Joseph Goebbels. Herr Doktor

Fu un’esistenza senza vita, un percorso all’ombra di un “padre” politico e amorale così grande da divorare un figlio troppo piccolo, e quindi vitalisticamente infelice, quella di Joseph Goebbels, scenografo, regista ma anche attore dei simbolismi di cui si è sostanziata la Germania dei tempi di Hitler. Quasi che quel passo incerto, impostogli dal piede varo, patologia di origine neurologica, dove il destro era rivolto all’interno, più piccolo e maggiormente ingrossato rispetto al sinistro, invece normale, prefigurasse e racchiudesse il senso perenne di una tangibile imperfezione, stigma di diversità, da compensare a qualsiasi costo con un personalissimo, inesausto sforzo di autoaffermazione. La voluminosa biografia su Goebbels, prossima alle novecento pagine, licenziata da Peter Longerich nel 2010 ed ora disponibile nella nostra lingua per la traduzione di Valentina Tortelli (per i tipi dell’Einaudi, Torino 2016), è un’opera non agevole. Le dimensioni quantitative, alle quali corrisponde un’acribia qualitativa lodevole, sono scoraggianti per il cosiddetto “lettore medio”.

 

Ammesso che un tale normotipo esista nei fatti, sia ben chiaro. Non di meno, la trama ricchissima degli eventi, sulla quale l’autore si muove con grande agilità, domanda a coloro che l’affrontano, per come è resa incessantemente, pagina dopo pagina, d’essere dotati di una cognizione ante litteram del complesso sistema di incastri, tra alleanze, relazioni, legami ma anche contrapposizioni, competizioni, fratture che costituì il castello dei mutevoli rapporti di potere che divenne la Germania degli anni Trenta. Peraltro l’autore ha un cursus honorum et studiorum di tutto rispetto. Può quindi convincere o meno nel risultato delle sue ricerche ma va letto e compreso. Titolare della cattedra di storia della Germania moderna presso l’Università di Londra, è anche tra i fondatori, nonché poi direttore, del Royal Holloway’s Holocaust and Twentieth-Century History Research Centre. In poche parole, si colloca nel novero di quegli studiosi, al pari di Ian Kershaw, Richard Evans, Timothy Snyder, Mark Roseman e Richard Overy, che sono tra quanti si sono impegnati in questi ultimi trent’anni nel rinnovamento degli studi sul genocidio degli ebrei, riconnettendolo alle dinamiche della storia continentale e mondiale di lungo periodo. Lo sguardo prospettico, in questo caso, è parte di un approccio strategico che cerca di superare le secche dei vecchi dibattiti storiografici, da quello artatamente istigato dal revisionismo noltiano, e destinato a sfibrarne i protagonisti, alla contrapposizione, oramai stanca, tra “funzionalisti” (le cose si fecero nel tempo, non essendo lo sterminio qualcosa di scritto a priori) e “intenzionalisti” (tutto stava, come dispositivo preordinato, dentro le pagine dettate da Hitler negli anni Venti).

 

Quali siano i risultati, di studioso in studioso, di testo in testo, in sé alterni ma senz’altro significativi, lo possono decretare solo i lettori. Altre opere di rilievo di Longerich sono la biografia di Heinrich Himmler (uscita nel 2011 per l’Oxford University Press) e i precedenti lavori dedicati a The Unwritten Order: Hitler's Role in the Final Solution (2003) così come Holocaust: The Nazi Persecution and Murder of the Jews (2010, sempre per l’Oxford University Press). Le due polarità del lavoro dello storico tedesco ruotano, da un lato, intorno all’identificazione dei processi e dei meccanismi che hanno portato alla «Endlösung der Judenfrage», la soluzione finale della questione ebraica, in un contesto di sistema-regime e, dall’altro, le biografie dei prominenti di quest’ultimo. Due capi di un medesimo percorso, dove alla dimensione burocratico-amministrativa e politica, ossia strutturale, si riconnette quella umana e al contempo amorale, dei massimi esponenti di quel sistema. La vera tentazione soggiacente al testo che si ha ora in mano è quella di iniziare a dare sostanza ad una antropologia del nazismo attraverso il ricorso alle sue stesse fonti. Si tratta di un inizio, è bene sottolineare. Un primo beneficio che si ottiene dal testo di Longerich su Goebbels è quindi il ricavare, o il rafforzare, la consapevolezza della comprensione del Terzo Reich come di una policrazia senza pluralismo, dismettendo parimenti i facili e improduttivi stili di pseudo-interpretazione che intendono le moderne dittature come dei monismi assoluti. Semmai siamo in presenza di regimi olistici, dove le parti debbono coincidere in tutto e per tutto con un centro ossessivamente ripiegato su di sé.

