Il senso di una fine

Mi hanno regalato un alveare, ho l’attestato di adozione, le api sono irraggiungibili, come ora un po’ tutto, ma posso sentire il loro ronzio a distanza, e potrò gustare il miele etico che mi arriverà in un vasetto. Un sapore dall’“effetto madeleine”. Forse è proprio questo che desiderava Beatrice, con il suo dono ha voluto simboleggiare la fine del percorso, un lunghissimo zigzagare tra le performance della ribalta, dove “le luci sono sempre accese”, e lo stress logorante, da ape operaia, dell’avanzare degli anni.   

Uscire con una cassetta degli attrezzi: per sostenere la fatica di essere se stessi, tutti i giorni. Questo è l’augurio di fine analisi. Che non esista una guarigione una volta per tutte, l’anziano Freud ne era già convinto. Vent’anni dopo il duemila la malattia è l’universale senso di disagio e di inadeguatezza, la talking cure è sempre più un lusso di tempo e di denaro, un esercizio autobiografico, pratica esperienziale. 

 

“Come finisce un’analisi? Non è un happy end con ballo di Majorettes che tra l’altro, quando si esibiscono, hanno la pelle d’oca, perché sa, quando le Majorettes avanzano, fa sempre freddo. La prima immagine che mi viene è quella del mio dialogo con l’oncologo: gli chiedo, dopo la chemio, i marker tumorali continueranno a scendere? Dipende, mi dice. Nel nostro mondo non c’è posto per la morte, si è espropriati dalla morte. Giù le mani sporche dalla morte. La morte è banale nel senso etimologico, viene da bando, vero? 

Salutiamoci, così evitiamo l’agonia, sarebbe meglio chiudere subito. Mi rendo conto, però, che se l’analisi può finire, può esistere anche un dopo”, afferma, quasi seccato, Franco.

Beh, aiutiamoci, dico, e allungo la mano. Alla mia sinistra, sulla libreria ho, ancora incellofanato, Il senso di una fine di Julian Barnes. Penso che potrebbe essere questo il libro che gli regalerò prima di separarci, mentre ho l’immagine di un tavolo da biliardo, di palline che schizzano e si muovono in tutte le direzioni, chissà quale centrerà la buca: questioni etiche e analitiche che si accavallano, la percezione del sentimento forte che qui ci ha unito, la consapevolezza di interrogativi che non possono mai avere solo una risposta. 

 

Mentre ascolto l’io in racconto di fronte a me, mi capita spesso di pensare che cosa potrebbe leggere. A volte il titolo di un romanzo può indicare una prospettiva che, nel nostro mondo, è spesso letteraria, nel senso di più individuale e solitaria. A volte libera l’immaginazione, aggiunge intuizioni che nel vis-à-vis dentro la stanza non si presentano immediatamente. I personaggi letterari possono aiutare quelli reali che il terapeuta ha di fronte. 

Unisco lo scambio di libri allo scambio di parole. Se l’altro mi dà il la, associo liberamente. I libri, come le parole, si mischiano, generano quel Lessico famigliare che diventa il tessuto della relazione. 

Chi l’ha pensato prima, chi l’ha detto prima! Difficile stabilirlo, dalle due menti al lavoro può scaturire la creatività di un brand. Freud ha sofferto moltissimo per il timore del furto della proprietà intellettuale e sappiamo che la storia delle associazioni analitiche è inseguita dalle controversie. E dal predominio teorico maschile. Winnicott diceva di non ricordarsi chi avesse parlato prima di oggetto transizionale, se lui o Marion Milner: “Noi non siamo troppo gelosi uno dell’altro, è uno sviluppo teorico intrecciato, forse ci siamo affettuosamente rubati qualche idea”. Amava però raccontare di soffrire di criptoamnesia inconscia... 

 

“Ma come fa a ricordare cose che anch’io mi sono dimenticata?”, si meraviglia Francesca, quando evoco un episodio della sua adolescenza. A distanza di decenni, un gesto ridesta i fatti narrati, trasforma in un libro animato il materiale di vita. Un’attivazione iconico-affettiva che pare produrre una capacità di memoria dal numero di byte infinito. 

Non credo sia mai stato fatto uno studio sistematico del funzionamento della mente del terapeuta; non è, però, forse un caso che il Nobel della medicina per gli studi effettuati sulle basi fisiologiche della conservazione della memoria dei neuroni sia stato assegnato a Eric Kandel, grande studioso della psicoanalisi, autore di L’età dell’inconscio. Arte, mente e cervello dalla grande Vienna ai nostri giorni

A voce alta non osa esternarlo nessuno, almeno una volta l’hanno pensato tutti: chissà com’è “fuori”. Immobilizzato nella sua poltrona, chi abbiamo di fronte appare circondato da un’aura quasi soprannaturale.

 

Durante la mia prima analisi, non riuscivo a immaginare che la mia terapeuta avesse una dimensione tridimensionale. Intravederla in una folla mentre urlava a squarciagola e protestava per difendere il diritto di Dario Fo e Franca Rame ad avere un teatro, è stato uno shock. Sconvolta, sono tornata a casa e mi sono messa a letto. Il successo planetario, da Israele alla Croazia, della serie In Treatment è dovuto anche alla rappresentazione del backstage – le vicende esistenziali di Paul scorrono in contemporanea a quelle dei suoi pazienti.

“Che tipo di signora Milner sei?” ha chiesto un giorno un piccolo paziente a Marion Milner. La conosceva, andava a giocare e a scarabocchiare nel suo studio: i bambini non sono convenzionali, voleva essere certo che fosse davvero come sembrava. Un tipo originale di cui potersi fidare, così parevano indicare i suoi abiti dai colori sgargianti, i suoi cappelli a tesa larga, come appare nel ritratto che le aveva fatto Marian Bohusz-Szysko.

La curiosità nei confronti del terapeuta è ovvia e naturale, e anche se internet ci acchiappa tutti, il setting rimane una situazione ideale per toccare con mano la forza pervasiva della percezione. Per alcuni siamo freddi, per altri troppo materni: il bisogno di ognuno ha la possibilità di trovare uno spazio per rappresentarsi. 

 

Eppure, c’è una situazione in cui, oggi come ieri, il terapeuta mostra la sua soggettività. È quella della sua stanza, che, asettica o molto caratterizzata, dice della persona che la abita. Nel luogo frequentato dai suoi pazienti, quello spazio che dopo l’arrivo a Londra condenserà in un locale solo studio e stanza di consultazione, lo stesso Freud non teme di rivelarsi. Spazio domestico e spazio professionale, formalità e intimità si sono contaminati. Alcuni pazienti raccontano di aver avuto la sensazione di trovarsi dentro un museo: le statuette egiziane, greche, romane, i vasi, le terrecotte – il suo sito archeologico –, mobili da salotto, tappeti, la libreria di fronte al divano. La scrivania di Freud è un bric-à-brac: rivela i suoi interessi scientifici, tra le statuette c’è anche il suo totem, il vecchio saggio cinese che ogni mattina salutava prima di iniziare a lavorare.

La mia collezione è quella, un po’ kitsch, dell’era della riproducibilità: oggetti miniaturizzati, animali e uomini, pietre e foglie, figure mitologiche e personaggi dei cartoni animati. Un riassunto non finito del mondo da accostare liberamente secondo associazioni narrative e visive, assonanze, connessioni invisibili che costruiscono quadri di storie: paesaggi del Gioco della sabbia.

Mi piace fantasticare: passare le giornate dentro una stanza delle meraviglie, una Wunderkammer dove, come nell’immagine dell’artista Luca Ghirardosi che accompagna l’ultima puntata del Diario clinico, un soggetto si compone e scompone. E ricompone.

 

La stanza d’analisi, un laboratorio dove il contemporaneo può essere analizzato e l’io ascoltato. 

 

Scrive Ingeborg Bachmann nella terza delle sue conferenze raccolte in Letteratura come utopia. Lezioni di Francoforte: “Il miracolo dell'Io è appunto questo: dovunque parli, l'Io vive; non può morire – per quanto schiantato, o oppresso dal dubbio, non più credibile e amputato – questo Io privo di garanzie! E se nessuno gli presta fede, e se non crede più nemmeno a se stesso, noi dobbiamo credergli. E finirà per trionfare, oggi come sempre è stato, nella sua qualità di araldo della voce umana”.

 

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Opera di Luca Ghirardosi.