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Raymond Chandler. Il crimine ama Los Angeles

I detective privati e non, letterari, cinematografici, a fumetti e dintorni, amano Los Angeles. La città è lo sfondo perfetto per storie affollate di poliziotti corrotti, criminali incalliti, signorine senza scrupoli, che si muovono in trame pervase di romanticismo e perversione, luci e ombre, fama e frenesia, artificio e immoralità, amore e odio. 

Amore e odio, ecco, è esattamente ciò che provava, per Los Angeles, Raymond Chandler (1888-1959), lo scrittore che più di ogni altro ha mitizzato questa città facendola diventare co-protagonista delle avventure poliziesche di Philip Marlowe, il detective letterario con cui ogni autore, così come ogni appassionato di detective story che si rispetti – lettore o autore, sceneggiatore o spettatore – finisce, prima o poi, per confrontarsi. 

Dopo Marlowe, la cui immagine cinematografica indelebile è quella di Humphrey Bogart in Il grande sonno, è infatti impossibile immaginare un qualsiasi investigatore privato senza radici ben piantate nella città in cui vive e indaga. «Non si può essere veramente chandleriani», nota Dennis Lehane, ex docente di scrittura creativa a Harvard e sceneggiatore di thriller molto amati dal cinema (da Mystic River, a Shutter Island) «se non si scrive di Los Angeles e se non lo si fa con la stessa complessità morale e la stessa visione quasi apocalittica del maestro». 

 

E ancora: «Se Hammet costituiva le fondamenta del noir americano, Chandler ne era lo sviluppo. Chandler ha dato al genere il suo primo maturo impianto filosofico; ha creato un codice etico, incarnato da Philip Marlowe, e da allora è stato sempre emulato; ha impresso con tale forza nel DNA del genere l’idea di un detective attaccato solo a due cose: i suoi princìpi e la sua città: è infatti impossibile immaginare la gran parte di questi protagonisti di storie gialle senza collegarli alle città da cui provengono».

Il ruolo che ha giocato Los Angeles nella detective story è stato, ed è tuttora, fondamentale. E non solo per Chandler. Bisogna tenere conto che le ambientazioni, i luoghi, le città sono assolutamente imprescindibili per scrittori di questo genere di narrativa. Provate a pensare a Maigret senza Parigi sullo sfondo delle sue indagini, Sherlock Holmes senza i fumi della Londra vittoriana, Tony Hillerman senza le assolate mesa della nazione Navajo. 

La scrittrice premio Pulitzer Eudora Welty era solita spiegare che la credibilità di un’opera di narrativa dipende non solo dal crocevia delle circostanze che la muovono, ma anche dal dove queste accadono, dal modo in cui i luoghi vengono descritti, dai maggiori o minori dettagli che lo scrittore userà per la sua storia. Il luogo, scrive nel saggio Una cosa piena di mistero (Minimum Fax), c’entra con il valore dell’autore, gli fornisce il punto di riferimento, il punto di vista. «Il luogo in narrativa ha nome e identità, è il concreto esatto, esigente e dunque credibile punto di raccolta di tutto ciò che si è sentito, o si sta per sperimentare, nel procedere del romanzo. La collocazione attiene al sentire, il sentire attiene profondamente al luogo; il luogo nella storia partecipa al sentimento, così come il sentimento della storia partecipa del luogo. Ogni vicenda sarebbe un’altra vicenda se raccattasse trama e personaggi e si verificasse altrove. Immaginatevi La strada di Swann ambientata a Londra, o La montagna incantata in Spagna. L’idea stessa di traslocare un romanzo sconcerta la mente, gli affetti ben più di un suo spostamento temporale di un secolo».

Rincara la dose P.D. James, signora del giallo: il serio scrittore di mystery è colui che ha il potere di creare un contesto “geografico” talmente convincente da dare al lettore la sensazione di conoscere quei luoghi tanto bene quanto il suo salotto.

