festival scarabocchi 2020

Il futuro sussurra all’orecchio

Bisognerebbe soffiar via un po’ di polvere, dismettere i cascami del vintage – al più vedendo di salvare un pizzico di nostalgia – e ritirar fuori quel ricchissimo patrimonio della radio legato al teatro, alla fiction, al radiodramma, agli sceneggiati… con due obiettivi in testa: programmare e produrre. Con la chiusura per tre mesi dei grandi teatri e delle piccole sale e la loro riapertura a servizio assai ridotto – chissà quanto tempo ci vorrà per riprendere l’attività a pieno regime (gli addetti ai lavori parlano almeno di un anno) – i media (radio, televisione, piattaforme web…) sono inevitabilmente investiti da nuove responsabilità. Eppure chi pensa sia solo questione di tempo, perciò di elaborare ‘surrogati’ mediali per far fronte alle limitazioni emergenziali imposte allo spettacolo dal vivo, sbaglia prospettiva. 

 

Nel giro di un trentennio, dalla fine della guerra alla riforma della Rai del 1975, erano andati in onda in Italia, in adattamenti pensati per la radio, le opere più importanti della storia del teatro di tutti i tempi e di tutti i paesi: dalle tragedie greche al secolo d’oro spagnolo, al Seicento francese, ai drammi ottocenteschi, alle novità del primo Novecento italiano e straniero e poi focus specifici di drammaturgia inglese, tedesca, francese, americana… Senza contare la creazione originale pensata appositamente per la radio, i cosiddetti “radiodrammi”, che in realtà non sempre erano drammatici, anzi spesso di carattere allegro e anche comico. Molte sedi regionali della Rai avevano addirittura delle vere e proprie compagnie fisse, alle quali si aggiungevano all’occorrenza noti attori esterni.

 

Se si scorre l’elenco degli autori, spuntano pure premi Nobel della letteratura. In Inghilterra e in Germania il radiodramma era stato subito preso sul serio: Richard Hughes, Dylan Thomas, Samuel Beckett, Harold Pinter e poi Bertolt Brecht, Walter Benjamin, Heinrich Böll, Ingeborg Bachmann… Anche in Italia la produzione di radiodrammi era molto più interessante di quanto si creda. Nel dopoguerra s’impose una generazione di autori ‘specializzati’, che studiò il linguaggio radiofonico per esaltarne le caratteristiche specifiche. Apparentemente sembrano opere senza pretese, di semplice intrattenimento. A riascoltarle oggi stupisce la qualità della fattura: l’intelligenza nella costruzione dei dialoghi, l’attenzione al valore della parola, una recitazione chiara e funzionale alla comprensione, la curata composizione musicale e rumoristica sono gli ingredienti principali di opere capaci di tenere alta l’attenzione dell’ascoltatore, di non annoiarlo e di immergerlo in un mondo pensato per l’orecchio e per la mente. A questo genere contribuirono molti scrittori, apportando profondità e qualità nella drammaturgia: da Alberto Savinio a Vasco Pratolini, da Carlo Emilio Gadda a Giuseppe Dessì, e poi Diego Fabbri, Raffaele La Capria, Primo Levi, Luigi Malerba… Negli anni d’oro della radio italiana (da fine anni Quaranta a inizio Sessanta, sostanzialmente prima che esplodesse il fenomeno della televisione, come una “bomba atomica”) si producevano anche trenta, quaranta radiodrammi a stagione. E tutto questo accadeva mentre teatri e cinema funzionavano a pieno regime, con un pubblico molto più numeroso di oggi (o meglio di ieri, cioè del periodo pre-pandemia). È evidente che la tradizione radiofonica del teatro alla radio non nasce come surrogato per chi a teatro per mille motivi non può o non vuole andare. È una storia che s’intreccia alle vicende teatrali, ma che ha una sua autonomia e ormai una storia lunga quasi cent’anni.

 

Insomma esiste un gigantesco repertorio teatrale e radiofonico, conservato negli archivi (e adesso, per fortuna, sempre più spesso messo a disposizione nelle piattaforme della Rai, a questo proposito fondamentali i cicli a cura di Edoardo Melchiorri su Radio Techete’ che potete ascoltare qui), che vale la pena scoprire e ridiscutere. Anche perché tutta questa programmazione non era seguita da una nicchia di ascoltatori, ma entrava capillarmente nelle case degli italiani.

