Il giovane Holden

Se Holden Caulfield ha finito con il diventare l’emblema di una radicale alterità della giovinezza, lo si deve a tante cose. La domanda che si riaffaccia con prepotenza nell’America del 1951, quando il libro viene pubblicato, è: ma cos’è un ragazzo? Solo sei anni prima molti ragazzi americani erano stati sepolti sul nostro Appennino o in Normandia, così tanti e così simili a Holden Caulfield da potersi confondere gli uni con gli altri in cimiteri come quello che oggi si distende sui prati in cima al passo della Futa, tra Bologna e Firenze. Non avendo ancora fatto figli o lavorato davvero a nulla, sono sepolti con la promessa del loro futuro. Eppure la loro vita già era, e tutto quello che poteva essere, ed era cara alle famiglie, agli amici, a loro stessi.

 

Così quando uno come Holden riappare per le strade della letteratura è un affronto, una provocazione. Da dove è spuntato? Amleto è tornato in scena a fare domande, chiede futuro ma intorno a lui c’è anche chi spazientito pensa futuro futuro, ma quale futuro? Davvero è meglio essere, affrontare gli oltraggi della sfortuna, o non è meglio dormire, sognare? E questi sogni cosa sono davvero? C’è anzi un senso di irrealtà nel sogno, nell’immaginazione, quasi l’accusa di sottrarsi al dover essere che, anche dopo la guerra, anche dopo i servizi militari di leva e anche senza questi, segna il confine tra l’epoca in cui il mondo viene avvertito intensamente, prima di essere vissuto, come dicono Giambattista Vico e Giacomo Leopardi, prima della profonda commozione dell’esserci.

In Italia ci sono celebri battute di Benedetto Croce: il lavoro dei giovani è crescere. O agli allievi che andarono a raccontargli le loro peripezie partigiane: insomma, vi siete divertiti…

O come spiega Freud nei motti di spirito, si fa ridere sempre prendendo qualcuno in giro perché è giovane, non capisce, non sa. 

 

Ph Mike Brodie.


La frontiera tra le età sono presidiate, e le domande che come in Amleto anche in The catcher in the rye non si formulano mai davvero, segnano il confine in modo rancoroso e silenzioso con il professor Antolini, il Re Claudio, Egisto. C’è un prima, denso di cose non dette, osservate in anni di minorità, pronto a esplodere. Ma il prima non può davvero dirsi, perché in quel momento passerebbe nell’età adulta, dall’altra parte. Nel sesso, il denaro, negli interessi. Invece qui si vorrebbe danzare, andare a pattinare a Central Park, guardare le anatre. Essere semplicemente sé, non ancora qualcosa. 

 

Un ragazzo, il giovane Holden, è questa promessa.

 

Chi ama la giovinezza, come Tolstoj o Elsa Morante, cerca di proteggere come meglio può quella timidezza, quel silenzio, il prima di essere al mondo. Salinger, anche biograficamente, vi rimarrà impigliato. E ognuno di noi è ovviamente anche Salinger, quel che è impigliato nel prima, nella promessa non mantenuta, non mantenibile, di cosa avrebbe potuto essere, di quello che avrebbe dovuto essere, di quello che in profondità e in realtà è, tradito o appena mascherato da una giostra di opinioni degli uni e degli altri tra cui l’anima nuota in cerca dell’altra riva. E forse un’altra riva non c’è, oltre l’affanno di non riuscire a essere non c’è che affanno per non riuscire a essere, come suggerisce Leopardi. L’occasione però di imbatterci in quel ragazzo, che con un sorriso e il suo disagio riapre l’orizzonte del mondo, è sempre un piccolo dono degli dei che chi ha nostalgia delle proprie promesse non può non difendere.

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