 

Non si tratta, tuttavia, di un sistema autistico, ovvero incapace di cogliere i segnali che gli provengono dal tessuto sociale; semmai è un soggetto attivo, poiché interviene nella viva carne dei rapporti quotidiani, trasformandoli alla loro radice. Tutta la vita di Joseph Goebbels testimonia, come una sorta di cartina di tornasole, la matrice del totalitarismo nazista, laddove la contaminazione del pubblico con la sfera del privato, ovvero la colonizzazione politica della seconda fino a trasformarla in un’appendice del primo, è il vero nocciolo identitario del progetto politico di Hitler e dei suoi uomini. Goebbels, per l’appunto, testimonia, con la sua stessa esistenza, di tali dinamiche. Lo fa con un alto tasso di mimetismo prima e di sincretistica immedesimazione poi. Longerich biografa una figura feticcio della Germania della prima metà del secolo trascorso, cogliendone la specificità esistenziale, il tratto peculiare, la sua dimensione di fallito di talento, per poi proiettare una parte della nazione tedesca dentro questo recinto di pensieri, pulsioni, emozioni ma anche atteggiamenti, condotte e, soprattutto, proclività alla delega deresponsabilizzante. La parola chiave che ne deriva è dipendenza. Letta in controluce, la storia della vita del gerarca narciso, durata quarantotto anni, rivela questa tragica dimensione, dentro la quale una parte dei suoi contemporanei potevano facilmente rispecchiarsi. In questo Longerich è forse meno storico e un poco più psicologo, battendo molto il tasto della relazione tra aspettative e riconoscimenti che attraversano la carriera criminale di un uomo importante, ma non necessariamente decisivo, all’interno di uno Stato assassino.

 

«Herr Doktor», tale perché in possesso di un dottorato, acclimatatosi ad un partito che del rifiuto dell’intelligenza faceva una delle sue esiziali ragioni d’essere, emerge dalle pagine del libro come un soggetto eternamente diviso tra la pulsionalità ingovernata, dettatagli dalla passione di essere riconosciuto dai suoi contemporanei, e la ricerca spasmodica di tale riconoscimento in un’autorità superiore. Se nei primi anni della sua vita, fino all’incontro e all’immedesimazione nelle rivendicazioni del pulviscolo della destra radicale tedesca, tale bisogno, in sé insopprimibile (al pari di qualsiasi disturbo narcisistico di personalità, come evidenzia l’autore), generava un persistente bipolarismo, tra euforia e depressione, con la seconda metà degli anni Venti l’immedesimazione con il nazionalsocialismo diventa la chiave attraverso la quale non solo tradurre la necessità di autoaffermazione in un progetto di vita concreto, altrimenti molto incerto per un intellettuale nella Germania delle grandi crisi, ma anche lo scenario e la cornice in cui trasformare se stesso in una sorta di opera d’arte vivente. Artista della parola paranoide, demiurgo dell’appello alla riduzione della ragione ad istinto, sacerdote della messinscena, Goebbels dismise quindi ben presto le intenzioni palingenetiche che la componente di sinistra del partito di Hitler coltivò fino alla presa del potere, per riconoscersi, a partire dal 1926, nel verbo che un Hitler tanto affabulatorio, cialtronesco quanto scaltro e amorale, andava offrendo come matrice di una nuova identità collettiva. Degli uomini che ebbero in sorte la possibilità di frequentare con assidua costanza quello che stava divenendo il Führer della Germania, non solo riflettendosi nel suo dire, nelle sue posture, nei suoi medesimi tic ma anche e perlopiù nel suo profilo profondo, quel gusto piccino che si condensa nello stile biedermeier, Goebbels fu tra i pochi che, in tutta franchezza e sincerità, dovessero riconoscergli un ruolo autenticamente messianico. Un tratto, questo, che condivideva intimamente con pochi altri personaggi dello stretto entourage di Hitler.