 

 

Lo sguardo fotografico

 

E Chandler è maestro nel rendere Los Angeles co-protagonista assoluta delle vicende di Philip Marlowe. «In Chandler lo stile hard boiled diventa soprattutto un modo di osservare non molto differente da quello di una macchina fotografica», afferma lo scrittore pop-pulp Jonathan Lethem. 

Lo sguardo di Chandler è quello di una cinepresa, di una macchina fotografica, di una lente da ripresa che fissa situazioni, azioni, sentimenti, come nella descrizione del celebre James Oviatt Building – un palazzo art deco che si trova nella città vecchia e che, in Una donna nel lago, del 1943, ribattezza “Treloar Building” – e del suo portiere.

«Il Treloar Building si trovava, e si trova tuttora, a Olive Street, vicino alla Sesta, sul West Side. Il marciapiede di fronte era stato assemblato con blocchi di gomma bianca e nera. Adesso li stavano togliendo per restituirli al comune e un uomo pallido senza cappello con una faccia da custode del palazzo li guardava lavorare. E aveva lo sguardo di qualcuno a cui stavano spezzando il cuore».

Per la cronaca, il motivo per cui Chandler accenna allo smantellamento del marciapiede di gomma (realmente avvenuto), è perché quella gomma era necessaria per lo sforzo bellico, in quanto la maggior parte delle fonti di approvvigionamento di gomma in Asia erano allora controllate dal Giappone. 

Altrettanto precisa la descrizione del Van Nuys Hotel (oggi Barclay Hotel) “fotografato” in Troppo tardi: «Una volta, parecchi anni prima, il Van Nuys doveva aver avuto un certo stile. Ma ora non più. Nell’ingresso potevi sentire ancora l’odore stantio di generazioni di sigari così come le dorature sudice erano attaccate al soffitto e le molle ciondolanti alle ampie poltrone di cuoio. Il marmo del banco era diventato giallo-brunastro, col tempo. Ma il tappeto sul pavimento era nuovo e aveva un’aria dura, coriacea, come l’impiegato del bureau».

 

Lo “stile Marlowe” si è universalmente affermato come cliché culturale dell’eroe solitario, di colui che, in Addio mia amata, che l’editore Adelphi rimanda oggi in libreria, facendo seguito a Il grande sonno dello scorso anno, così si riassume: «Avevo bisogno di un drink, avevo bisogno di un’assicurazione sulla vita, avevo bisogno di una vacanza, avevo bisogno di una casa in campagna. Tutto ciò che avevo era una giacca, un cappello e una pistola». 

Scegliere la detective story come stile narrativo, faceva notare il biografo Frank MacShane, ha permesso a Chandler di raccontare Los Angeles come Dickens e Balzac avevano fatto, nel xix secolo, con Londra e Parigi. E gli ha permesso altresì di muoversi in luoghi diversi e di “giocare” con una straordinaria gamma di umanità, straricchi e strapoveri, cosa che a narratori tout court, gli Hemingway, i Fitzgerald, i Faulkner, non era permesso perché limitati a una ristretta scelta di personaggi. Ma non solo. 

Come ha potuto la narrativa americana reinventarsi dopo il passaggio del ciclone Hemingway? si è chiesto Perry Meisel, docente di letteratura alla New York University. Lo ha fatto, scrive, partendo da una direzione inaspettatamente pop, dalla detective fiction di Raymond Chandler: una narrativa spoglia come quella di Dashiell Hammett, o dello stesso Hemingway, ma rinforzata da elementi “rococò” – il semiologo Omar Calabrese li avrebbe magari descritti come “neo-barocchi” – e dalle sorprendenti risorse stilistiche che finiscono col porlo nella zona “alta” della cultura, pur facendo parte di una categoria letteraria genericamente etichettata come “bassa”, e nonostante la fonte di ispirazione e di studio, per Chandler, fossero stati non i classici europei, bensì i romanzi di Erle Stanley Gardner, il creatore di Perry Mason.

