Hollywood Hollywood

Quella Hollywood lussuriosa, stralunata, fatale, avida, pidocchiosa, stupenda

 

Quando alla vigilia delle rivoluzioni degli anni sessanta, il tycoon Howard Hughes si liberò della storica casa di produzione cinematografica RKO – quella dei musical di Fred Astaire e Ginger Rogers, di King Kong e Quarto potere – vendendola per venticinque milioni di dollari, cash, a un produttore di pneumatici, lo stesso Hughes, appena scaricato il giocattolo con cui non si divertiva più, disse a mo’ di necrologio: «Hollywood è finita». Il fiuto da outsider gli aveva fatto intuire che il vento stava per cambiare, che il business del futuro sarebbe passato nelle mani della neo nata televisione, quel piccolo, insignificante schermo in bianco e nero che trasmetteva immagini sfarfallanti, a 525 linee di scansione. 

«I baluardi degli antichi feudi, gli studi, caddero a uno a uno in mano al nemico», scrive, a epitaffio di uno studio-system moribondo, lo scrittore e maestro del cinema visionario Kenneth Anger in chiusura del suo epico affresco Hollywood Babilonia, libro «leggendario come ciò di cui parla», disse Susan Sontag, che l’editore Adelphi ristampa a 42 anni dalla prima edizione italiana.

Ma tornando alla vendita della RKO, non è un caso che, neanche due anni più tardi, l’acquirente, la General Tire and Rubber Company, interessata solo a sfruttare finanziariamente i titoli del catalogo, si sarebbe liberata dei terreni dello studio cedendoli alla casa di produzione televisiva Desilu, quella di Lucille Ball e Desi Arnaz, gli ideatori della sitcom I love Lucy (un successo planetario), e produttori della prima serie dello Star Trek televisivo.

 

Howard Hughes


La quintessenza di ciò che chiamiamo America

 

Ma Hollywood era veramente finita? Sì e no. Avrebbe piuttosto cambiato pelle, sarebbe diventata un’industria più o meno ipocrita – ieri regno del Casting Couch, oggi in balìa del Me Too e del politicamente corretto, domani chissà – ma, certamente, si era dissolta quella Mecca del Cinema che lo scrittore e poeta Don Blendig descriveva, in modo tanto struggente quanto realistico, in una sua celebre lirica: «Hollywood favolosa / lussuosa, lussuriosa e ridicola / gloriosa e dolorosa / generosa e volubile / paurosa e sfrontata / stralunata, festosa e terribile / ignobile, adorabile / pidocchiosa e ineffabile / rozza, pazza, geniale / magica, tragica, illogica / fatale e provinciale / avida e splendida / viziosa e candida, Hollywood portentosa / per metà buffonata / ma per metà leggenda / colorata, disperata, stupenda».

Non è un caso che tutti quegli attributi si possono ritrovare, disseminati qua e là, nel DNA stesso della Fabbrica dei Sogni, nei geni di quell’impero – la cui genesi è raccontata in An Empire of their own, un testo basilare per capire l’industria del cinema, ma misteriosamente mai tradotto in Italia – che lo scrittore e critico cinematografico Neal Gabler fa risalire al bruciante desiderio di assimilazione di una prima ondata di immigranti ebrei (Harry Cohn, William Fox, Carl Laemmle, Louis B. Mayer, Jack e Harry Warner, Adolph Zukor) che si erano lasciati alle spalle l’oppressione degli shtetl e dei ghetti di Russia, Ungheria, Polonia, e avevano creato, dal niente, un’industria che voleva dare forma al loro desiderio di far parte di un ancóra balbettante e immaturo Sogno Americano.

 

Per paradosso, saranno proprio loro a dargli vita e forma creandolo a immagine e somiglianza di un loro personale ideale, finendo col creare miti, leggende, universi paralleli e persino una lingua comune (il cinema è il vero esperanto) in cui tutto il mondo (probabilmente persino i talebani) ha finito per riconoscersi. Un ideale che diverrà, addirittura, «la quintessenza di ciò che chiamiamo America», ebbe a dire Will Hays, presidente della prima associazione di produttori e distributori cinematografici d’America, senza rendersi conto dell’ironia delle sue stesse parole. 

Ma dietro le quinte di quel sogno, di quella Fantasilandia fatta di set di cartapesta e effetti più o meno speciali, non furono rose e fiori. Anzi. Intanto la prima conseguenza del cinema fu la nascita dello star-system, una fortuna a doppio taglio, fa notare Kenneth Anger. «Da allora in poi, nel bene e nel male, Hollywood avrebbe dovuto vedersela con la sua chimera fatale: la star. Da un giorno all’altro gli attori del cinema, oscuri e alquanto malfamati si trovarono presi in un vortice di adulazione, di fama e di fortuna. Alcuni riuscirono a reggere la situazione e a prenderla con disinvoltura, altri no». 