 

 

Goebbels, da questo punto di vista, è assai più vicino all’oscuro e tenace Martin Bormann, capo della cancelleria del partito e poi segretario personale del duce nazista, che non ai “politici”, come un Hermann Göering, perennemente impegnati a ridefinire il perimetro delle loro giurisdizioni politiche, oppure ai “tecnici”, che tanta parte si attribuirono per tradurre la calcolata oracolarità di Hitler in percorsi fattibili e in gesti congruenti. A partire, per l’appunto, dalla distruzione delle comunità ebraiche tedesche e nei paesi occupati dagli eserciti dell’Asse. Fondamentale era per il capo della propaganda svolgere quel ruolo nel quale si proiettavano e si sublimavano aspetti della sua stessa esistenza, sancendo il transito da una società a mobilità sociale, quale aveva tentato di essere la Germania di Weimar, a una nazione organicista e corporativa fondata sulla mobilitazione totale, quindi spasmodica, delle forze collettive in un unico fascio di risorse. Una totalità, per l’appunto, che al piccolo e torvo figuro doveva consegnare un senso di onnipotenza, confondendo deliberatamente la forza evocativa delle sue parole con la rete di alleanze e la struttura di potere che il nazismo era andata costituendo. L’immedesimazione, dai tratti dell’onirismo, con i continui richiami alla potenza del “nuovo che avanza”, l’enfasi isterica di cui erano rivestiti tutti i discorsi, la tonalità non solo assertiva e prescrittiva ma edenico-apocalittica, la riduzione del lessico pubblico a un micro-vocabolario della rivalsa e della sopraffazione (lo ricorda bene Victor Klemperer in LTI. Lingua Tertii Imperii ma anche nei suoi Tagebücher 1933–1945) erano qualcosa di più di un angosciante involucro, fondendosi semmai con la sostanza umana del biografato.

 

L’analisi della personalità di Goebbels è svolta da Longerich con il preciso obiettivo di restituirci il ruolo ricoperto dal ministro della Propaganda (una carica mantenuta ininterrottamente per dodici anni, fino al 30 aprile 1945 quando, dinanzi al suicidio di Hitler, e della moglie Eva Braun, gli subentrò per circa ventiquattro ore, cancelliere di un regno inesistente sulla groppa di un cavallo di cartapesta) nei gangli del sistema nazista come anche di indagare su quest’ultimo, proseguendo nell’opera di verifica anatomica dell’apparato statale che più e meglio riuscì a dare sostanza alle pulsioni di morte. Lo strumento adottato dallo storico è l’incrocio delle fonti ma soprattutto il lavoro sui Diari che dal 1924 in poi Goebbels andò tanto meticolosamente compilando. Di questi ci è pervenuta la redazione pressoché integrale poiché furono recuperati, a sconfitta tedesca consumatasi, nel bunker di Hitler, nei quali erano stati infine trasferiti. Il confronto tra la maniacale cura alla quale faceva ricorso nella redazione dei discorsi e dei testi a stampa, tutti ad uso pubblico, con la natura di flusso frettoloso e libero da sovrastrutture ed esigenze di immagine della scrittura diaristica, compongono un quadro articolato non solo delle diverse funzioni di Goebbels, e delle posizioni che venne assumendo nell’organigramma di vertice, ma anche di aspetti dello stesso sistema di potere nazionalsocialista.

 