 

 

Un magnifico guardaroba e un accento da collegio inglese

 

Raymond Chandler, giovane americano trapiantato a Londra, non amava troppo la sua patria d’origine anche se, a ventitré anni, si fece prestare da uno zio cinquecento sterline – «restituite fino all’ultimo penny con l’interesse del 6 per cento» – per riattraversare l’oceano e stabilirsi in California dopo aver scartato New York per congenita incompatibilità con i suoi tassisti: «Quelli che non si lagnano o sbraitano, cercano di trasformare una corsa di dieci isolati in una conferenza», era solito dire.

A Los Angeles, Chandler che, come ebbe a scrivere in una lettera a un amico, era arrivato con un magnifico guardaroba e un accento da collegio inglese, si installò presso la famiglia Lloyd, a Downtown, al 713 di South Bonnie Brae Street, dove anni più tardi, in Il grande sonno, orgogliosamente scritto in tre mesi, collocherà la casa-albergo Glendower, abitazione di uno dei personaggi chiave del romanzo, tale Agnes Lozelle.

Erano gli anni fra il 1912 e il 1913, gli stessi in cui, un po’ di isolati più a ovest, all’angolo fra Selma e Vine, Cecil B. de Mille affittò una stalla per cavalli e ci piazzò il suo quartier generale per filmare il primo lungometraggio girato a Hollywood, un western dal titolo The Squaw Man. In quell’angolo, allora, c’era una fattoria e tutta quella zona era un’area agricola, con casolari e una strada di terra battuta che la attraversava e che, una volta, era abitata dalla tribù di nativi americani Tongua.

Per averne un’idea visiva basta riandare con la memoria ai vecchi film muti, alle comiche di Mark Sennett (YouTube ne ha un’ottima selezione) in cui si vede esattamente qual era la Los Angeles che incontrò Chandler al suo ritorno negli Stati Uniti, dove, fino all’indomani della Grande Depressione, diresse varie compagnie petrolifere indipendenti. Quando si ritrovò senza lavoro – licenziato per persistenti problemi di alcolismo – decise di mettersi a scrivere mettendo a frutto il corso per corrispondenza di Tecnica del racconto breve che aveva seguito in Inghilterra. 

 

Una città a disposizione

 

Se Dashiell Hammett – il progenitore della letteratura noir americana, e creatore di Sam Spade, l’altro grande detective della “scuola dei duri” – poteva vantare un’esperienza all’agenzia Pinkerton, Chandler sapeva ben poco del mondo del crimine per cui, per documentarsi, aveva dovuto affidarsi a libri come Il manuale delle armi del maggiore J.S.Hatcher o 1000 domande alla polizia di Charles W. Fricke, giudice di corte d’appello con una segreta passione per le orchidee, la magia e le torte al cioccolato: un giudice molto pop. 

Nessun problema, invece, per i luoghi: la città era lì a sua disposizione; se aveva bisogno di descrivere un hotel scalcinato non doveva far altro che trovarne uno, sedersi nella hall e passarci mezza giornata a osservare e a ascoltare la gente chiacchierare. Poteva altresì attingere alle proprie memorie di quando, ubriaco, veniva cacciato in cella, nella prigione di Lincon Heights, oggi trasformata in una scalcinata palestra di box e molto usata come location cinematografica. È lo stesso Marlowe a descrivere quella prigione in Il lungo addio: «Niente brande, niente sedie, niente coperte, niente di niente. Stavi disteso sul pavimento di cemento. Sedevi sul cesso e ti vomitavi addosso. Questa era il punto più basso della disperazione. Io l’ho vissuta».

