Gipi in diagonale

La prima volta che mi è capitato tra le mani un fumetto di Gipi era il 2003. Ero andato nella redazione della Coconino Press, all’epoca alla periferia di Bologna, a intervistare Carlo Barbieri, uno dei fondatori della casa editrice. Alla fine dell’incontro mi regalò due fumetti: Nel bar di José Muñoz e Carlos Sampayo ed Esterno notte di Gipi. Mi sembra doveroso ricordare la figura di Carlo (scomparso qualche anno fa), una delle persone che più hanno contribuito a riportare il fumetto al centro dell’attenzione nel panorama culturale italiano. In quel caso mi stava regalando un classico del passato e un futuro classico. Esterno notte è una raccolta di racconti, è il primo lavoro di Gipi in formato graphic novel dopo una serie di storie disegnate negli anni ’90 per la rivista Blue. Ce n’è uno in particolare – “Via degli Oleandri” – dove troviamo un Gipi bambino. Nella storia si racconta un episodio traumatico della sua infanzia (anzi in realtà si racconta la giornata precedente al fatto) e nelle note all’inizio del volume Gipi scriveva: “Ho ricordato com’ero quando ancora non avevo idea del male”.

 

Una scena dal racconto “Via degli Oleandri” (2003).


Qualcosa di molto simile succede nel nuovo fumetto di Gipi, Momenti straordinari con applausi finti (sempre per Coconino Press). A un certo punto del libro appare un bambino luminoso. Spunta di notte, in un bosco, quasi come in un incontro ravvicinato del terzo tipo. È il protagonista da ragazzino e sembra essere lì per ricordargli quello che sta succedendo – “Mamma sta morendo” – e costringerlo a fare i conti con questa realtà, invece di perdersi e distrarsi in altri pensieri, invece di fuggire.

 

Una tavola da “Momenti straordinari con applausi finti” (2019).


Questo protagonista si chiama Silvano Landi, lo avevamo già incontrato in unastoria (2013), ma in realtà è lo stesso Gipi solo appena camuffato: fisicamente è identico ma invece di fare il disegnatore fa il comico. È un alter ego che – possiamo ipotizzare – sta lì a ricordarci che, per quanto autobiografiche possano essere le storie di Gipi, c’è sempre un livello di invenzione quando l’autore diventa personaggio. Così come in Momenti straordinari il protagonista si ripromette a un certo punto di non raccontare più i fatti propri agli sconosciuti (naturalmente, appena dopo averlo fatto), così Gipi aveva forse pensato di essersi lasciato alle spalle l’autobiografia: il suo lavoro precedente, La terra dei figli, era un passo in una direzione opposta, un lavoro di pura fiction ambientato in un prossimo futuro distopico. Eppure anche lì, come preannunciato dal titolo, i protagonisti erano due ragazzi e il rapporto con un padre per loro incomprensibile.

 

Una tavola da “La terra dei figli” (2016).


Momenti straordinari è un ritorno all’autobiografia, dunque. In effetti questo ultimo lavoro nasce in un momento particolare nella vita dell’autore, alle prese con la degenza e poi con la scomparsa della madre. È così intimo e personale, questo Momenti straordinari, che è quasi impossibile scrivere una recensione normale. Ma non dipende solo dall’argomento. Bisogna tornare indietro di qualche anno, ai primi anni 2000, e ricordarsi di che cos’era il mondo del fumetto italiano in quel momento. Dopo la chiusura delle riviste che avevano animato il panorama italiano tra gli anni ’70 e ’80, per alcuni anni il fumetto italiano (o meglio, un certo tipo di fumetto) era quasi scomparso, si pubblicava pochissimo. Il nuovo formato del graphic novel e il conseguente ingresso dei fumetti nelle librerie portò un nuovo interesse, storie nuove e autori nuovi, in un crescendo che prosegue ancora oggi. Credo che molti che in quel momento erano ragazzi, come me, decisero di provare a fare fumetti proprio perché ci trovavamo di fronte a un linguaggio nuovo, con tante possibilità ancora inesplorate. Da questo punto di vista Gipi (magari anche suo malgrado) è stato l’autore che guidava questa nuova scena, che apriva delle porte. Ricordiamo almeno la vittoria al festival di Angoulême nel 2006 con Appunti per una storia di guerra, le prime interviste in tv per La mia vita disegnata male nel 2008 e la candidatura al premio Strega per unastoria nel 2014.