Per Longerich la questione non è solo quella di situare in maniera appropriata Goebbels rispetto all’apparato decisionale, peraltro identificando la sua rilevanza secondaria in molti passaggi fondamentali del processo politico, ma anche di capire come la costruzione di un immaginario abbia per davvero contato nei dodici anni di regime. Il rimando ad una onnipotenza della propaganda è, per lo storico tedesco, parte stessa del dispositivo di costruzione di una mitografia di sé che accompagnava tanto Goebbels quanto il Terzo Reich. In questo passaggio capitale (laddove Longerich sottolinea il rischio integrale di un effetto specchio, per il quale l’autonarrazione nazista viene a coincidere con le interpretazioni acritiche dei posteri, consegnando alla prima un’immeritata vittoria, sia pure postuma) il biografo riesce ad evitare quello che altrimenti sarebbe un eccesso di lettura psicologizzante della figura del biografato. Fondamentale, infatti, è l’attenzione sui Diari in quanto non solo proiezione riflessiva del loro redattore ma come fonte cronachistica, sia pure spuria, del farsi di un regime come del suo disfarsi. La loro verosimiglianza, nel raccogliere le descrizioni di atti e fatti, è peraltro sufficientemente assodata. Il filtro dominante rimane l’identificazione con Hitler, il fideismo a tratti cieco che connotava la relazione con il “capo” ma anche lo spasmodico bisogno di intercettarne umori e pensieri, dando ad essi un qualche respiro e, soprattutto, un corpo duraturo. Il gioco tra fantasmi del pensiero e autoinganno è una costante nell’estensore di quella grandissima quantità di note. Dacché si colgono le dinamiche di una corte, l’infeudarsi della politica, la disintegrazione della fragile esperienza democratica weimariana attraverso il richiamo alla collettività come a una sorta di orda primigenia ma anche la natura di un processo collettivo dai tratti profondamente regressivi, quasi che l’inconscio peggiore si istituisse a regime di governo degli individui, ingenerando una nuova legittimità basata sull’ipertrofia del desiderio di distruzione.

 

La mitologizzazione del leader in Goebbels è peraltro funzionale al rafforzamento dell’autostima. Sottolinea l’autore: «nato come luogo di autoanalisi e autocritica, il diario diventò ben presto per Goebbels un mezzo per consacrare se stesso alla luce dei successi ottenuti ed eternare una carriera trionfale, insabbiare sconfitte e fallimenti, ritemprarsi e motivarsi a continuare sulla strada intrapresa. Se, nei primi anni, i brani di autocritica sono la parte più interessante, l’assenza quasi completa di autocritica è forse l’aspetto più appariscente degli ultimi». In filigrana questa evoluzione raccoglie e racconta la percezione enfatica di sé che un movimento politico minoritario se non in origine irrilevante, nato dal retaggio delle trincee, passato attraverso una lunga fase critica manifestatasi per quasi tutta la durata degli anni Venti, rinforzato dalla saldatura tra sottoproletariato e classi medie in crisi di status, poi asceso al potere e infine trasformatosi in regime, riuscì a garantirsi. Come quel rospo che si gonfia fino ad esplodere. Il libro di Longerich ci restituisce essenzialmente questo rimando di quadro collettivo. Nella sua divisione in tre parti (Goebbels, già intellettuale e scrittore fallito, nel mentre si trasforma in agitatore di massa; Goebbels, ministro per la Propaganda, impegnato nell’opera di Gleichschaltung, l’«allineamento» della società tedesca alla Weltanschauung nazista; Goebbels, infine, a capo della «guerra totale», ultima messinscena della tragedia europea), e l’ulteriore suddivisione in ventinove capitoli ordinati cronologicamente, ripercorre la traiettoria di una meteora che, nel suo farsi meteorite abbagliante, esplose su un intero Continente.

 

L’intreccio tra considerazioni private e riflessioni pubbliche, tra la visione di se stesso e la valutazione di ciò che gli capita intorno, diventa così il registro per comprendere come la lealtà verso la forza falsamente rivelatrice di un capo taumaturgo si trasformi nel rapporto che un animale intrattiene con il suo padrone, desiderando che un’intera nazione segua tali passi, sprofondando infine nell’abisso. Non di meno permette di comprendere la pasta di cui è fatto il pensiero della catastrofe, il narcisismo totale che si proietta, in un fallace pragmatismo, nel fare per distruggere. La forza delle considerazioni che Goebbels ha consegnato ai posteri sta anche in questo scenario cupo, di dissolvimento della politica in un esercizio di totale dipendenza. Ne fa testo lo stesso suicidio, suo e di sua moglie, insieme all’uccisione da parte di quest’ultima dei sei figli, in una Berlino oramai quasi interamente occupata dalle truppe sovietiche. Un’ultima rappresentazione di sé della quale rimase il cadavere carbonizzato, sconsolante immagine di un’Europa che doveva essere “nuovo ordine” su base razziale e che seppe offrire solo molte macerie e una quantità infinita di ceneri. Soprattutto quelle altrui, delle vittime. 

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