Jaume Cabré, Quando arriva la penombra

Lo scrittore spagnolo Eduard Márquez ha intitolato un libro Ventinove racconti in meno (libro non ancora edito in Italia), titolo significativo che allude agli scarti, ai racconti rimasti fuori dalla raccolta. Jaume Cabré lo cita in postfazione al suo splendido Quando arriva la penombra (La nuova frontiera 2019, trad. di Stefania Maria Ciminelli) spiegando le modalità con cui è arrivato a scegliere le storie raccolte nel libro. Chiama i racconti i sopravvissuti; per far funzionare il meccanismo di inclusione delle storie è necessario lasciare da parte qualcosa, ciò che ci convince meno, ciò che non ci pare suoni bene nel complesso di quel che si vuole andare a narrare. Cabré dice poi delle aggiunte e dei tagli, naturalmente, ma ciò che è più interessante è quel che scrive appena prima: 

«In genere sono alle prese con un romanzo, imbarcato in una specie di ritaglio che non so quanto durerà. Ma ogni tanto, come un navigante che per riposarsi attracca su un’isola sconosciuta, scrivo qualche racconto, spinto da quello su cui sto lavorando o, più spesso, cercando di allontanarmene per un po’. Ciò vuol dire che pian piano, senza far rumore, il sacco dei racconti si riempie.»

 

Un lettore poco attento potrebbe pensare che Cabré scriva i suoi racconti nei ritagli di tempo e che questi occupino un ruolo minore rispetto a quello dei romanzi; non è così. Prima ancora di essere definito romanziere, Cabré è uno scrittore, un formidabile scrittore. Ha scritto romanzi, sceneggiature, racconti, storie per l’infanzia. I titoli più significativi usciti in Italia – tutti tradotti da Ciminelli – sono i romanzi: Io Confesso, Le voci del fiume, Signoria; e la raccolta di racconti Viaggio d’inverno. Diciamo al lettore poco attento che le storie di Cabré, brevi o lunghe che siano, sono tutte collegate, incastrate, capaci di parlarsi da un secolo all’altro, da personaggio a luogo, da sentimento a immaginario.

«Ogni tanto arrivava l'estate e molti bambini sparivano per qualche settimana; all'istituto rimanevamo solo noi che non avevamo nessuno, ma proprio nessuno. E io avevo imparato, o così credevo, a non pensare più a mio padre né a mia madre, a non pensare a nessuno, sebbene le sale e i corridoi fossero molto più silenziosi. E passarono varie estati.»

David Foster Wallace diceva che quando un racconto funziona si dovrebbe avvertire qualcosa che lui definiva “click”, uno scatto, un tuffo, un salto, un cambio di registro che trascini il lettore tra le pagine per non mollarlo più; lui diceva di avvertirlo, per esempio, nei racconti di Barthelme e come dargli torto. Io l’ho avvertito leggendo il passaggio appena riportato, tratto dalla prima storia della raccolta: “Gli uomini non piangono

 

 

La perfetta sequenza di frasi, posta in un punto strategico da Cabré, incolla le pagine appena lette a quelle che verranno e, inconsapevolmente, farà scegliere al lettore come porsi rispetto al racconto e, prima che gli avvenimenti si susseguano, decidere da che parte stare. Si tratta di un racconto perfetto, un manuale di scrittura in miniatura. Qualcosa di decisivo è accaduto prima delle parole che andiamo a leggere, un evento che scopriremo essere stato traumatico. Un ragazzino viene accompagnato dal padre in un posto a metà tra il collegio e l’orfanotrofio, gestito da suore, con la promessa di andarlo a trovare di domenica, qualche domenica, in alcune domeniche. La sorveglianza tra le docce e i dormitori viene svolta da un uomo truce, violento, pedofilo. Il nostro protagonista qui dentro cresce alla velocità della luce, molto imparerà e molto soffrirà, ma dentro di lui cresceranno gli spiriti della ribellione e della vendetta, affiancati da una straordinaria e inestirpabile malinconia. Altro della storia qui non diciamo, se non qualcosa circa l’abilità di Cabré di variare sia il registro linguistico sia i toni di chi narra. Il testo è scritto in prima persona, ma poi in alcuni momenti, il ragazzino racconta di sé dall’esterno, come se lo scrittore arrivasse a precisare, ed ecco che si definisce “Tu”. Questi cambi avvengono in poche righe, in mezza pagina, non sono artificiosi ma funzionali e dicono moltissimo dell’abilità dello scrittore di Barcellona.