Il locale preferito da Chandler era il King Eddy Saloon. Esiste ancora oggi, si trova sulla East Fifth Street, a Downtown, nell’Historic Core District, praticamente il cuore della vecchia Los Angeles, un bar che era, ed è tuttora, parte del King Edward Hotel, un albergo trasformato in SRO (Single Room Occupancy, una sorta di residenza per persone indigenti) che ha superato i cento e passa anni di età e li dimostra tutti. E pensare che quello che oggi appare come un sicuro covo di cimici, ha persino ospitato il presidente Theodore Roosevelt che non mancava mai di fare visita al saloon sottostante per un cicchetto corroborante.

 

All’epoca, l’area di Downtown pullulava di grandi alberghi e il traffico stradale era infernale, peggio di oggi, affollato di carrozze a cavalli che rendevano difficoltosi gli spostamenti e deplorevolmente inzaccherate le strade. Per questo fu costruita una serie infinita di tunnel sotterranei di servizio che collegavano gli alberghi e i vari esercizi commerciali della zona.

Il 28 ottobre 1919 su pressione del Movimento per la Temperanza, antesignano del Partito Proibizionista, e nonostante il veto del presidente Woodrow Wilson, 36 stati approvarono il diciottesimo emendamento alla Costituzione e il successivo Volstead Act che, entrato in vigore l’anno successivo, vieterà “la produzione, la vendita e il trasporto di alcolici”, facendo nascere, di fatto, il fenomeno del gangsterismo.

Con l’avvento del proibizionismo – così sarà comunemente chiamata la legge – quella rete di tunnel divenne preziosa per dribblare il divieto, diventando così il centro di ritrovo clandestino più frequentato di Los Angeles. Una pacchia per la malavita organizzata.

Anche il King Eddy Saloon si adattò subito allo spirito dei tempi riciclandosi, in superficie, come improbabile negozio di pianoforti e aprendo, nei sotterranei, al centro di quella rete di tunnel, una “succursale” che divenne presto uno dei più famosi speakeasy – così si chiamavano i bar clandestini – della città. E, badate bene, la maggior parte non erano locali di quart’ordine, quelli erano i blind pigs, o blind tigers, dove il cliente pagava un biglietto per vedere un’attrazione qualsiasi, e il locale gli serviva una bevanda alcolica “in omaggio”. 

 

Negli speakeasy era spesso richiesto agli uomini di vestire in giacca e cravatta e alle signore di indossare abiti da sera. All’ingresso, a controllare che gli avventori non si portassero l’alcol da casa, stazionava un poliziotto – sì, proprio un poliziotto, perché in quegli anni, la corruzione era la regola a Los Angeles ed era la stessa polizia a controllare il racket con il beneplacito dell’amministrazione comunale e dello stesso sindaco. Capo della polizia, poliziotti e sindaco intascavano infatti fra il 15 e il 20 per cento degli introiti garantendo la protezione, proprio come facevano le famiglie mafiose sulla costa dell’est. Erano anni, quelli, in cui la corruzione si respirava nell’aria, come la si respirerà nelle storie di Philip Marlowe. 

Chi, nonostante la protezione non voleva comunque rischiare, poteva andare a bere e persino a giocare d’azzardo su una delle navi ancorate a tre miglia al largo della costa di Santa Monica, al di fuori delle acque territoriali, dove neanche quel po’ che restava della legge poteva arrivare. Per 25 centesimi di dollaro si poteva salire a bordo di un motoscafo che faceva la spola fra il molo di Santa Monica e il Rex, l’imbarcazione più famosa, elegante e alla moda, appartenente a Tony Cornero, un contrabbandiere di alcol. Lì si poteva cenare serviti dallo chef Henri, ballare al suono della musica dei Rex Mariners, e tentare la fortuna a qualsiasi gioco d’azzardo si volesse essere spennati. 

La pacchia per tutti – gangster, politicanti e poliziotti – durò fino al 1933 quando il proibizionismo finì: i tunnel vennero sigillati, le navi sequestrate.

 

Corruzione, intrighi, cinismo

 

Ben presto altri scandali scuoteranno Los Angeles (e la coscienza del nostro scrittore), che vivrà uno dei suoi periodi peggiori con l’elezione a sindaco di Frank Shaw, uno che aveva le idee chiare su come fare soldi approfittando del potere. La sua prima mossa fu quella di cercare l’appoggio di quelli che contavano. E a Los Angeles nessuno contava più di Harry Chandler (nessuna parentela con Raymond) storico proprietario del foglio locale, il Los Angeles Times. Chandler aveva ereditato il giornale dal suocero Harrison Gray Otis, insieme al cinismo e alla grande capacità di manipolare politici e opinione pubblica per il proprio interesse. 

Uno dei primi atti del sindaco fu di nominare a capo della polizia un protetto di Chandler, tale James “due pistole” Davis. Dall’alto della sua carica Davis si occupava soprattutto di scoraggiare, e soprattutto schiacciare sul nascere, qualsiasi velleità sindacale si fosse manifestata al Times, e al contempo si occupava di proteggere gli interessi del sindaco nel campo del gioco d’azzardo, prostituzione e traffico di droga. 

 

 

A rompere le uova nel paniere al circolo degli affari ci pensò una commissione d’inchiesta chiamata a indagare sull’operato dell’amministrazione. Era presieduta dal proprietario di una catena di ristoranti, Clifford Clinton, il cui primo atto pubblico fu quello di assumere, come consulente, un investigatore privato, Harry Raymond, ex capo della polizia di San Diego, il quale prese subito a ficcare il naso dove non doveva. I due innervosirono così tanto il sindaco (eufemismo per dire che gli fecero saltare i nervi), che ben presto Shaw decise di passare dalle minacce alle maniere forti. Il 27 ottobre 1937 ordinò al capo della polizia di far saltare in aria l’abitazione di Clinton. Sfortuna per il sindaco, la casa subì danni irreparabili, ma Clinton e famiglia si salvarono. 

Poi fu la volta di Harry Raymond. Per essere sicuri che tutto andasse per il verso giusto, la bomba fu piazzata nella sua auto, personalmente, dal capitano Earl Kynette, comandante dell’unità di intelligence della polizia di Los Angeles. Questa volta la sfortuna toccò al capitano Kynette: nonostante le numerose ferite, anche Raymond sopravvisse all’esplosione. Non solo: un venditore ambulante di frutta identificò l’ufficiale come l’esecutore materiale dell’attentato. Il capitano Kynette, insieme ad altri due detective, furono condannati e spediti nella prigione di San Quintino. Il sindaco si salvò, ma 120mila cittadini indignati firmarono una petizione e lo sollevarono dall’incarico. Il capo della polizia, James Davis, anticipando possibili iniziative di Clinton, si dimise. 

 

Fu solo nel 1950, esattamente il 9 agosto, con la nomina di William H. Parker che il dipartimento di polizia cominciò a disfarsi delle mele marce e ad avviare, anche se a fatica, serie riforme. Persino le famiglie a capo del crimine organizzato capirono che era tempo di cambiare aria e trasferirono la maggior parte delle loro attività illegali da Los Angeles a Las Vegas. 

Nessuna sorpresa quindi che le storie di Philip Marlowe, ambientate nel clima di corruzione antecedente a questi cambiamenti, esprimano amarezza e soprattutto cinismo verso le istituzioni, il dipartimento di polizia, le grandi dinastie familiari i cui interessi si intrecciano, come dicevamo, in fitte reti di intrigo e corruzione. La credibilità letteraria di Marlowe sta tutta, quindi, nella sua incorruttibilità di cavaliere solitario.

 

«Dive del cinema: puah»

 

Fu così che, mentre Chandler osservava, ascoltava, beveva, moraleggiava e prendeva appunti per i suoi romanzi, Los Angeles, che nel 1913 era più piccola di San Francisco, crebbe di dimensioni, e lo scrittore crebbe con lei sviluppando, come dicevamo, un rapporto ondivago e altalenante di amore e odio. 