 

 


La polverina della felicità

 

Tutto ha inizio negli anni dieci del Novecento, gli anni di grazia, ma se per il grande pubblico adorante Hollywood era una formula magica che evocava il potere della Fantasia, dietro le quinte si stagliava un mondo di depravazione che avrebbe finito per gettare «l’anatema sulla colonia cinematografica e Hollywood sarebbe diventata sinonimo di peccato» (Anger). 

Nel 1913 lo scrittore Raymond Chandler, il “padre” del detective Philip Marlowe, commentava: «Dive del cinema: puah: veterane di migliaia di alcove (...) Guarda quello che Hollywood riesce a fare di una nullità: di una donnetta trasandata che dovrebbe starsene a stirare le camicie di un camionista, ne fa una radiosa immagine di bellezza; di un ragazzotto troppo cresciuto destinato ad andarsene al lavoro con la “schiscetta” ne fa un campione di virilità dagli occhi splendenti, dal sorriso luminoso e traboccante di sex appeal. Di un’inserviente da drive-in del Texas, dotata della cultura di un personaggio dei fumetti, ne fa una cortigiana internazionale, sposata sei volte con altrettanti milionari, tanto decadente e blasé che la sua massima idea di brivido consiste nel sedurre il facchino con canottiera intrisa di sudore, che le trasporta i mobili».

 

Gli scandali degli albori dell’impero in celluloide non erano, in effetti, roba da poco: si andava dai presunti amori saffici («Era possibile pensare l’impensabile? Lilian Gish era o non era l’amante di sua sorella Dorothy?»), all’ossessione per le iper minorenni del “dio di Hollywood”, il regista David Griffith, o ancora agli approfonditi “provini” dell’attore, sceneggiatore, regista e produttore cinematografico Mack Sennett alle sue bathing beauties, le bellezze al bagno, «tra cui figuravano boccioli di rosa come Gloria Swanson e Carole Lombard adolescenti». Insomma, sempre intorno al sesso si girava.

Gli attori, i nouveaux riches della costa dell’ovest, erano gente arrivata al successo dal niente, molto spesso non reggevano lo stress e si affidavano sempre più alla “polverina della felicità”, la cocaina, così tanto che lo “stile polverina” finì per indicare un preciso genere cinematografico: quello scatenato delle cosiddette comiche finali prodotte dalla Keystone Film di Mack Sennett – alla cui scuola si formò Charlie Chaplin – fatte di comicità rutilante, inseguimenti forsennati e torte in faccia. Addirittura Douglas Fairbanks interpreterà, nel film The Mystery of the Leaping Fish, la parte di un detective alla Sherlock Holmes che si chiamava “Coke Ennyday”, ovvero: coke any day, cocaina tutti i giorni.

 

L’affaire Arbuckle

 

Prendi poi l’idraulico Roscoe “Fatty” Arbuckle la cui fortuna era cominciata nel 1913 quando era andato a sgorgare lo scarico di casa proprio di Mack Sennet. Quando Sennet si vide davanti questo operaio dal fisico a forma di palla, non ci pensò su un istante a offrirgli un contratto di tre dollari al giorno per utilizzare i suoi centoventi chili di grasso nel tipo di comiche «fango e baraonda, tomboloni e torte in faccia» che, come dicevamo, andavano così di moda all’epoca. Quattro anni più tardi Arbuckle, passato alla Paramount, di dollari ne guadagnava cinquemila la settimana e dava filo da torcere allo studio a causa delle sue intemperanze che dovevano continuamente essere messe a tacere foraggiando le autorità. Ancora quattro anni e il suo cachet sarebbe passato a tre milioni di dollari. Una cifra da capogiro per l’epoca. Ma la gente amava la volgarità e la rozzezza del personaggio (basti comunque pensare a quanti “divi” nostrani hanno raggiunto il successo grazie alle stesse qualità) e correva a vedere i suoi film.

Fu il festino organizzato a San Francisco per celebrare il contratto a metterlo definitivamente nei guai. “Fatty” aveva da un po’ messo gli occhi su una certa Virginia Rappe, una brunetta venticinquenne di Chicago, appena assunta da Sennett, una sveglia che non aveva perso tempo, e si era subito data da fare con la troupe a cui aveva attaccato le piattole. Ma l’ex idraulico era di bocca buona.