 

In più, mettendo in scena se stesso in modo così onesto, la relazione che Gipi ha creato con i suoi lettori sconfina quasi nell’affetto. Da questo punto di vista il rapporto che si ha con Gipi è simile a quello che si può avere con registi come Woody Allen e Nanni Moretti: quando esce una loro nuova opera non c’è solo l’interesse per la storia in sé, ma anche la curiosità di sapere cosa sta succedendo nella loro vita, che cosa stanno pensando, cosa ritengono importante, anche banalmente come stanno. Anche Momenti straordinari è così, è un aggiornamento dal pianeta Gipi. Qui proviamo a esplorare questo pianeta, tentando una lettura “in diagonale” attraverso l’opera di Gipi.

 

Una scena da “S.” (2006).


Davanti a Momenti straordinari con applausi finti, il confronto va subito a S., il libro del 2006 in cui Gipi raccontava la figura del padre Sergio (S., appunto): anche quella era l’elaborazione di un lutto, probabilmente di un lutto più improvviso e doloroso di quello narrato in Momenti staordinari. Qui siamo alle prese con la scomparsa “naturale” di un genitore anziano, quindi con un dolore diverso, anzi lo stimolo iniziale del libro sta proprio nel fatto di non provare il dolore che si suppone di dover provare. Sono entrambe autobiografie, ma di tipo completamente diverso. In S. la storia è quella di Sergio, il padre. Per raccontarla Gipi torna bambino/ragazzino, ma di fatto è lì solo come comprimario, il vero protagonista è S. Come narratore, Gipi quasi scompare, riporta le storie raccontate dal padre, storie di guerra soprattutto, e curiosamente viene chiarito che S. è il padre del narratore solo quando compare la madre, definita “la fidanzata di S. (mia madre)”.

 

Una tavola da “S.” (2006).


In Momenti straordinari invece tutta la vicenda ruota su quello che succede al figlio. Sono due lutti diversi, ma sono anche due momenti della vita diversi: in S. il pensiero della morte sembra rimanere estraneo al figlio, quella è ancora una cosa che capita ai genitori, invece Momenti straordinari si apre raccontando quello che provano i soldati in guerra quando, improvvisamente, viene colpito e cade il compagno accanto a loro.

 

Una sequenza da “Gli innocenti” (2005).


Una sequenza da “Momenti straordinari con applausi finti (2019).


Alcune delle scene del confronto tra il protagonista adulto e bambino si svolgono in auto ed è inevitabile pensare a un racconto di Gipi del 2005, si chiama “Gli innocenti” (oggi raccolto nel volume Baci dalla provincia), e anche lì ci sono un adulto e un bambino (in questo caso zio e nipote), che viaggiano insieme. L’ho sempre considerato uno dei racconti più riusciti di Gipi, per equilibrio, tono e ritmo dei dialoghi. Anche in Momenti straordinari i dialoghi tra l’adulto e il ragazzino sono quelli che portano finalmente luce (non è un caso se il bambino è luminoso!) a tutto il libro, fin lì piuttosto cupo. Si potrebbe dire che entrambi i bambini sono lì per dissacrare, per smontare i protagonisti adulti e impedirgli di prendersi troppo sul serio – direi una delle chiavi nella poetica di Gipi –, ma in Momenti straordinari questo meccanismo è portato a un livello successivo, perché è il bambino luminoso a dare un senso e una chiave a tutta la vicenda.

 

Una tavola da “Gli innocenti” (2005).


In altri libri di Gipi questo ruolo dissacratorio è svolto da personaggi usciti direttamente dalla fantasia del narratore. Per esempio in La mia vita disegnata male è una specie di orso a impedire al fumettista di cedere troppo all’autocommiserazione: “E basta. Ti lamenti sempre!”, gli dice.