«Guarda quello che Hollywood riesce a fare di una nullità: di una donnetta trasandata che dovrebbe starsene a stirare le camicie di un camionista, ne fa una radiosa immagine di bellezza; di un ragazzotto troppo cresciuto destinato ad andarsene al lavoro con la “schiscetta” ne fa un campione di virilità dagli occhi splendenti, dal sorriso luminoso e traboccante di sex appeal. Di un’inserviente da drive-in del Texas, dotata della cultura di un personaggio dei fumetti, ne fa una cortigiana internazionale, sposata sei volte con altrettanti milionari, tanto decadente e blasé che la sua massima idea di brivido consiste nel sedurre il facchino con canottiera intrisa di sudore, che le trasporta i mobili».

Ma non mancano sprazzi di realismo quando si schiera, in un articolo pubblicato su The Atlantic, nel novembre del 1945 (Writers in Hollywood: il testo è rintracciabile sul sito web della rivista), a difesa della vituperata Hollywood che, nonostante le pecche, è l’ossatura stessa di Los Angeles. «Senza Hollywood», ammette «la città sprofonderebbe nella banalità». Chandler è fatto così. Va preso per quello che è. 

 

In questo suo mondo costellato di scetticismo, prende forma una narrazione quasi maniacale di dettagli urbanistici che, oggi, si rivelano importanti per ricostruire la Los Angeles in cui lo stesso Chandler si muoveva e dove spesso si diverte a mescolare le carte. A un luogo vero, indicato col suo vero nome, ne affianca uno vero, ma occultato da un nome fasullo, o uno completamente inventato, ma che si ispira a arie e ambientazioni reali. 

Un attento lettore dei suoi romanzi, mappa alla mano, può ricostruire i movimenti di Marlowe scoprendo, per esempio, che la casa da cui il detective guarda la città in Il lungo addio, è su Lookout Mountain Avenue, sopra Laurel Canyon; che la sua abitazione in Finestra sul vuoto è sulla collina di High Tower Drive, raggiungibile da una buffa torre-ascensore che, poi, è la stessa location usata nella versione cinematografica di Il lungo addio, quella con l’improbabile Elliott Gould protagonista. 

Si può anche scoprire che Marlowe non amava troppo la grande architettura dell’epoca, come quella del Belfont Palace, che non è altro che il celebre Bradbury Building che si trova a Downtown, al 304 di Broadway Sud, all’angolo fra la Terza e Broadway. Chandler lo descrive così: «Otto piani di architettura insipida e anonima, chiuso tra un grande magazzino di abiti fatti a buon mercato, tutto intonaco verde e metallo cromato, e una rimessa a tre piani che faceva il chiasso della gabbia dei leoni all’ora del pasto. L’atrio piccolo, stretto e oscuro era sporco come il cortile di un pollaio. C’erano due ascensori a gabbia metallica, ma a quanto pareva uno solo funzionava». 

 

Il Bradbury Building era stato ideato alla fine del diciannovesimo secolo dall’architetto George Wyman per il miliardario Lewis Bradbury. All’esterno ha un’aria del tutto anonima, ma racchiude al suo interno un trionfo di strutture art déco, di vetrate e di suggestive strutture in ghisa e, a parte aver fatto da location per alcune scene del film di culto Blade Runner di Ridley Scott del 1982, è, fra l’altro, il quartier generale della divisione Affari Interni del Dipartimento di Polizia di Los Angeles. Nel film L’investigatore Marlowe, del 1969, quello con James Garner protagonista, l’ufficio del detective è ambientato proprio in questo palazzo.