 

Al party che si svolgeva all’Hotel St. Francis scorreva alcol a fiumi e Arbuckle e Virginia si appartarono nella camera 1221. Secondo la testimonianza di una delle ragazze presenti «i festeggiamenti si bloccarono di colpo quando dalla camera da letto vennero grida laceranti». Chi entrò nella stanza trovò Virginia nuda sul letto che si contorceva dal dolore. Morì poco dopo in ospedale per l’esplosione della vescica causata da «un atto di violenza imprecisato che aveva provocato una peritonite». 

Arbuckle fu accusato di omicidio di primo grado. L’America profonda insorse. In un cinema dove si proiettava un suo film gli spettatori crivellarono di colpi lo schermo. A nulla valsero questa volta i tentativi dei dirigenti dello studio di corrompere il procuratore distrettuale che, comunque, non riuscì a farlo condannare nonostante tre processi segnati da testimonianze reticenti e confuse, da giurie che non riuscivano mai a raggiungere un verdetto unanime: alla fine “Fatty” fu assolto. L’unica consolazione per i puritani fu che Arbuckle non vide mai i tre milioni di dollari del contratto e che la Paramount mandò al macero i film non ancora in circolazione, esiliando dalla mecca del cinema l’ex comico, che morì alcolizzato a soli 46 anni.

 

Roscoe Arbuckle (il terzo da sinistra, seduto) durante il processo

 

Storie fatte della materia di cui sono fatti gli incubi

 

Fatto sta che l’affaire Arbuckle spaventò a morte a Hollywood. I tycoon degli studi erano seriamente allarmati dalla reazione dell’americano medio alle intemperanze dei divi del cinema, allo stile di vita di gente, che so, come Clara Bow «la più piccante pupa-jazz del cinema» che, scrive Anger, si diceva che si sarebbe passata tutti gli attori con gli attributi che giravano in città e per aver intrattenuto l’intera squadra campione di baseball dell’Università della California meridionale, tra cui spiccava un difensore, tale Marion Morrison, in seguito noto come John Wayne il bacchettone. 

Probabilmente molti di questi si diceva, molte di queste “storie dai mille volti” che Anger, encomiabile studioso di mitologia hollywoodiana (non ce ne voglia Joseph Campbell), riscrive e tramanda, a mo’ di novella dello Stento, in altrettante leggende per la gioia dell’immaginario collettivo di generazioni a venire. 

 

Certo, a un attento storico del cinema come Kevin Brownlow – che aveva definito il metodo di ricerca di Anger per lo più “telepatico” – non potevano sfuggire certe incongruenze, certe fonti mancanti, certe imprecisioni d’autore, ma Anger non è un accademico, non è un fact-checker, così come John Ford non era uno storico della scuola degli Annales, e i suoi cow boy non erano quegli eroi senza macchia della conquista del West che, per anni, ci hanno fatto trepidare sulla loro sorte messa in pericolo dagli indiani cattivi. Ma, ehi, questa è Hollywood, dove, per dirla con l’Humphrey Bogart che veste i panni di Sam Spade in Il mistero del falco, le vite sono fatte della stessa materia di cui sono fatti i sogni – anche se, sfogliando questo Hollywood Babilonia, le storie sembrano fatte piuttosto «della materia di cui sono fatti gli incubi».

 

E sono proprio queste apparenti incongruenze di scandalosa realtà aumentata che devono aver folgorato sulla strada di Hollywood Roberto Calasso, l’editore di Adelphi recentemente scomparso, che in un dibattito televisivo con il critico Tatti Sanguineti (andato in onda su Iris, martedì 15 ottobre 2013, in seconda serata) spiegava il motivo della scelta di pubblicare un libro così apparentemente anomalo per la casa editrice di Elias Canetti, di Jurgis Baltrušaitis, di Arthur Schnitzler, di Friedrich Nietzsche: «Di questo libro mi ha attratto tutto. Ogni riga del testo, ogni immagine. Perché è evidente che se uno ha nella testa quel delirio che è nel titolo, qui trova una controparte giusta, un possibile commento a una certa zona del cinema».

 

«Se proprio dovete trovarvi nei guai, fatelo al Marmont»

 

Ma torniamo a quegli anni leggendari. La gente, scrive Anger, «vedeva in Hollywood un’autentica Babilonia moderna, con Sodoma per periferia». Per cercare di dare una patina di rispettabilità all’industria della celluloide fu chiamato a vigilare il solito Will Hays, uomo per tutte le stagioni, all’epoca passato al ministero delle Poste, invitato a stilare un decalogo di “morale cinematografica” che gli attori dovevano sottoscrivere e rispettare, pena l’ostracismo.

