Ingannare la morte

Nell'ultimo numero dell'annata 2018, l'International Journal of Psychoanalysis dà notizia della pubblicazione in Germania nel 2017, a cura di Gertie F. Bögels, del prezioso carteggio contenente le lettere inviate da Freud dal 1921 al 1939 a Jeanne Lampl de Groot, dapprima giovanissima candidata all'analisi (che iniziò a Vienna nel 1923) e poi figura di spicco della psicoanalisi internazionale. con cui Freud mantenne un rapporto di amicizia, esteso anche alle famiglie, molto intenso e diretto, nato da stima e simpatia immediate. 

Nei prossimi mesi, sempre in Germania, uscirà un'opera, dal titolo Sigmund Freud:Seine Persönlichkeit und seine Wirkung, scritta da Erich Fromm nel 1959, tradotta in Italia da Newton Compton nel 1972 col titolo La missione di Sigmund Freud. Analisi della sua personalità e della sua influenza.

Insomma, la produzione libraria sul tema della vita di Freud continua, negli intervalli liberi da opere nuove, con riproposizioni che dicono di un'attenzione e di una richiesta persistente di chi scrive e di chi legge.

 

Le biografie di Freud, e in generale tutte le notizie sulla sua vita mostrano nel tempo una singolare proliferazione. Forse nemmeno Cesare e Shakespeare ne hanno avuto un maggior numero. È notevole quella di Elizabeth Roudinesco, Sigmund Freud, nel suo tempo e nel nostro, Torino, Einaudi 2015, cui farò in seguito alcuni riferimenti. Ad essa seguì poco dopo nello stesso anno perfino un’opera in forma di graphic novel, Freud e la scoperta dell’inconscio, edita da Meridiano Zero, disegnata da Massimo Mariani e sceneggiata da Domenico Tarizzo.

Va da sé che vi sia molto interesse e gradimento per i dettagli della vita privata dei grandi, per il modo in cui hanno fatto le loro scelte, hanno vissuto.  

I piccoli dettagli, oltre ai fatti importanti, acquistano qualcosa di fatidico lungo una linea che nel caso di Freud, mentre procede il lavoro di teoresi psicoanalitica, collega l'amore e la famiglia, i cani preferiti (i chow chow), la poesia orientale, i tappeti e gli oggetti antichi, l'origine ebraica nel contesto di una grande capitale cosmopolita qual era Vienna e sulla scena planetaria su cui arriva a muoversi la psicoanalisi; le ambizioni, le alleanze, le terapie delle isteriche, Charcot, Breuer, l’ipnosi; le lettere a Fliess; l'amore per l'Italia (fu a Napoli, Ravello, Capri), la passione per il Mosè michelangiolesco della Chiesa romana di San Pietro in Vincoli e per Leonardo. 

 

Un posto a parte occupano le grandi concettualizzazioni, come, per fare un solo esempio, L’interpretazione dei sogni, e particolari eventi come improvvisi folgorazioni e turbamenti. Tra questi le ubriacature d’arte italiana, nel 1897 nel duomo di Orvieto al cospetto degli affreschi rinascimentali di Luca Signorelli, o il momento di smarrimento nel 1904 quando in una tempesta edipica Freud sperimentò un senso d’irrealtà di ciò che vedeva mentre si trovava col fratello sull'Acropoli di Atene. Lo stesso si dica degli incontri cruciali —con Jung, Ferenczi, Lou Salomé— il movimento psicoanalitico, il viaggio in America nel 1909 con Jung e Ferenczi per un ciclo di conferenze alla Clark University; gli spuntini, i consigli e i piccoli prestiti ai pazienti, ovvero il suo modo di fare tendenzialmente immediato, informale, e incurante delle regole del setting analitico che verranno poi rigidamente canonizzate; i salti di gioia quando trovava un fungo nelle sue vacanze in montagna, spesso sul Renon dove, durante un soggiorno nel 1911, come ricorda una targa nell’albergo che lo ospitò, scrisse Totem e tabù.

