbastanza lontano da noi, visto che siamo entrati nel terzo decennio del successivo – a conti fatti avrà goduto in Italia di una rappresentazione letteraria piuttosto accurata; e che le ricostruzioni romanzesche avranno in linea di massima seguito la falsariga tracciata dalla Storia, riconoscendo i principali nodi della vicenda nazionale nei due conflitti mondiali e nell’inizio dell’ultimo terzo del secolo, con la sequenza Sessantotto-stragi-terrorismo. 

 

La trama di Prima di noi inizia con la rotta di Caporetto: un fante in fuga, Maurizio Sartori, si allontana dai commilitoni e trova ricovero in un casale fuori mano, nella campagna friulana, presso la famiglia Tassan. Passati i giorni più critici, anziché cercare di riunirsi al proprio reggimento egli rimane lì nascosto, con il consenso del vecchio Tassan, cui fa comodo che il vuoto lasciato dai figli al fronte venga almeno in parte colmato dal giovane disertore, ombroso e strano, sì, ma energico e laborioso. Nel frattempo sboccia un amore clandestino tra Maurizio e la primogenita, Nadia. Quando lei rimane incinta, lui, pur vergognandosene, fugge di nuovo; ma il padre riesce a ritrovarlo e a ricondurlo al suo dovere. Di fatto, l’unione tra Maurizio e Nadia si rivela solida e, nell’insieme, felice. I due mettono su casa a Udine, dove crescono i tre figli, Gabriele, Domenico e Renzo. Il dato più vistoso della seconda generazione, specie dopo la precoce morte del padre, è la divergenza di carattere tra i fratelli: Gabriele schivo e moderato, amante degli studi, in futuro «poeta minore» misconosciuto; Domenico, animato da generosi e a volte sconsiderati slanci filantropici; Renzo, dall’indole più risentita, vigorosa e ribelle. È la generazione che cresce negli anni del fascismo e vive l’esperienza della guerra: Domenico, spedito in Africa, viene fatto prigioniero e muore in un campo, mentre Gabriele dopo l’8 settembre riesce a imboscarsi, sfuggendo al reclutamento forzato. Quanto a Renzo, vorrebbe unirsi ai partigiani, ma la madre glielo proibisce: cosa che lui non le perdonerà più.

 

 

Entrambi i fratelli sopravvissuti si sposano, mettono su famiglia, lasciano il Friuli per trasferirsi in Lombardia: Renzo operaio a Sesto San Giovanni, Gabriele professore di lettere a Saronno. Ma i loro destini hanno preso strade divergenti, tant’è che la famiglia Sartori conosce negli anni del boom economico il momento di massima dispersione: Nadia rifiuta gli inviti di Gabriele e torna nel casale avito. A farsi promotrice di un riavvicinamento sarà, ma non subito, la generazione successiva. La compongono l’intraprendente e inquieta Eloisa, che vive la stagione della contestazione nelle file di un gruppetto anarchico; Davide, introverso e sfuggente, amante dei viaggi; Diana, cantante, afflitta dai pregiudizi contro la diversità sessuale; il mite Libero, devoto credente e marito infelice. Secondo la tendenza nazionale alla contrazione demografica, la quarta generazione conta solo due esponenti: Letizia, figlia di Eloisa e nipote di Gabriele, e Dario, figlio di Libero e nipote di Renzo. Sono i ragazzi dell’età del precariato, della nuova emigrazione italiana all’estero, della forbice tra qualificazione intellettuale e rango sociale: esemplare la storia di Dario, giovane di estrazione proletaria che si troverà a studiare Wittgenstein al Trinity College di Dublino ma senza prospettive per il futuro, mentre Letizia deve combattere contro le insidie della depressione. Sarà però lei a rinvenire una misteriosa busta affidata dalla bisnonna Nadia al primo figlio, Gabriele, con la promessa di aprirla solo cinque anni dopo la sua morte, e da lui invece mai aperta. Così il finale si salda con l’inizio, in una circolarità che rafforza un senso di identità familiare messo alla prova dalla storia e dai destini dei singoli.

 

La principale ragione di forza del romanzo consiste nella credibilità dei personaggi. Detto all’ingrosso, una delle condizioni irrinunciabili perché un racconto funzioni è che non venga mai meno l’interesse del lettore per quello che capita ai personaggi, per quello che fanno, dicono, sentono. E questo a me è successo, leggendo il romanzo di Fontana: tutti i membri della famiglia Sartori (a cui bisognerebbe aggiungere svariate altre figure, mogli, amanti, amici) hanno qualche tratto interessante, e riescono a conservarlo, anche grazie alla tecnica dell’avvicendamento in scena, che lascia a ciascuno la responsabilità di reggere la narrazione per un tratto volta a volta abbastanza breve. La costruzione narrativa a staffetta conferisce varietà allo svolgimento di un intreccio in cui non avvengono fatti particolarmente clamorosi o drammatici: si rimane su un registro di realismo mimetico, da cui l’eccezionalità appare programmaticamente esclusa. Elevato risulta invece il grado di rappresentatività rispetto alla storia italiana del Novecento: la storia della famiglia Sartori è simile a quella di tante famiglie di origine contadina, sopravvissute alla penuria e alle lacerazioni della guerra e della guerra civile, quindi capaci di costruirsi un moderato benessere attraverso il lavoro, i sacrifici e l’emigrazione, poi investite dalle contraddizioni di una società precipitosamente evoluta dal patriarcato rurale alla modernità urbana e capitalistica, e infine scivolata in una post-modernità post-industriale dove l’accumularsi dei «post-» induce il desiderio di salvaguardare quel che resta del «prima». Prima di noi, appunto. 