«Mi chiamo Poldo. Di cognome, Blasi i Calpena. Sono di casa a Gargall di Àrreu. La mia specialità, ladro di pecore. Nome di guerra, Poldo Gargall. Misono messo a fare il ladro perché odiavo il lavoro del contadino, tutto il giorno con gli occhi a terra, con la zappa o la falce in mano, miseria boia. Ho vissuto momenti di gloria facendo cambiare gregge a centinaia di pecore senza che i pastori né i proprietari se ne accorgessero. È un lavoro delicato, che richiede pazienza, perché il bestiame bisogna rubarlo a poco a poco […]».

 

Un altro racconto esemplare è quello che ha per titolo “Poldo”, il piccolo brano qui riportato ne è l’incipit. Poldo narra in prima persona le sue avventure da ladro di bestiame e il suo rifiuto per il mestiere del contadino, che risulta evidente essere il lavoro più diffuso nella zona in cui vive. Si magnifica, ritiene di essere il migliore nel suo campo e, con il giusto carico d’enfasi e d’ironia, racconta la sua vita, sempre in bilico, sempre in fuga, a suo dire, quasi eroica. Poldo è uno che la fa franca, fino a che il destino non verrà a cercarlo insieme all’errore che sempre commette chi si reputa infallibile. Cabré con una sola mossa mette la morte davanti alla vita e la storia di un ladro di pecore diventa la testimonianza della Guerra Civile.

 

Troveremo un assassino professionista che confessa per la prima volta il suo mestiere alla sua prossima e ultima vittima. Un vecchio si trova a passeggiare dove ha combattuto la Guerra Civile. Alcuni racconti sono legati tra di loro da un quadro, dal suo furto, dal suo mistero, di come ci si possa ritrovare, come in un sogno, all’interno di un dipinto. Più avanti un libro antico, dallo scaffale sul quale è sempre stato, racconta la scena che si svolge davanti ai suoi occhi, come il narratore onnisciente sa quello che sta per accadere, sa quello che è accaduto e quello che accadrà. Il libro è testimone di un duplice omicidio, così come lo è stato di tutto quello che è successo in quella stanza e dice:

«Mi ha sempre colpito l’incapacità degli uomini di vedere le linee del loro destino, le vite che tessono il loro cammino e il punto finale di ogni storia, che è già scritto da qualche parte.»

Quando arriva la penombra è zeppo di personaggi incantevoli, gente che vive esistenze di secondo piano. Non sono innocenti, non vogliono esserlo ma sono indimenticabili e vitali. Cabré ha un grande senso dell’umorismo, sa muoversi tra presente e passato, tra quotidiano e fantastico. Sa cosa tocca il cuore degli esseri umani, sa che la vendetta è una costante, così come lo sono la ricerca del perdono, il desiderio di trovare riparo dopo un abbandono. Il confine tra ambizione e delitto è sottile, così come lo è quello tra colpa e ingenuità.

Cabré tocca i temi che gli sono più cari, ecco perché la sua opera è aperta a un dialogo costante; la prepotenza della Guerra Civile, la forza della memoria, il desiderio di vendetta, di rivalsa, l’amore, l’incomprensione, la povertà, la terra più delle città, gli oggetti come e quanto le persone, il macabro e la risata. 

Quando arriva la penombra è un libro che richiede la nostra attenzione e che ci riguarda.

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