La vita di Freud, situata a cavallo di due secoli, e attraversata dalla prima guerra mondiale, dal nazismo, da una dolorosa malattia, da perdite, e verso la fine anche dall'esilio, è di ricchezza e intensità straordinarie, e ha aperto una prospettiva rivoluzionaria che ha cambiato il mondo.

 

Essa è perciò particolarmente attraente. È come se, spingendo attraverso le biografie lo sguardo oltre il bordo alto della facciata ufficiale, si pensasse di poter rubare un qualche segreto del successo, un'indicazione per le nostre imprese, un'idea nuova per vivere o un'iniezione di coraggio. Tutto questo è probabilmente vero. Lo studio delle vite dei protagonisti della storia e della cultura, da Plutarco in poi, è considerato una fonte preziosa di apprendimento e meditazione, di crescita e stimolo all'azione attraverso l'esempio.

Ma nel caso di Freud — la cui biografia chiama in causa la psicoanalisi, il movimento che la diffuse e promosse, e quindi gli uomini, tanti in verità, e rilevanti, che salirono sulla scena insieme a lui, e condivisero quella meravigliosa avventura e fatiche, critiche e successi nella ricerca di nuove dimensioni della mente alimentata dalla "scoperta" dell'inconscio — mi sembra che entri in gioco spiccatamente qualcosa di diverso, che ha a che fare con la mitopoiesi e la mitologia, cioè con operazioni che implicano, generandole e studiandole, storie di fondazione, mete ideali e concrete, l'autorappresentazione di uomini e mondi. I testi delle sue biografie andrebbero forse considerati e studiati su piani diversi e più ampi di quella della sola storia e quasi come in uno stato sognante, con chiavi di lettura inusuali.

Non è forse un caso che per molto tempo gli archivi della psicoanalisi siano stati inaccessibili agli storici, e riservati a ben selezionati psicoanalisti. Che siano stati protetti in uno spazio e in una dimensione conoscitiva speciali dall'assalto della cronaca e della storia in attesa dell'avvento di tempi più adatti, di una rielaborazione onirica e creativa della memoria?

 

 

In questi racconti che si iscrivono nell'immaginario collettivo e finiscono per attingere la sfera del favoloso, che si tratti di opere strutturate o invece di articoli su riviste, o di frammenti di narrazioni orali, la vita di Freud e del movimento psicoanalitico è la cornice in cui viene reintessuta di continuo, con sempre maggiore dovizia di episodi, una narrazione perpetuamente aperta che sfocia nel mito. Un mito che sa di genio, di grandezza, e fa di Freud un padre-fondatore mitico di cui in perpetuo emulare i gesti essenziali. Il suo mito si innesta su una rielaborazione che continuamente si riscopre e si riscrive, e traccia la via di una fuga del protagonista dalla storia e di una sorta di immortalità. Questo mito e il dispositivo teoretico che vi è incluso e lo crea, rappresentano una sorgente vitale inesauribile, un patrimonio inestimabile per accettare l'impossibilità con cui ci confronta il reale.

Come Sherazade nelle Mille e una notte, gli innumerevoli autori -—storici (dopo) e psicoanalisti (prima) -— che scrivono e riscrivono, con toni enfatici o denigratori, la storia di Freud e la leggenda della psicoanalisi, mi sembrano impegnati anch'essi, più o meno consapevolmente, con le loro incessanti narrazioni, in una battaglia contro la morte, intesa come scomparsa di Freud dall'orizzonte. 

Se la morte non si può negare, si può però ingannare. In questa battaglia il dispositivo salvifico è ancora una volta, dopo Sherazade, il racconto, rilanciato e reso interminabile da subentranti nuovi inizi sempre reiterati entro la cornice narrativa, secondo un meccanismo che ritroviamo anche, mutatis mutandis, in Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile, nei Canterbury Tales di Geoffrey Chaucer, nel Decamerone di Giovanni Boccaccio, e in altri simili cicli letterari.