 

Una scena da “La mia vita disegnata male” (2008).


L’approccio all’autobiografia di Gipi consiste spesso nel provare a guardarsi dall’esterno, nel creare una distanza. Un modo per farlo è aprire improvvisamente un’altra linea narrativa che molto spesso sconfina nel racconto di genere (almeno all’apparenza). Così in Momenti straordinari è raccontata anche la vicenda di un gruppo di cosmonauti che da generazioni viaggia di pianeta in pianeta. Si ritrovano ora su un pianeta inospitale, dove dal terreno spunta una “cosa” nera, spaventosa, una specie di turbine fatto tutto di tratteggi. La storia dei cosmonauti accompagna quella del protagonista, ogni tanto la interrompe, spesso le fa da contraltare, come se fosse un’altra dimensione dello stesso racconto. In diversi fumetti di Gipi i generi si mescolano, in questo caso è la fantascienza, mentre in La mia vita disegnata male la storia era interrotta da un gruppo di pirati. In S. e in unastoria sono invece le storie di guerra – rispettivamente Prima e Seconda guerra mondiale – a mescolarsi alla narrazione principale.

 

Una scena da “La mia vita disegnata male” (2008).


Sono modi per costringersi a mettersi davvero a nudo di fronte ai lettori, ma è interessante notare come queste strategie narrative corrispondano su un altro piano a una disciplina che può essere ferrea per quanto riguarda il disegno. Uno dei modi più efficaci per stimolare la creatività è sempre stato quello di darsi dei limiti, delle regole, dei confini. Avere delle limitazioni ci obbliga a trovare soluzioni nuove e originali. Nei suoi ultimi libri Gipi sembra aver adottato questo metodo. In La terra dei figli si era dato una serie di regole “tecniche”, le prime due in particolare miravano a impedirgli di usare quelli che sono a lungo stati i suoi punti di forza. Quindi le regole erano: “Non usare la voce narrante”, “Non usare il colore”, più molte altre per quanto riguarda l’uso dei baloon e delle vignette. In Momenti straordinari la regola sembra essere una sola, ma forse ancora più difficile da rispettare: il fumetto è infatti diviso in microcapitoli di cinque tavole l’una. In una recente presentazione Gipi ha spiegato che questa struttura è stata una delle prime cose decise, prima ancora che si capisse che libro ne sarebbe nato. L’idea era quella di avere cinque tavole in cui poteva succedere di tutto, ma questo “tutto” doveva risolversi in qualche modo in quello spazio così delimitato.

 

Forse perché l’intensità dei temi e delle storie di Gipi è sempre così alta, può capitare che gli aspetti tecnici, il disegno, il colore, passino in secondo piano. Però basta guardare le tavole che accompagnano queste righe per accorgersi di quanto sia cambiato il modo di disegnare di Gipi: da Esterno notte a Momenti straordinari con applausi finti passano 16 anni, anni in cui lo stile di Gipi si è “stiracchiato” in tutte le direzioni, dai disegni “fatti male” di La mia vita disegnata male al tratteggio di La terra dei figli, dai colori a olio di Esterno notte agli acquerelli di unastoria: registri diversi – in cui però Gipi resta sempre se stesso – che si mescolano come si mescolano le linee narrative, soprattutto in quest’ultimo lavoro.

 

C’è infine un modo per rendersi conto di quanto sia cresciuto Gipi come autore. Vorrei invitare a mettere a confronto Momenti straordinari con applausi finti con altre due opere, entrambe recenti ed entrambe incentrate sull’essere figli, ma figli ormai adulti alle prese con la scomparsa dei genitori. Un film, Mia madre di Nanni Moretti, e un romanzo, Leggenda Privata di Michele Mari. Lascerei ai lettori il compito di trovare affinità e divergenze tra questi tre lavori – mi limito a ricordare i mostri della cantina che costringono Michele Mari a raccontare davvero tutto. Momenti straordinari riesce non solo a porsi sullo stesso piano, ma lo fa senza snaturarsi, rimanendo prima di ogni altra cosa un fumetto.

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Una tavola da “Momenti straordinari con applausi finti” (2019)

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