 

 

Altri luoghi imperdibili per il visitatore curioso che volesse ripercorrere i luoghi chandleriani sono Bullock’s, al 3050 di Wilshire Boulevard, uno dei primi grandi magazzini della città, straordinaria costruzione art déco che gli architetti John e Donald Parkinson realizzarono pochi mesi prima del crollo della Borsa del ’29, oggi sede della Southwestern Law School e monumento nazionale; così come la Union Station, la stazione ferroviaria; il Chinese Theatre a Hollywood, quello dove gli attori lasciano l’autografo e le impronte di mani e piedi impresse su mattonelle di cemento fresco; la scalinata per Cabrillo Street che, nella realtà, porta al 17700 West di Castellammare Drive; e Malibu ribattezzata Montemar Vista, mentre Santa Monica diventa Bay City, con il suo contorno di palme e strade segrete, l’asfalto corroso, le staccionate sbilenche, i marciapiedi pieni di crepe, le rugginose rotaie del tram di Idaho Street. Scrive Chandler: «Si può conoscere Bay City da molto tempo senza conoscere Idaho Street. E si può conoscere molto bene Idaho Street senza conoscere il numero 449. Il numero 449 aveva un portico poco profondo, di legno grezzo, sotto il quale quattro o cinque sedie a dondolo di vimini e legno oziavano con aria dissoluta, tenute insieme dallo spago e dall’umido dell’aria marina».

Non manca il Viale del tramonto, il Sunset Boulevard, che Marlowe percorre spesso puntando verso nord, verso Highland, superando Cahuenga Pass, scendendo su Ventura Boulevard e costeggiando Studio City, Sherman Oaks ed Encino. «Niente è solitario su quel percorso costellato di chiassose insegne al neon e le facciate false, fatte di sputo che parevano palazzi, sotto le luci brillanti e colorate, i ristoranti circolari per automobilisti, allegri come circhi equestri, con le servette vivaci, dagli occhi duri, i banchi luminosi e le cucine unte e sudaticce, che avrebbero avvelenato un rospo». Sulle colline di Encino, ecco le case delle dive del cinema. «Dive del cinema: puah. Le veterane di migliaia di alcove».

 

La caccia all’indirizzo ha, da sempre, appassionato i lettori dei romanzi di Chandler. Nell’aprile del 1951 lo scrittore rispondeva alle domande di un ammiratore, tale signor D. J. Ibberson: «È molto gentile da parte sua interessarsi tanto ai fatti della vita di Philip Marlowe (...) Dove abita? In Il grande sonno e in alcuni racconti precedenti, abitava a quanto pare in un appartamento di una stanza con un letto di quelli che rientrano nel muro e hanno di sotto uno specchio. Poi si è trasferito in un appartamento simile a quello occupato da un personaggio che in Il grande sonno si chiamava Joe Brody. Può darsi che sia lo stesso appartamento, può darsi che costi poco perché vi è stato commesso un delitto. Credo, ma non ne sono sicuro, che questo appartamento sia situato al quarto piano (...) Quando Marlowe ne ha preso possesso il fitto doveva essere di circa sessanta dollari al mese con tutto il mobilio (...) Quanto all’ufficio di Marlowe un giorno o l’altro gli darò un’occhiata per rinfrescarmi la memoria. Mi sembra che sia al sesto piano di un edificio esposto a settentrione e che la finestra dell’ufficio sia a est. Ma non ne sono certo».

Era passato, infatti, un po’ di tempo da quando aveva scritto La finestra sul vuoto, il romanzo dove situa l’ufficio di Marlowe («Due stanzette che davano verso la corte») su Cahuenga Boulevard, all’angolo con l’Hollywood Boulevard, proprio dove, nel 1994, la città gli ha dedicato una piazza, neanche troppo lontana dal mitico Musso & Frank Grill, il più vecchio ristorante di Hollywood ancora in servizio (Joseph Musso e Frank Toulet lo aprirono nel 1919). 

 

Tutt’oggi il locale mantiene un’aria snob e demodé, la stessa di quando il nostro Chandler, Francis Scott Fitzgerlad, William Faulkner, Ernest Hemingway e i loro pari si fermavano a ingollare alcol nella sala che oggi non esiste più, ma che è stata ricreata con mobilio d’epoca nel locale adiacente, quella che, allora, ospitava la libreria Stanley Rose, nella cui saletta fu scritto una buona parte di Il grande sonno in cui si cita, per l’appunto, Musso & Frank. 

A servire Chandler, Fitzgerald, Faulkner e tutta una serie di celebrità letterarie e cinematografiche (da Greta Garbo a Gary Cooper, da Rodolfo Valentino a Charlie Chaplin, che volevano cenare solo nel separé numero uno, quello dietro la vetrata che dà sul marciapiede), è stato, per anni, Jesse Chavez, il capo cameriere, lui stesso una celebrità, famoso per i modi bruschi. Non guardava in faccia nessuno, nemmeno star del calibro di Charlton Heston che, si racconta, dovendo aspettare per ottenere un tavolo, lo apostrofò con il classico: «lei non sa chi sono io», al quale Chavez rispose: «Sì, lo so e non me ne importa un c...o». Heston giurò che non avrebbe mai più messo piede da Musso & Frank. Chavez alzò le spalle e lo piantò all’ingresso.

 

Il 1939, l’anno in cui uscì Il grande sonno, il primo romanzo in cui apparirà il detective Philip Marlowe, fu un anno di speranze e paure in cui vennero piantati i semi di quella cultura pop che formerà il carattere identitario di Los Angeles e che rinforzeranno il suo mito. In letteratura, con la pubblicazione di tre romanzi fondamentali, Il grande sonno, appunto, Chiedi alla polvere di John Fante e Il giorno della locusta di Nathaniel West. Al cinema, con l’uscita di classici come Via col vento, Ombre rosse, Il mago di Oz. In architettura, con l’inaugurazione della Union Station, il terminal ferroviario, in stile “Mission Moderne”, che sarebbe diventato il “portale” d’ingresso al regno promesso del sogno californiano.

 

Certo è che, oggi, Raymond Chandler non riconoscerebbe più la sua Los Angeles. Già nel 1958, un anno prima della morte, diceva di non riuscire a capirla. Annotava che, ormai, El Pueblo de Nuestra Señora la Reina de los Angeles sobre el Río de Porciúncula non era più parte di lui, che la sentiva estranea persino dal punto di vista del clima: damn near intolerable, dannatamente intollerabile. 

«Una volta mi piaceva questa città», scriveva Chandler. «Tanto tempo fa. Allora c’erano due file d’alberi lungo il Wilshire Boulevard. Beverly Hills era un paesotto di campagna. Westwood era un gruppo di colline e i suoi lotti di terreno erano in vendita per millecento dollari e nessuno li voleva. Hollywood era un gruppo di case di legno, lungo la linea del tram interurbano. Los Angeles era un agglomerato di brutte case, asciutto e pieno di sole, senza stile e senza eleganza, ma bonario e tranquillo. Aveva un magnifico clima. La gente dormiva fuori la notte, sotto il portico. Le conventicole che si ritenevano intellettuali la chiamavano l’Atene d’America. Non lo era, ma non era nemmeno un bordello illuminato al neon».

Sarà forse per questo che nell’ultima parte della sua vita Chandler si trasferirà a sud, a La Jolla, «per scappare», come scrive in un saggio accademico Liahna Babener «dalla corruzione e dalle illusioni di Hollywood», lasciando il suo Philip Marlowe, al pari di Sisifo, ad aggirarsi in eterna dannazione nel limbo di questo paradiso-inferno fatto di strade punteggiate da insegne al neon intermittenti e colline brulicanti di ville pretenziose, monumenti all’arroganza della ricchezza, dove si compiono oscuri delitti.

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