Il senso morale carta vincente dell'evoluzione

Da sempre, in forme più o meno ingenue, ci poniamo le stesse domande di BC, il protagonista dell'omonimo fumetto ambientato nella preistoria, creato dall'americano Johnny Hart negli anni Cinquanta: «Chi siamo? Donde veniamo? Ove andiamo?». Le risposte suggerite nel corso del tempo, oscillano tra sentimenti e visioni del tutto opposti, ciascuno tipico di una tappa o di una fase nel progredire della cultura. Così, dopo esserci immaginati umilmente servi degli dei, ci siamo sentiti orgogliosamente figli prediletti di Dio; poi, democraticamente, animali tra gli altri e infine, freudianamente, animali come gli altri ma dotati di spaventosi sensi di colpa e tremende frustrazioni. Il progresso delle scienze degli ultimi anni ci spiega sempre meglio, un tassello dopo l'altro, chi siamo e donde veniamo (molto meno ove andiamo) e, allo stesso tempo, riaccende e tiene vivo l'interesse per la questione della nostra posizione ontologica nel mondo. Un'attenzione confermata anche dal successo, presso un pubblico non necessariamente specialista, di saggi scientifici in cui ricercatori e studiosi di fama espongono, con dovizia di documentazione, i risultati delle loro ricerche sulle differenze-uguaglianze tra gli umani e altri animali, soprattutto quelli a noi più simili. 

 

Michael Tomasello, psicologo evoluzionista americano, co-direttore del Max Planck Institute di Lipsia, vincitore di numerosi premi internazionali tra cui il prestigioso Richard Hegel Prize conferito dalla Yale University, nel suo ultimo saggio: Storia naturale della morale umana (Raffaello Cortina editore), propone una stimolante teoria secondo la quale – vorrei quasi dire finalmente –, potremmo ragionevolmente supporre di essere animali, sì, ma diversi dagli altri, anche dai nostri cugini più prossimi, scimpanzé e bonobo. Senza nulla togliere alle indiscusse somiglianze, alle capacità straordinarie – nel loro genere – di tutti gli altri animali e, soprattutto, senza contraddire la teoria dell'evoluzione della specie attraverso la selezione naturale, potremmo addirittura riconoscerci per un qualcosa persino (oso?) superiori. Sempre che consideriamo la coscienza morale qualitativamente superiore ad altre facoltà.

La teoria di Tomasello è che la nostra specie abbia sviluppato, attraverso dei meccanismi evolutivi, quella particolare forma di coscienza che ci fa universalmente ritenere giusto o sbagliato commettere determinate azioni, come uccidere – soprattutto senza motivo e con crudeltà –, rubare il cibo al prossimo facendolo morire di fame, ingannare la fiducia altrui e così via. In realtà, non è tanto facile determinare cosa sia giusto e cosa sia sbagliato fare, quando le circostanze sono ambigue e bene e male, giusto e sbagliato, finiscono per intrecciarsi inestricabilmente: ad esempio, uccidere per difendere qualcuno, rubare una medicina per curare una persona cara, staccare la spina a un ammalato terminale o abortire un feto malformato. Quando, insomma, il quesito può essere formulato in termini generali in questo modo: è lecito per un fine buono commettere un'azione ingiusta?

 

Ph Antanas Sutkus.

 

Il tema è molto intrigante e ce ne siamo già occupati presentando, su queste pagine, un altro saggio di grande interesse, Uccideresti l'uomo grasso? di David Edmonds. La capacità di agire non secondo un semplice criterio di personale utilità, ma subordinando il proprio tornaconto al bene di un altro o trattando «in modo equanime, i [propri] interessi e gli interessi degli altri, sentendo persino un senso di dovere a farlo», sarebbe esclusivamente umana per Tomasello, ed è ciò che egli definisce senso morale.

Mettendo insieme i suoi studi sui bambini molto piccoli – da uno a tre anni di età – e quello che sappiamo della nostra pre-istoria, dal momento in cui ci siamo separati dall'antenato comune tra noi e altri primati per evolvere, lentamente e avventurosamente, nell'Homo sapiens che siamo da circa duecentomila anni, Micheal Tomasello si è fatto un'idea precisa di come potrebbero essere andate le cose. Benché sottolinei ripetutamente che la sua è soltanto un'ipotesi – infatti nessuno potrà mai dirci come sono andate veramente le cose – il fatto che sia sostenuta con una logica persuasiva e supportata da molti dati sperimentali, la rende senz'altro convincente, o per lo meno, possibile. Egli ritiene che la morale umana sia il risultato complesso dell'interazione tra molteplici fenomeni altrettanto complessi, come d'altra parte è l'evoluzione biologica. A suo parere i passaggi fondamentali e tra loro concatenati, che ne avrebbero determinato l'emergere, sono stati i cambiamenti ecologici che avrebbero portato a un aumento della naturale interdipendenza e capacità cooperativa tra gli umani e, con l'avvento di agglomerati sempre più grandi, la coordinazione delle forme nuove di cooperazione. 

 

Partendo dall'assunto che la morale umana sia una forma di cooperazione, Tomasello vuole fornire una spiegazione evolutiva della sua comparsa mostrando come essa si differenzi da quella dei primati a noi più simili, in quanto prevede accanto a quella che definisce una morale della simpatia (comune a tutti i primati) la formazione di una morale dell'equità, più complessa ed esclusivamente umana. Proviamo a riassumere come potrebbero essere andate le cose. Nel corso della loro storia evolutiva – ipotizza l'autore – gli esseri umani avrebbero sviluppato una peculiare attitudine alla cooperazione, costretti dal cambiamento dell'ambiente circostante, a sua volta determinato dal cambiamento climatico in conseguenza del quale le savane hanno preso il posto delle foreste. Gli umani non potevano più sopravvivere con la sola raccolta integrata, eventualmente, con l'uccisione di piccole prede; hanno dovuto ricorrere alla caccia, anche di animali di grosse dimensioni, quale fonte primaria di cibo e, per garantirne la buona riuscita, imparare a cooperare sempre meglio.

 

In tale contesto, naturalmente, avevano le maggiori possibilità di successo e, quindi, di sopravvivenza coloro che si dimostravano i compagni migliori, non solo per le loro abilità ma anche per l'affidabilità nello svolgere il loro compito, per la lealtà e la correttezza nel dividere la preda. Chiaramente erano tipi così quelli che si preferiva coinvolgere nelle cacce successive, e affinché non se ne andassero a cacciare con altri gruppi concorrenti, li si trattava equamente e lealmente. Questi hanno avuto molto probabilmente, più possibilità di sopravvivere e di generare figli ai quali hanno trasmesso le loro stesse caratteristiche, in tal modo consolidandole nella specie. 

Tomasello ritiene, pertanto, che la coordinazione necessaria per condurre con successo la caccia sia stata fondamentale a far sì che, accanto al sentimento naturale della simpatia in base a cui gli individui si sceglievano in modo diadico e che anche i primati possiedono, si sviluppasse un forte sentimento di cooperazione basato sul principio della interdipendenza tra gli individui dello stesso gruppo. Da qui il passaggio dal riconoscimento dell'altro come un tu a quello del noi come insieme di individui uguali, ciascuno depositario degli stessi diritti e delle stesse necessità. L'idea fondamentale di Tomasello è che alla base della morale umana ci sia proprio la capacità di cooperare per lo stesso fine e di riconoscere l'uguaglianza tra sé e l'altro di questi primi umani, obbligati dall'ambiente a procurarsi insieme il cibo. E ritiene che queste capacità abbiano inciso sull'evoluzione, selezionando i più dotati e altruisti, portandoli a prevalere, nonostante le inclinazioni egoistiche presenti in tutti gli individui.

 

Un meccanismo affine a quello di cui parla lo psicanalista Luigi Zoja in un suo saggio molto interessante, Il gesto di Ettore (Bollati Boringhieri, 2000), in cui indagando l'origine della paternità la fa risalire alla preferenza accordata dalle nostre antenate sapiens, per l'accoppiamento, al maschio che si mostrava capace di tornare all'accampamento, portando cibo per la donna e il piccolo, e più generoso nel dividerlo. Più responsabile, insomma. Questo avrebbe favorito la selezione dei maschi più adatti a divenire, nelle società culturali, il padre. 

Il senso del dovere, che spinge il maschio a occuparsi dei propri figli – per la donna i meccanismi sono diversi –, secondo Tomasello, è una manifestazione della razionalità cooperativa tipicamente umana. La stessa che, quando la scoperta e la diffusione dell'agricoltura (circa 12/13 mila anni fa) ha portato alla costituzione di gruppi sociali sempre più grandi e più culturalmente identitari, ha permesso agli uomini di inventare «strumenti regolatori sopraindividuali» per convivere proficuamente. In questo modo «gli esseri umani svilupparono una nuova psicologia morale orientata al gruppo». 

 

Alla luce delle sue ricerche, Micheal Tomasello arriva a ipotizzare, in conclusione, che la capacità di formare un senso morale universale sia stata probabilmente l'elemento vincente grazie al quale Homo sapiens ha potuto sopravvivere e arrivare alla posizione predominante che ha oggi sulla Terra. Tuttavia, avverte, ciò non ci garantisce del tutto riguardo al futuro, perché siamo individualmente chiamati di continuo a compiere scelte concrete tra decisioni spesso tutt'altro che semplici, decidendo, di volta in volta, per il meglio. Nonostante tutto «bene o male che sia, non c'è alternativa a individui umani – sia pure dotati biologicamente e culturalmente – che prendano le loro proprie decisioni morali». In fondo, il pallino resta in mano nostra, il che è una grande responsabilità, ma anche una bella sfida nella quale siamo impegnati da almeno duecentomila anni.

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO