Alfabeto Pasolini

Il fascino discreto del comunismo emiliano

Il mestiere di sindaco è particolarmente difficoltoso. Chi fa il sindaco non può adottare quella strategia di distanza rispetto alle persone che viene spesso utilizzata dai leader politici di livello nazionale. In una città di provincia, la tipica città italiana, un sindaco era già conosciuto personalmente prima di venire eletto e continuerà ad esserlo anche alla scadenza del suo mandato. È costretto pertanto a mantenere un rapporto di costante dialogo e ascolto con i suoi concittadini. Allo stesso tempo, però, deve anche saper assumere una funzione di leader. Deve cioè prendersi le sue responsabilità e cercare di trascinare la comunità formata dagli abitanti della città verso traguardi nuovi e possibilmente ambiziosi. Per questo motivo, sono poco numerosi i sindaci che hanno saputo svolgere al meglio il loro mestiere. Renzo Bonazzi è probabilmente uno di questi. Il lettore si sarà chiesto a questo punto chi è Renzo Bonazzi. Una risposta esauriente ce la dà Giordano Gasparini in un libro da poco pubblicato presso l’editore Aliberti: Renzo Bonazzi. La cultura a Reggio Emilia. 1942-1976.

 

Gasparini, dirigente culturale che a Reggio Emilia è stato direttore dei servizi culturali del Comune e più volte assessore, ha scavato a lungo all’interno di biblioteche e archivi per produrre un volume di oltre quattrocento pagine nel quale ha raccontato in maniera sistematica numerosi eventi della storia di Reggio Emilia accaduti nel periodo che va dal 1942 al 1976. Si tratta di un trentennio chiave, nel quale la città emiliana, come il resto d’Italia, si è rimessa in piedi dalle ceneri della guerra, ma ha anche intrapreso un percorso che l’ha portata a essere uno dei capoluoghi italiani nei quali si vive meglio, come è stato certificato negli ultimi anni da diverse ricerche sulla qualità della vita. E Bonazzi l’ha guidata come sindaco tra il 1962 e il 1976, un periodo nel corso del quale ha saputo stimolare lo sviluppo di un intenso processo di modernizzazione della vita sociale e culturale, ma anche di un efficiente modello amministrativo e di welfare

 

Bonazzi era però soprattutto convinto che un sindaco dovesse preoccuparsi di esercitare un’energica azione politica orientata alla promozione della cultura, perché pensava che soltanto la cultura potesse guidare lo sviluppo economico e sociale verso un modello di società libera e armoniosa. Perciò, durante il suo incarico di sindaco, ha progettato e organizzato in maniera innovativa tutte le attività teatrali, musicali e museali della città. Inoltre, ha avviato la costruzione di una rete di asili comunali basata su un originale metodo educativo, ideato dal pedagogista Loris Malaguzzi, che viene tutt’ora apprezzato e imitato in tutto il mondo: il cosiddetto Reggio Emilia Approach. Ma ha anche pazientemente costruito nel corso degli anni una fitta rete di relazioni con numerosi personaggi chiave del mondo della cultura sia internazionale che italiana. Intratteneva infatti rapporti con intellettuali estremamente conosciuti a livello mondiale come Bertrand Russell, Jean-Paul Sartre e Rafael Alberti. E a Reggio Emilia all’epoca erano di casa figure centrali della cultura italiana come Elio Vittorini, Luigi Nono, Dario Fo, Gianni Rodari e Cesare Zavattini. Infine, Bonazzi ha voluto che nella sua città venissero organizzati degli eventi culturali di alto livello, come il secondo convegno del celebre “Gruppo 63”, al quale hanno partecipato nel 1964 alcuni degli intellettuali italiani più significativi (Umberto Eco, Gillo Dorfles, Edoardo Sanguineti, ecc.), oppure che fosse a lungo ospitato l’innovativo gruppo di teatro Living Theatre, che per motivi politici aveva dovuto abbandonare gli Stati Uniti.