 

Ogni nuovo inizio, ogni biografia rilancia, entro una specie di opera unica che è l'insieme di tutte le singole, il valore del continuum narrativo, ma solo per poi dissolversi in esso, perdere la sua identità di inizio, acquistare un senso apparentemente sganciato da ogni artificio, e da ogni funzione non storiografica, e incontrare anche l’oblio delle prime ragioni del suo apparire. Ragioni legate all’economia di una narrazione che non può finire, se essa appunto come Sherazade, ma stavolta non in nome di una fanciulla soltanto, o del femminile, ma di tutta l'umanità, vuole riuscire a ingannare la morte rinviando all'infinito il suo momento. 

Dunque né inizio unico né fine, ma una tensione continua e inizi plurimi, un interminabile discorso che ininterrottamente fila, può accogliere cose disparate, e saldarsi infine con altri testi, preservando nel caso di Freud una storia non priva di contraddizioni e il suo protagonista dalla fine e dalla perdita nell’oblio o nella dissacrazione o nella negazione. 

Il procedimento si avvale anche dell’enfatizzazione dei contrasti che disegnano il profilo del protagonista, capace di trasformare le osservazioni della quotidianità in sofisticate astrazioni sul funzionamento psichico, vicinissimo quindi alla gente comune, ma anche ben situato nell’empireo del pensiero superiore. Sono accolti insieme e stemperati: il mito dell’orda primitiva e l’instaurazione di un nuovo ordinatore individuale e sociale che è anch’esso un mito, il mito del complesso di Edipo; l’esaltazione del maestro, fino all’idolatria del padre fondatore e al rovesciamento nel suo contrario, il Freud bashing. Particolare valore assumono anche i suoi tratti atipici e sorprendenti. Come ricorda ancora Elizabeth Roudinesco: «Scrisse e visse per mettere un termine alla forma di autorità che lui stesso incarnava e sfruttava». E inoltre: con Lou Andreas-Salomé, «per la prima volta, non trasformò l’amico indispensabile in un indispensabile nemico». E a Salvador Dalì, che era andato a trovarlo a Londra e «disegnò diversi schizzi del suo volto emaciato, secondo il principio surrealista “della voluta e della lumaca”», Freud«spiegò al pittore che «egli si interessava della pittura classica solo per svelarvi l’espressione dell’inconscio, mentre nell’arte surrealista preferiva osservare l’espressione della coscienza». 

 

E ancora vi sono, a stupirci, l’ambivalenza del suo rapporto con la filosofia, sempre in filigrana presente e sempre negata, e le riflessioni sconcertanti che induce a proposito di religione: Freud è un monoteista che non rinuncia alla ricomposizione degli universi e delle stelle che è propria del politeismo come metafora celeste dell’unità del Sé integrato in un Olimpo al di sopra della precarietà sua e del mondo. Freud inoltre è l’uomo che teme di perdersi, ma anche l’artefice di nuova scienza, che si allontana dalla polis nell' estraniazione della ricerca per poi reintegrarvisi dopo l’accettazione sociale delle sue scoperte.

Freud è padre fondatore di una teoria che valorizzando in un disegno concettuale di grande forza l’inconscio, impiegando il substrato mitologico della cultura e proponendone anche uno tutto suo, ha fatto uscire dai cardini il pensiero convenzionale. La sua impresa di costruzione della metapsicologia psicoanalitica, come osserva Jacques Derrida, avviene per decostruzione e sostituzione delle metafisiche e delle mitologie partite da un'Archè originaria che precede ogni inizio.

 

Freud non fornisce prospettive consolatorie o salvifiche, eppure laicamente abbiamo bisogno di richiamarci a lui e a quel nuovo sapere situato nell'inconscio, radicalmente un sapere di non sapere, che ha rivoluzionato le nostre idee sulla vita, sulla sessualità, sulla nostra mente. Freud non deve morire, perché non sapremmo dove andare se non brillasse più la sua stella a orientarci.

Sembra esserci, nel caso di Freud, uno slittamento della funzione delle biografie. Con la loro proliferazione e voce corale esse non servono in realtà a fornire informazioni e una cornice di senso all’interno della prospettiva storica, ma a fare da quinta narrativa, da medium rappresentativo, in un rito che dischiude un orizzonte atemporale come l’inconscio, ed eternizza il soggetto, nella paradossale destorificazione della sua figura, perché ci sia per sempre, come i dilemmi umani.

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