La foresta addomesticata

L’immaginario della foresta sta cambiando. Fino a qualche anno fa, foresta evocava idee come wilderness, indicava una zona dove l’uomo non solo non è arrivato, ma non arriverà mai, era sinonimo dell’altro, di ciò che sta fuori dai limiti dello spazio che noi umani ci siamo ricavati nel mondo, si declinava dalla selva al selvatico, al selvaggio, era il nostro specchio animale, la parte nascosta, irriducibile, inconcepibile.

 

Poi qualcosa è successo: la cultura dell’Occidente ha scoperto le piante. Ha scoperto che non solo esistono, ma vedono, sentono, si organizzano, soprattutto sono vive e sono sempre state lì, seraficamente indifferenti alle classificazioni umane che almeno da Aristotele le mettevano all’ultimo posto nella graduatoria dei viventi. La plant blindness che ci ha afflitto per un paio di millenni si sta sgretolando e come per reazione, gli occhi si sono puntati su di loro. Gli occhi di tutti, anche di chi fino a quel momento mai si era sognato di considerarle e meno che mai di parlarne. Così negli ultimi due o tre anni, improvvisati paladini del regno vegetale sono spuntati come funghi, e non è un paragone casuale. Stiamo assistendo a un florilegio di libri, conferenze, incontri, trasmissioni, saggi che s’immergono nel, per loro, sconosciuto mondo delle piante, traendone insegnamenti di vita, esempi di comportamento, meraviglie inaspettate. Bene, ottimo, benarrivati, dicono alcuni, era ora che ci si accorgesse di quello che, con una categoria ormai obsoleta si chiama Mondo Vegetale. 

 

Subito dopo, e sto parlando ora di mesi, ha iniziato a dissolversi anche la mushroom blindness, che ha spostato l’attenzione sottoterra, andando a scavare letteralmente in quel mondo ctonio regno dell’oscurità permanente, dimora degli dei maligni, sede dell’oltretomba e dell’inferno. Filtrato dalla narrazione scientifica l’inquietante mondo ctonio ha assunto un’immagine molto più rassicurante, fatta di relazioni costanti fra piante e funghi che si vuole sovrapporre a uno dei nostri miti contemporanei più stabili: la rete. Si parla di Wood Wide Web scoprendo con meraviglia che da qualche milione di anni c’è chi ha realizzato qualcosa a cui noi siamo arrivati solo da un paio di decenni. Mostrando l’inestricabile rapporto simbiotico fra forme di vita differenti, ci ha fatto ragionare sull’idea stessa di identità, postulato di tutto il pensiero Occidentale, ponendo in altri termini la campale domanda: chi sono? Considerato che ciò che chiamo io è un insieme di cellule in cui nove su dieci sono batteri e microorganismi, dove finisce la mia identità e inizia la loro? Devo considerare loro come parte di me? E soprattutto, ha ancora senso porsi questa domanda? Sono quesiti che ci fanno andare in brodo di giuggiole, il nostro cervello esulta e gode per cercare soluzioni e in questi gioiosi rivolgimenti, sottilmente, silenziosamente, indifferentemente, sta passando e prendendo posizione un’idea di foresta in fondo buona, leggibile, addomesticata, addirittura utile. 

 

L’utilità è un dato essenziale nel nostro rapporto col mondo. A ben guardare, non è vero che siamo stati ciechi nei confronti delle piante, anzi, ci abbiamo visto benissimo, solo che consideriamo solo ciò che ci serve, soprattutto a mangiare e costruire cose e case. Abbiamo sviluppato intere discipline che partono dalle piante, dall’agricoltura alla selvicoltura, l’Oxford Language definisce l’agronomia come la “Scienza che riguarda la coltura e l'amministrazione della terra allo scopo di ottenere la maggiore produzione e la migliore utilizzazione dei prodotti.” La produzione, l’utilità per noi, è il punto di partenza, tanto che quelle piante che in qualche modo sono diversamente utili, vengono messe dagli addetti ai lavori nella categoria del verde ornamentale. E l’ornamento, come ogni architetto sa, è delitto, almeno da Adolf Loos in poi. 

 

 

L’immaginario della foresta in letteratura è stato spesso lontano dal mondo vegetale e vicino ai territori dell’incontrollabile e del mistero, innumerevoli selve oscure prima di Dante popolano le fiabe di ogni popolo, ricordandoci quanto profonda sia la nostra storia. Voglio qui prendere solo qualche frammento. In La foresta della notte, uscito nel ’36 con una prefazione di T.S. Eliot, è la stessa scrittura selvatica e inclassificabile di Djuna Barnes a incarnare la foresta, una scrittura impregnata dal “profumo dei funghi” che emana Robin, la “creatura selvaggia intrappolata in una pelle di donna”, animale incontrollabile che inconsapevolmente muove con indifferenza suprema le vite di chi le vortica intorno, come fa la natura leopardiana con gli umani. Ancora lontana dal mondo vegetale è La divina foresta di Giuseppe Bonaviri, uscito nel ‘69, dove nonostante la vicenda del multiforme protagonista passi anche dallo stadio di “pianta di borragine” per poi stabilizzarsi in avvoltoio, la foresta rimane lo sfondo muto su cui si svolgono le vicende, per andare a coincidere con una più sfumata idea di natura.