 

Fra i tratti di permanenza, uno dei più rilevanti è l’origine friulana. «Siamo friulani!» diventa a un certo punto una specie di rivendicazione di identità che accomuna i vecchi, friulani in senso proprio, e i giovani, nati altrove. Il romanzo comprende anche qualche sparsa battuta e qualche termine in friulano, come ad esempio basoâl (stupido) o nenine (bambina). La parola più interessante è cjalcjut (letteralmente «schiaccino»), nome con cui la tradizione popolare designa un’immaginaria creatura malefica che corrisponde esattamente alla figura di Incubo (Incubus) nella mitologia latina. Ma il fattore di coesione più forte della trama consiste nel procedimento per cui, di generazione in generazione, ritornano variamente declinati i medesimi tratti caratteriali, secondo una norma di trasmissione ereditaria per lo più collaterale. Un’affinità lega Domenico e Libero, entrambi animati da un fervore spirituale sostanzialmente frustrato dall’esperienza; l’inclinazione artistica di Nadia, abile nel disegno, si ripresenta in Davide, fotografo e fumettista; dalla complessa personalità di Maurizio, segnato in perpetuo dal trauma della vita in trincea, un’arrovellata coscienza dell’ingiustizia del mondo trapassa in Renzo, Eloisa e Letizia, alimentando un’aggressività che trova di volta in volta oggetti diversi; il suo istintivo e non coltivato gusto del canto riemerge e trionfa in Diana, mentre la profonda insoddisfazione di sé, che non inibisce ma complica la possibilità di amare, riaffiora in vari discendenti, fino a Dario.  

 

Fra le costanti potremmo menzionare anche altri elementi circostanziali: ad esempio la presenza di un amico privilegiato, interlocutore assiduo (Luciano per Gabriele), o termine di confronto più o meno desultorio (Francesco Martinis per Renzo, Gordon per Dario, Carlos per Eloisa). O la ricorrenza dei riferimenti all’Africa. In Africa si consuma il destino dello «zio santo» Domenico; laggiù si trasferisce per unirsi ai missionari la pia e secca Marta, abbandonando il marito Libero e il figlioletto Dario, di appena due anni; a Nairobi soggiorna per un periodo più breve la tormentata Letizia, accolta da una Ong. Questo non toglie che ogni esponente della famiglia Sartori abbia una fisionomia propria. Tant’è che sul piano compositivo un aspetto particolarmente apprezzabile – indizio, se non m’inganno, di un romanziere di razza – è la maniera in cui è raccontata la morte dei personaggi: diversa per ognuno, non solo per causa e momento, ma soprattutto per taglio narrativo. 

A più riprese, nel corso della storia, sono sollevati interrogativi di stampo filosofico. Dato un assetto del mondo sostanzialmente iniquo, come si può agire per migliorare le cose? Il momento di riflessione più intenso, sul quale ha giustamente richiamato l’attenzione Francesco Cataluccio) è costituito dal dostoevskiano dialogo tra Domenico, prossimo alla morte, e un misterioso personaggio soprannominato «il Profeta». Ma poco meno assillanti e sofferte sono le questioni politiche dibattute da Eloisa e i suoi amici (fra i quali Anna, che poi compirà la scelta del terrorismo armato): peraltro liquidati dallo zio Renzo, che vive sulla propria pelle la differenza di classe, come basoâls.   

 

Uno degli effetti che più facilmente provocano i romanzi realisti, specialmente quando non indulgano a coloriture avventurose e drammatici colpi di scena, è un senso di intima vanità dell’esistenza. I personaggi vivono, crescono, amano, godono e soffrono, si agitano o si placano, viaggiano e tornano. A volte si ammalano. Invecchiano. Muoiono. Se scorrono i decenni, i morti inevitabilmente aumentano. E allora? può venire da chiedersi. Cosa significa tutto ciò? Che senso ha tutto l’effimero umano affannarsi? Anche la lettura del libro di Fontana suscita quesiti simili, ma qui non manca qualche spunto di risposta. Se la vita delude, se è inevitabile commettere errori, se molte aspettative sono destinate a essere deluse, mantenere memoria delle proprie origini, coltivare gli affetti, e all’occorrenza cercare di recuperare le relazioni che tendono a vanificarsi, ebbene, tutto questo aiuta. Magari non a sciogliere metafisici dilemmi, ma almeno ad arrivare in fondo a un romanzo di novecento pagine. Non è poco.  

 

Giorgio Fontana, Prima di noi, Sellerio, pp. 890, € 22.

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