 

 

E oggi è possibile ripensare in modo contemporaneo al radiodramma, alla fiction, al teatro alla radio? La domanda sembra non riguardare più solo uno sparuto gruppo di appassionati o un piccolo settore culturale. Comincia a circolare in maniera più ampia nel teatro, nelle perfoming art, tra i musicisti, i sound artist, gli artisti visivi, gli scrittori… Non riguarda più solo le radio, ma attraversa il web con il nascere e svilupparsi di molte piattaforme pensate per i podcast. Allora varrebbe la pena fare un discorso sistematico, organizzato, e ragionare ancora una volta sulla “forma” della creazione audio. Rudolf Arnheim negli anni Trenta intitolava il suo straordinario studio sulla composizione radiofonica La radio cerca la sua forma (1937). In un certo senso questo movimento di ricerca non si è mai arrestato, perché la radio ha preferito non fissarsi in un’unica forma, ma al contrario in maniera elastica adattarsi ai cambiamenti, alle circostanze, alle necessità (non sempre favorevoli).

 

Non si tratta certo di partire da zero. La storia recente, pur procedendo in maniera carsica, è ricca di episodi significativi, soprattutto a opera di Radio 3 Rai. Anche dopo la riforma del 1975, che ha drasticamente ridotto i contributi alla produzione radiofonica, si sono susseguite iniziative di qualità. Dai programmi sperimentali di Pinotto Fava con Armando Adolgiso (Audiobox. Spazio multicodice) all’intensa stagione di fine anni Novanta, sotto la direzione di Roberta Carlotto, con i progetti di Luca Ronconi che in Teatri alla radio (dal 1997) ha curato la produzione di trentacinque opere di drammaturgia italiana novecentesca con registi teatrali e cinematografici; di Franco Quadri (dal 2000) che ha proposto la messa in onda di dieci testi teatrali europei ancora inediti in Italia; di Mario Martone (dal 2002) che con Il terzo orecchio ha invitato alcuni tra i più importanti gruppi della scena teatrale di ricerca a comporre un radiodramma originale. E poi ancora Atto unico presente (dal 2002), a cura di Anna Antonelli e Lorenzo Pavolini, che ha promosso opere nuove nate dalla collaborazione tra scrittori, registi teatrali e cinematografici, musicisti. Fino ad arrivare ai nostri anni, con la direzione di Marino Sinibaldi, a iniziative vivaci, tra le tante, quella di Tutto esaurito!, a cura di Antonio Audino e Laura Palmieri, che continua a tenere vivo un discorso dedicato al teatro alla radio, con la messa in onda di opere nuove e il recupero di materiale d’archivio. Si potrebbero aggiungere numerose produzioni tra teatro e radio, promosse da festival o da iniziative specifiche in anni recenti (ad esempio il progetto AutoreVole di Sergio Ferrentino con la realizzazione dal vivo di radiodrammi originali composti da scrittori affermati e ascoltati in cuffia; ma anche i lavori di Chiara Guidi, Fanny & Alexander, Claudio Morganti, Menoventi…) o anche in queste settimane di pandemia (tutto il bell’esperimento di Radio India e in particolare il ciclo Sparizioni di Muta Imago che potete ascoltare qui, La quarantena del Signor Zut di Michele Bandini, le incursioni sonore di Timpano-Frosini).

 

In questi mesi, da più parti, si sente crescere sempre di più un’attenzione per la radio e il mondo dell’audio. C’è voglia di ricominciare ad ascoltare, di immaginare con la mente, di ricavarsi uno spazio di raccoglimento. L’ascoltare, a differenza del vedere, lascia libero il corpo di muoversi. È un’azione che ha che fare con il respiro. Per questo quando si ascolta, in un certo senso, è come se contemporaneamente “ci si ascoltasse”. È un’azione riflessiva che disegna un campo di intimità e concede libertà e occasione di pensiero. Oggi potrebbe davvero cominciare una nuova stagione, perché le forze in campo sono molteplici e il presente impone domande radicalmente diverse. La sfida questa volta dovrebbe però riguardare più che altro l’ampio coinvolgimento dell’ascoltatore. In altri termini è possibile creare prodotti culturalmente rilevanti, ma che sappiano anche intrattenere e raggiungere un pubblico più largo e trasversale? Quali sono le storie, le voci, la lingua, i rumori e la musica necessari a un salto produttivo che possa aprire nuove strade?

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