Il ritorno del Profeta o l’eclisse dell’Occidente?

Un libro sul presente raccontato giorno per giorno, riportando quasi in tempo reale gli eventi accaduti, non è stato a mio avviso scelta felice da parte dell’arabista Gilles Kepel (Il ritorno del Profeta, Feltrinelli 2021). La cronaca dei mille episodi che caratterizzano il Medio Oriente nel 2020 potrà forse servire agli storici del futuro ma non ci offre alla fine la chiave di lettura promessa sul dramma in corso. Come scriveva Savinio in Sorte dell’Europa (1943-44) all’epoca di un’altra crisi europea come fu quella bellica, occorre uno sguardo “al di là delle cose” per capire il presente. Eppure il libro era iniziato con una splendida citazione dell’Aleph di Borges che vale una profezia! Il guerriero longobardo che durante l’assedio di Ravenna abbandonò i suoi e morì difendendo la città che aveva prima attaccata, e fu per questo sepolto dai ravennati in un tempio e ringraziato con un epitaffio, ci dice qualcosa sull’oggi. Il guerriero barbaro aveva visto, dice Borges, la Città: e questa rivelazione lo trasforma, sa che essa vale più dei suoi dèi germanici, e per questo li abbandona e combatte per Ravenna. Dopo di lui altri longobardi faranno come lui, conclude Borges, si fecero italiani, lombardi e forse qualcuno del loro sangue generò i progenitori di Dante Alighieri.

 

Sapremo oggi, guidati da questo esempio, aprire una breccia nel muro che oppone Occidente e Islam, imparare ad assimilare e ad essere assimilati?

Che il Medio Oriente sia divenuto la regione più esplosiva del Pianeta, e che l’Occidente non sappia affrontarlo con consapevolezza: queste due affermazioni poste all’inizio e alla fine del libro di Kepel colpiscono per nettezza ed evidenza. Turchia, Siria, Libano, Israele, Yemen, Libia, Tunisia, Algeria sono altrettanti teatri di conflitti esplosivi in cui si consuma l’impotenza occidentale. Nella regione compaiono nuovi attori con pretese geopolitiche globali: Russia e Turchia, ma anche Cina (la loro penetrazione è ben documentata nelle mappe poste al centro del volume).

 

Mentre gli Stati Uniti, in declino imperiale e in crisi di identità politica e ideologica prima ancora che economica, si ritirano dai teatri (gli accordi di Abramo tra Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita e Emirati Arabi non avranno alcun seguito) e l’Europa – divisa tra interessi nazionali miopi spesso dettati dalle proprie imprese petrolifere – semplicemente non esiste come attore globale. Eppure lì, non altrove, si decide il futuro del nostro continente.

 

Non sul mare del Nord, non sull’Atlantico: è sul Mediterraneo che l’Europa sarà sfidata dai processi di crescita delle grandi contraddizioni contemporanee, le migrazioni epocali dai Sud del mondo, le religioni come volontà di potenza in piena espansione, il terrorismo islamista divenuto ‘d’atmosfera’. La parte più interessante del libro di Kepel è forse quella dedicata a spiegare quest’ultima nuova categoria: la diffusione di attentati compiuti da individui non appartenenti a formazioni militari islamiste come l’Isis e Al-Qaida, ma provenienti da ambienti di degrado e miseria del Medio Oriente e del Nord Africa che entrano in relazione con ambienti di degrado e povertà delle periferie delle città europee. Ed è questa esplosiva miscela ad essere ignorata, o perfino alimentata, dalle élites politiche europee nella loro corta veduta.

 

 

Si è creato così un vuoto – lasciato dall’Occidente che di questa regione è pur stato l’artefice coloniale – entro il quale si manifestano liberamente fenomeni sia ‘esplosivi’ che ‘implosivi’. Tra i primi: le guerre (in primis quella siriana) lungo la linea di frattura sunnita-sciita, le migrazioni inarrestabili da Sud a Nord, l’aumento delle diseguaglianze e la crescita della povertà nella regione MENA (mediorientale e nordafricana), gli enormi costi ambientali e le minacce alla sicurezza mondiale. Tra i secondi: la fine degli esperimenti democratici delle nascenti società civili arabe iniziati in Tunisia un decennio fa, lo Jihadismo ambientale d’atmosfera (cioè diffuso e non più legato a organizzazioni politico-militari centralizzate) e la crescita del terrorismo specie nel Sahel.

 

In mezzo a tutto questo stanno l’Occidente impotente e l’Europa assente. Quando l’Europa era “un leone affamato” (Hegel), essa divorava la regione del Medio Oriente e Nord Africa, spartendosela a tavolino e sfruttandone le risorse energetiche. Poi la decolonizzazione ha visto l’Europa implicata – ma sempre meno decisiva. I grandi shock (quello petrolifero del 1973, la rivoluzione iraniana del 1979, le guerre arabo-israeliane) hanno visto l’Europa ai margini. Poi l’ultima, fallimentare ‘azione di polizia’ americana condotta nella regione dopo l’11 settembre 2001 ha visto l’Europa subalterna agli USA, e poi colpita nelle proprie città (Londra, Barcellona, Vienna, Parigi, Nizza, Stoccolma…) dal terrorismo islamista.

Quale interpretazione proporre sulla base della sintetica ricostruzione condotta sin qui? All’Europa manca una visione del Medio Oriente come grande regione economica e culturale autonoma, come Altro da sé con cui stabilire finalmente un rapporto di parità tra partner. Al Medio Oriente da parte sua manca una propria proiezione nella modernità, analoga a quella che l’Asia ha saputo compiere nel recente passato.

 

Un enigma politico, religioso e dinastico di società islamiche irrisolte resta una responsabilità dell’intero mondo contemporaneo.

Che fare? Ai tempi della grande crisi bellica nel 1945, il filosofo hegeliano Alexandre Kojève immaginava un Impero Latino in grado di unire le sponde europea, asiatica e africana del Mediterraneo. Oggi solo un’Europa politica, cioè un grande stato-continente in grado di assorbire in sé sia la Russia che la Turchia (le due Rome del passato europeo, oggi le chiavi per l’Oriente) in una prospettiva al 2050, potrà reggere la sfida che proviene dai Sud del mondo. Ma sarà necessario cambiare le attuali élites europee del tutto inadeguate, incapaci di visione paragonabile a quella dei fondatori dell’Europa negli anni del dopoguerra. E immaginare una alleanza con il Medio Oriente basata non più sui petrodollari e sul clientelismo geopolitico ma sulla pari dignità politica, sulla complementarietà economica e sul reciproco rispetto religioso.

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