Will Hays promise all’America giorni migliori sul fronte hollywoodiano. «Stiamo procedendo lungo la via maestra, verso mete più belle, nel regno della pellicola. Tra poco avremo una Hollywood modello. E io confido e spero che questi deplorevoli incidenti saranno presto cose di un passato che non torna». Ma come scrive Anger, i “fiutatori” hollywoodiani [di cocaina] non cambiarono abitudini, impararono semplicemente la discrezione. «I Nuovi Dei erano decisi a vivere in pieno la loro leggenda, e al diavolo Hays».

 

Così gli studi pensarono bene di munirsi di appartamenti e stanze d’albergo, luoghi sicuri da mettere a disposizione delle loro stelle che avrebbero potuto abbandonarsi, indisturbati, ai loro vizietti. Fra queste enclave dalle pareti antisismiche fatte per reggere ai frequenti terremoti e assorbire gli altrettanto frequenti scandali, spiccano due leggende alberghiere: lo Chateau Marmont e il Beverly Hills Hotel. 

Il primo regna sul Sunset Boulevard, il Viale del Tramonto: impossibile non notarlo, è come avvistare il castello di Amboise, quello nella valle della Loira dove soggiornò e morì Leonardo da Vinci, circondato da un ristorante messicano, un Pink Taco, e un McDonald’s. Qui lo scandalo che è più rimasto impresso nel recente immaginario collettivo è la stupida morte per overdose di John Belushi, la star dei Blues Brothers (ma per arrivare a lui, e a divi scapestrati più vicini ai nostri giorni bisognerà che il lettore attenda la ristampa di Hollywood Babilonia II). Erano anni, quelli, in cui l’albergo diventava terreno di giochi pericolosi non solo per divi del Grande Schermo, ma anche per i nuovi Eroi, le rock star con groupie al seguito. Insomma, lo Chateau «è un albergo pensato per i peccatucci», commenta Eve Babitz, la ragazza che giocò a scacchi con Duchamp, nuda. «Se vuoi suicidarti, se vuoi commettere adulterio vai allo Chateau Marmont. È il massimo dell’eleganza. Elegante e alla moda. È internazionale. E non teme nulla.

 

Non lo turbano il talento geniale, o l’amore, o la pazzia». Praticamente le stesse raccomandazioni che Harry Cohn, il leggendario fondatore della Columbia Pictures, fece a William Holden e Glenn Ford, attori alle primissime armi nel lontano 1939: «Se proprio dovete trovarvi nei guai, fatelo al Marmont».

Il Beverly Hills Hotel, invece, visto anche il quartiere in cui si trova, mantiene un aplomb più rarefatto e signorile. Nei suoi bungalow all’ombra delle palme Yves Montand sedusse Marilyn Monroe durante le riprese del film Facciamo l’amore; Clark Gable vi si infrattava ora con Loretta Young, ora con Carole Lombard; John F. Kennedy vi si intratteneva, durante le elezioni presidenziali del 1960, con un po’ di fidanzate, fra cui l’attrice Angie Dickinson; Elizabeth Taylor usava il bungalow numero 5 per passarvi le sue numerose ma, in questi casi, giustificate lune di miele.

 

Cary Grant (a destra) con Randolph Scott


Perry Mason in vestaglia rosa

 

E se l’incubo degli studi erano le “scappatelle” eterosessuali dei loro divi, immaginare se su una star gravava l’accusa, o anche solo il sospetto, di omosessualità. Per gli studi il problema si poneva a ritmi preoccupanti: un gran numero di idoli del pubblico femminile, amanti d’eccezione sul grande schermo, nella vita privata erano gay. Fino a una certa epoca la tecnica di copertura era stata quella di organizzare matrimoni con partner possibilmente lesbiche. Rodolfo Valentino ne ebbe due. Robert Taylor fu fatto sposare con Barbara Stanwyck. Quando fu chiaro che la rivista Confidential – specializzata nel mettere in subbuglio gli equilibri instabili dello star system – stava per rivelare le preferenze sessuali di Rock Hudson, lo studio corse ai ripari facendolo sposare d’urgenza con Phyllis Gates, la segretaria del suo agente. 

 

In un’epoca in cui uscire allo scoperto significava il suicidio professionale – anche se Cary Grant conviveva felicemente con Randolph Scott continuando a restare un idolo incontaminato del pubblico femminile – Raymond Burr, l’indimenticabile Perry Mason del piccolo schermo, per coprire la sua relazione con Robert Benevides, con cui coabiterà felicemente per trentacinque anni, scelse un’altra strada: si inventò un passato da vedovo con una prima moglie scomparsa in un disastro aereo e una seconda morta prematuramente di cancro. Non solo, ma condì il tutto con un fantomatico figlio di 10 anni morto di leucemia. La tattica funzionò. Nessuno gli chiese mai niente. Neanche perché nella sua casa di Malibu indossasse vestaglie rosa.

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO