Infiltrarsi nell’opposizione

La sezione medie l’anno scorso apparteneva a un altro Istituto Comprensivo: alcune classi in un plesso, altre in un altro. Quest’anno hanno verticalizzato una scuola dell’infanzia e una primaria e ci ritroviamo in un quadrilatero imponente, in ristrutturazione, con un bellissimo giardino per ora interdetto da un cantiere aperto durante l’anno scolastico. Stanno rifacendo tetto e facciata. Durante le lezioni ogni tanto il gruista ha la mano pesante e sgancia i carichi di tonnellate invece di appoggiarli delicatamente sulla soletta. Sulla testa boati spaventosi. Una volta o due i ragazzi sono fuggiti fuori dall’aula, e non li ho rimproverati. All’ennesima ho segnalato al referente Sicurezza di chiedere al capocantiere di raccomandare al gruista uno sgancio più morbido, e le cose non sono migliorate sino a che non ho aperto una finestra in corridoio, e ho urlato a un muratore sul tetto che sotto c’eravamo noi, e che non avevamo ancora intenzione di morire. Lui mi ha urlato che c’è sempre tempo per morire, e i boati sono spariti. 

Il corridoio è squarciato sul pavimento, come se una scossa di terremoto avesse lasciato una ferita. Qualche sedia tolta dalle classi sostiene un nastro floscio che avverte della buca. Per tre settimane l’ho scavalcato, poi, di fronte all’operatrice scolastica e ai miei studenti, l’ho fotografato. Tre giorni dopo è stata rattoppata con del cemento. Ogni giorno una piccola resistenza, una piccola battaglia.

 

L’aula non ha pianta regolare: sembra ricavata alla bell’e meglio: metà classe a sinistra è corta, ci stanno due file di banchi, l’altra affonda sino a quattro lavatoi con i rubinetti asportati; ricorda una stanza di tortura, dove a un certo punto del film vedi sgocciolare il sangue del torturato. Questo è uno degli ambienti di apprendimento di quest’anno: forse a lavori finiti ci parrà un bell’edificio, e nei giorni di sole potremo scendere in giardino e leggere insieme qualcosa, o giocare a una versione didattica di fazzoletto, con domande di ripasso al posto della chiamata dei numeri… Azhar, il capo della banda oppositiva, vede perfettamente l’ambiente che lo circonda: più volte ha già detto «guardi in che schifo di aula ci hanno messi»; qualcuno di loro è in Italia da un anno o due, non hanno neanche fatto la primaria in Italia. Il loro ritardo culturale è abissale. Baina viene dal Ghana, e non sa scrivere una sola riga in italiano, ma combatte ferocemente ogni mattina contro la banda dei maghrebini, che la scherniscono perché è sovrappeso e mangia golosamente in continuazione, la dileggiano, punzecchiano e tormentano come un branco di jene che ha individuato la preda debole che prima o poi cadrà sfinita, pronta per il loro pasto. Le ripeto ogni giorno il mantra: ignorali, ignorali, e diventeranno trasparenti.

 

 

Partire con una terza in Barriera è il peggio che ti possa capitare. In prima arrivano dalla primaria muti e terrorizzati in genere da maestre con il diploma magistrale in burn out a 35 anni: molte di loro urlano dalle 8.30 alle 16.30, incessantemente. I ragazzini sanno che la prima media è un altro universo, dove vanno e vengono professori piuttosto irraggiungibili, che cominciano a parlarti di miti greci, Ostrogoti e Bizantini, o di cose talvolta più comprensibili come i punti cardinali o la nascita dell’universo da un primordiale Big Bang, di cui la Terra era 200  milioni di anni fa un frammento infuocato, che girando nel vuoto poco a poco si è spento con un cerino agitato dalla mano. I primini dopo un paio di settimane capiscono che non tutti i professori urleranno se loro alzeranno progressivamente la voce tutti e 22 insieme, come una apocalisse in avvicinamento audio. Prima sono muti, poi cominciano a bisbigliare, poi a parlare sfrontatamente, infine a urlare come facevano alla primaria: sanno che potranno andare avanti così fino a che il prof non urlerà come la maestra, l’anno scorso.

 

Così, dopo un mese, la terza ha ancora schierata la banda: comanda il tunisino Azhar, intelligente e beffardo; al suo servizio i marocchini, Mahmoud che sa malapena scrivere, Rashid che guarda con occhi pieni di odio e ha già annunciato che a 18 anni andrà in Palestina a combattere contro gli Ebrei, il più preparato Zaahir, egiziano, che però è affascinato dal capobanda, e l’altro Rashid, che è stato il primo mese di scuola in Marocco, pare per una nonna morente, e ora parte da zero; a loro si unisce l’italico Gabriel, una specie di Dr. Jekyll e Mr Hide, che passa in modalità switch on/ switch off, senza motivo alcuno, da un mansueto domandare per approfondire a una raffica di minacce del tipo «Lei questo non lo può fare!» «Lei questo non lo può dire!» «Mi sta forse insultando?» «Questo lo dico a mia madre, gliela farà pagare!»; completa la banda l’inca Floro, intelligente e simpatico peruviano, che non sta fermo un solo secondo per sei ore, dalle 8.10 alle 14.10: volteggia veramente da una parte all’altra del nostro stanzone storto, come un acrobata sulla segatura del circo, lancia palline, mette e toglie cappellini, gioca con una pseudo-play station di plastica della sorellina, si reca a far ridere il capo, molesta le compagne. 

 

 

Rispolverando l’Arte della guerra di Sun-Tzu, le prime settimane ho tergiversato, perlopiù, e loro hanno preso terreno. Li ho lasciati avanzare. Mi ritiravo. Ogni tanto attaccavo con brevi incursioni e rappresaglie: nota disciplinare, interrogazione orale a bruciapelo, verifica scritta a tutta la classe. Poi è cominciato il risiko delle alleanze con i gli insegnanti che sono con loro da prima e seconda media: quando entrano loro la banda abbassa le orecchie; ho chiesto a una collega quale sia la sua arma segreta. L’arma segreta è il conoscersi; una consuetudine che si deposita nel tempo. Una affettivizzazione che anche dietro un urlo saltuario comunica che – dopo l’urlo – io sono un adulto che ti conosce, ti capisce, e cerca di aiutarti e formarti.

Ho visto troppi film, e immagino che anche quest’anno noi siamo la loro ultima chance per non vederli finire come i ragazzi di La haine: devo mantenere la calma e al tempo stesso il distacco di cui parla Jack Aubrey in Master and Commander di Peter Weir: «Non si fa amicizia con la ciurma, ragazzo. Ti disprezzeranno, ti riterranno un debole. Né bisogna mostrarsi tiranni… È l’autorità che vogliono. La fermezza. Perciò trovale dentro di te e ti guadagnerai il loro rispetto. Senza il rispetto, la disciplina va a ingrassare i pesci».

 

 

 

 

 Al momento ho cominciato a infiltrarmi nella cellula, a parlare a tu per tu con ognuno di loro, a personalizzare i richiami, a inventarmi occasioni di autonomia e di autostima: vieni a sederti sulla cattedra con me e dammi il cambio mentre leggiamo Vita su un pianeta nervoso di Matt Haig, guida tu il cooperative learning, correggi il compito di Baina prima che lo consegni, scrivi tu alla lavagna. Ora vedo dall’interno le relazioni che legano il clan oppositivo, e la prima puntata della prima stagione finisce con Azhar che dal fondo della classe mi guarda e mi sfida, fa digitare il lavoro di gruppo sul tablet a Mahmoud, che non sa scrivere, e si gode il servizio, lui che ha più skills e più intelligenza. Lo vedo aggredire verbalmente, da boss, Rashid: lo zittisce; lo vedo, mentre racconto ad alta voce alla classe quello che vedo, che nega con un sorriso beffardo e gli occhi platealmente finti da innocente. Sono riuscito a farlo eleggere rappresentante di classe, e quando mi sfida lo sfido: sei un leader, Azhar? Sei un amico dei tuoi amici? Cos’è un amico? Lui risponde che un amico è uno che ti aiuta. E per ora finisce così, con il suo silenzio alla mia domanda: stai davvero aiutando i tuoi amici?

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