 

 

È evidente che il contesto sociale contemporaneo è profondamente diverso da quella società italiana del dopoguerra nella quale Bonazzi operava. Oggi, infatti, viene di solito attribuita una modesta importanza alla cultura e alla necessità di sostenerla e promuoverla. Da diversi anni il sistema di welfare è in difficoltà in tutto l’Occidente e i fondi riservati alla cultura vengono sistematicamente ridotti. Eppure, se stiamo vivendo attualmente una profonda situazione di crisi culturale e dobbiamo registrare un impressionante processo d’imbarbarimento della vita sociale e politica, è anche perché è stato ridimensionato il ruolo assegnato socialmente alla cultura. È necessario dunque guardare con attenzione alla lezione che ci può venire dall’attività che è stata esercitata anni fa da un sindaco come Renzo Bonazzi. Il quale non a caso ha affermato che «quando i mutamenti della realtà raggiungono un certo grado, si richiede, a chi ha compiti di direzione politica e sociale, la capacità di individuarli e dare una soluzione originale ai problemi che essi pongono. Ciò richiede studio attento e scevro di prevenzioni, iniziativa coraggiosa libera da pregiudizi, capacità di esprimere idee, progetti, iniziative che sappiano parlare nello stesso tempo all’intelligenza, alla fantasia, al sentimento di ogni uomo che riconosca il proprio avvenire legato a quello dei suoi simili».

 

Il caso del sindaco Bonazzi è interessante anche perché illustra con chiarezza come l’azione politica portata avanti dal Partito comunista italiano di quegli anni non corrispondesse totalmente a quello stereotipo semplificatorio al quale viene molto spesso associata. Uno stereotipo che prevede un rigido legame con la Russia e con la sua cultura autoritaria e veterocomunista. Uno stereotipo, insomma, che si identifica sostanzialmente con figure come quella di Giuseppe Bottazzi, soprannominato “Peppone”, esuberante sindaco comunista di un piccolo paese della bassa padana emiliana che è stato abilmente ideato dalla penna dello scrittore Giovannino Guareschi. Invece, il Partito comunista di quegli anni, anche in una zona dell’Emilia nella quale poteva godere di una solida posizione di monopolio, si preoccupava di stimolare la partecipazione popolare e lasciava ampio spazio al dibattito culturale. Lo dimostra il caso di Bonazzi, il quale era un organico rappresentante del Partito comunista italiano. D’altronde, come racconta Gasparini nel suo libro, un giovane Bonazzi venticinquenne si è scontrato in un vivace dibattito pubblico tenutosi in un gremitissimo Teatro Municipale di Reggio Emilia proprio con Guareschi, criticando aspramente questi per l’immagine distorta del comunismo emiliano che aveva generato con i suoi romanzi e i suoi film. 

 

Analizzando le vicende personali di Bonazzi, emerge inoltre come la cultura del comunismo italiano in quegli anni fosse estremamente aperta verso il mondo. Fosse cioè orientata ad esprimere un forte senso di solidarietà e di vicinanza nei confronti di tutti quei popoli che nel mondo stavano lottando per la pace e la libertà. Il Comune guidato da Bonazzi, infatti, ha dato sostegno e aiuto concreto alla resistenza contro la Spagna franchista, alle lotte per l’indipendenza condotte dai diversi popoli africani, alle mobilitazioni in difesa dei diritti civili negli Stati Uniti, al popolo palestinese, al Vietnam e alla Cuba di Fidel Castro, isolata dall’embargo americano. Inoltre, ha esplicitamente condannato l’invasione sovietica in Cecoslovacchia e il colpo di stato in Cile. 

 

Con Bonazzi siamo dunque di fronte non soltanto a un sindaco di una delle tante città emiliane, ma anche a un caso particolarmente esemplare in relazione ad alcuni fenomeni significativi della storia politica e sociale italiana degli scorsi decenni. Tale caso ci mostra inoltre l’importanza di imparare da tutto quello che è accaduto prima di noi. L’importanza cioè di guardare alla cosiddetta “lezione della storia”, nella consapevolezza che, se oggi possiamo vivere come viviamo, è anche grazie a quello che hanno realizzato coloro che ci hanno preceduto. Perché, come ha affermato Umberto Eco nel 2013, nel suo famoso intervento all’Onu, «nessuna civiltà (nel senso antropologico della parola, intesa come sistema di idee scientifiche e artistiche, miti, religioni, valori e abitudini quotidiane) può sussistere e sopravvivere senza una memoria collettiva. Le società hanno sempre fatto affidamento sulla memoria per preservare la loro identità».

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