 

 

Nei primi anni duemila Patrik Blanc, il botanico francese inventore del Mur Végétal, fa parlare una piccola pianta del sottobosco della foresta tropicale in un breve libricino, Il bello di essere pianta, dove in prima persona ci descrive la sua vita quotidiana, i rapporti coi vicini e col resto del mondo. Perché la foresta si addolcisca e si addomestichi fino a renderla digeribile al grande pubblico bisogna aspettare che l’industria del libro americana dia il via e lo fa con tempismo perfetto nel 2019 assegnando il Pulitzer a Il sussurro del mondo di Richard Powers, che arriva in un momento in cui ormai tutto il mondo occidentale è impegnato nell’epica lotta per salvare il pianeta e tutti hanno sentito dire che gli alberi sono buoni e ci possono aiutare, sono utili. 

 

 

È molto difficile uscire dalla plant blindness usando strumenti forniti da quella stessa tradizione che l’ha generata, come spesso fanno i filosofi; più efficace risulta l’azione dell’arte. Flatform è un artista collettivo che opera dal 2006 e ha sede fra Milano e Berlino. Nel 2020 ha realizzato Storia di un Albero, una videoinstallazione prodotta dal Museo Nazionale del Cinema con il sostegno dell’Italian Council del Mibact, che è diventata anche un libro. L’opera vuole essere un ritratto di un albero, in particolare una quercia che vive da settecento anni vicino a Tricase, un paesino del Salento, dove secondo una leggenda un gruppo di cavalieri ha trovato riparo prima di una battaglia e che ha preso il nome di Quercia dei Cento Cavalieri. Flatform parla della necessità di spostare l’attenzione dall’uomo agli altri elementi viventi, in una sorta di deantropizzazione dell’arte. Spostare l’attenzione dall’uomo alle altre forme viventi e non, sembra essere una delle parole chiave della ricerca artistica degli ultimi anni, come se gli umani, cominciando a guardare in faccia la propria possibile estinzione e avvertendo un motivato senso di colpa nei confronti del resto del mondo, cercassero di fingere di eclissarsi per lasciare posto anche agli altri, nella speranza di trovare modi di sopravivenza efficaci da prendere ad esempio. 

 

 

Agli altri è dedicata anche la collezione Companions di Mali Weil, un collettivo di artisti che dal 2018 sta lavorando a Forests, un progetto complesso dedicato all’immaginario della foresta che tra le altre cose comprende performance, formazione, design, cinema, pratiche di social dreaming. All’interno di questa cornice, Companions, realizzata nel 2020, è una collezione pensata per ridisegnare l’immaginario del gioco per l’infanzia, per creare altre alleanze con i non umani assumendo punti di vista differenti.

 

 

Sono figure del mito e delle favole dimenticate, lasciate da parte o solo evocate che prendono vita e si presentano: sono il Simbionte Termite-Fungo, il Re-Lupo, la Formica mellifera e molti altri esseri pronti per immaginare altri spazi, altri mondi e altri futuri. In queste operazioni lo spirito profondo della foresta non si addomestica, anzi, richiama l’attenzione sulla propria alterità, custode di misteri inviolabili a cui avvicinarsi tramite simboli, segni, evocazioni, narrazioni, sogni. La deantropizzazione si connette con il tema della messa in discussione della nostra individualità. In uno dei comunicati di Mali Weil si legge: “Noi esseri umani non siamo mai stati individui, anche se ci siamo sempre raccontati così: da poco abbiamo iniziato a riconoscerci come abitanti-abitati di un mondo fragile. La nostra presenza, insieme a quella dei molti-che-sono-in-noi e dei molti-cui-siamo-accanto, inserita da sempre in una rete di ecosistemi complessi, può essere raccontata in termini di simbiosi, disturbance e co-design. Che futuro politico possiamo sognare da queste premesse? Quali relazioni? (…) La foresta è fucina di relazioni politiche con l’alterità e luogo dove accade un processo di defamiliarizzazione: essa svela quel principio magico-linguistico, che ci assoggetta a nozioni come umano, stato, natura, cittadinanza. Entrarvi o attraversarla non può lasciare immutati.”

 

 

Sono poche voci che si levano contro il processo di addomesticamento della foresta che coincide con una globalizzazione del pensiero che smussando i contrasti vuole negare l’altro assorbendolo nel proprio sistema che non vuole uomini ma consumatori. Il contrasto che vive nella foresta è molto più profondo e ha a che fare con il dualismo mitico fra uomo addomesticato e uomo selvatico. Nella prospettiva della storia profonda diventa evidente come questi miti nascano dopo la nostra sedentarizzazione neolitica per raccontare e conservare la memoria di un mondo altro precedente al nostro. L’uomo selvatico è l’incarnazione della foresta che si contrappone allo spazio confinato degli umani, è come l’uomo civilizzato vede l’uomo non civilizzato, è la memoria non solo di come siamo stati, ma anche dell’animale che siamo e abbiamo ripudiato. È una figura che continua a riproporsi con nomi diversi incarnando uno dei due gemelli uniti e in costante lotta, è Enkidu della foresta dei cedri che si contrappone a Gilgamesh, è Giovanni Battista del deserto, doppio di Gesù, è Merlino della foresta di Brocéliande che inizia Artù, sono gli dei oscuri da cui procedono gli dei solari. Addomesticarli non è possibile, o forse, per capirci meglio, non è utile.

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