La parola profetica di Greta Thunberg

Ha esordito con: “È tutto sbagliato”. Una frase che solo un’adolescente può dire e l’ha detta con il tono con cui solo un’adolescente può dirla: arrabbiato e insieme commosso. I primi due minuti del messaggio rivolto ai grandi del mondo da Greta Thunberg mostravano una rabbia e una durezza cui non siamo abituati, da una persona che, per quanto molto giovane, ha l’autorevolezza per farlo. La sua autorevolezza nasce in lei da un’ostinazione, che è iscritta nella sua voce, nell’espressione del suo viso, nel modo con cui prende fiato e riapre bocca per dire nuovamente. Gli autorevoli se esistessero parlerebbero così. E tuttavia gli autorevoli oggi non esistono. Di più: manca ogni discorso minimante autorevole. Questo lo è. La sua autorevolezza è certificata dalla sua ostinazione, dalla certezza della propria ragione. Non si può bluffare come accade sempre. 

   

Greta Thunberg ha parlato come un profeta biblico, uno che è stato chiamato a fare qualcosa che probabilmente non vorrebbe fare, e che è costretto invece a compiere: “Io non dovrei essere qui”. Come Giona, il profeta che Dio manda a Ninive per predicare agli abitanti che se non si convertiranno la città sarà distrutta. Lui non vuole andare, scappa, e finisce nel ventre della balena, per cui verrà risputato sulla spiaggia. Greta ha attraversato l’Oceano su una barca. Ma il suo posto, l’ha detto l’altro ieri, non era lì a New York a parlare alle Nazioni Unite: “Dovrei essere a scuola dall’altra parte dell’oceano”.

   

Il posto dei ragazzi è a scuola, a istruirsi, come è sempre stato. Greta lo sa, e tuttavia ha accettato di prendersi questo compito scomodo di dire. La sua bocca ha come una smorfia, le parole escono pesanti e taglienti: “Eppure venite tutti da me per avere speranza?”. Ai giovani si chiede questo, si chiede speranza. Ma Greta Thunberg la speranza non la vuole né la può portare. Come ogni vero profeta questa ragazzina che viene dal passato, dal nostro passato, porta notizie cattive, viene non per la buona novella, ma per la mala novella. I profeti, lo racconta la Bibbia, fanno una brutta fine, sono chiamati a un sacrificio. Per questo bisogna essere loro grati. La loro voce è voce di verità, eppure nessuno vuole ascoltarli. Sono insopportabili. Per questo, e non solo per quello che è, Greta usa parole di fuoco: “Come osate!”. 

   

 

La speranza è l’ultima a giungere, ma prima ci sono le parole del profeta pesanti come pietre. L’accusa è durissima: “Avete rubato i miei sogni e la mia infanzia con le vostre parole vuote”. Rivolta ai capi delle nazioni, ai grandi del Pianeta azzurro, ai politici, agli uomini delle istituzioni. Sono parole dette da un’adolescente, un’adolescente che si rivolge agli adulti e li condanna. Il refrain del discorso sta in quel: “Come osate!”. Non si poteva dire più forte di così. Sono i re, i potenti, oppure i profeti vocati da Dio, a usare espressioni simili. Osare, ovvero fare una cosa inammissibile, fuori dal potere e dalle possibilità. Qualcosa di sacrilego. Contro natura. 

   

Nelle parole di Greta risuona un tono sacro, il suo dire e il suo detto appartengono a una sfera che è sempre più raro percepire in un mondo che si è totalmente desacralizzato, secolarizzato, che non possiede più nulla di religioso, almeno a livello collettivo. Ci voleva probabilmente una ragazzina che soffre di una sindrome autistica, una “diversa”, qualcuno che sino a qualche decennio era una “esclusa”, per fare un discorso così carico di sacralità. Un sacro che non appartiene alla sfera del religioso, ma a quella dell’etica.  L’etica come la pensava un altro “autistico”, il filosofo Ludwig Wittgenstein, per cui l’assolutezza era l’unico modo possibile per pensare. C’è qualcosa di assoluto nel discorso di Greta Thunberg, qualcosa di universale, di totale, di incondizionato, che va ben al di là dei dati pur terribili che ha esposto con secchezza nei quattro minuti del suo anatema: una condanna inappellabile. “Come osate!”. Forse ci voleva proprio una persona “altra” come lei, per accedere a questo linguaggio, là dove i linguaggi “normali” sono tutti appiattiti sul conformismo più ripetitivo. 

  

E ancora “Io mi rifiuto di crederci”. I profeti preannunciano, predicono. Greta dice due cose insieme: i dati sanciscono che il Pianeta ha i giorni contati, che siamo entrati nella fase del non-ritorno, che la catastrofe è vicina. 

E insieme a questo annuncia un’altra tremenda catastrofe: la rottura generazionale. La delusione che gli adolescenti come lei provano verso gli adulti colpevoli di pensare a una crescita infinita, e pertanto consumano l’aria e il suolo; non mettono in atto comportamenti virtuosi. Sono condannati.

 

I giovani come lei sono delusi. Di più: si sentono traditi. Nelle parole di Greta risuonano quelle di una celebre preghiera ebraica che Primo Levi pose come porta d’ingresso al suo libro in cui raccontava l’abominio di Auschwitz: se non vi ricorderete di quello che è accaduto là, “che i vostri nati torcano il viso da voi”. Greta Thunberg fa risuonare le medesime laiche parole cariche di sacralità. 

   

Cosa c’è di più sacro che rispettare la vita delle generazioni future, dei non-nati? “Gli occhi di tutte le generazioni future sono su di voi”, ha detto alla fine della sua invettiva. Una frase d’una estrema protervia e presunzione, le stesse che manifestano i profeti, perché solo chi ha avuto la parola grazie alla chiamata di Dio, come accadde al balbuziente profeta Geremia, può pronunciare parole simili. 

   

Nella storia di Greta Thunberg c’è qualcosa di tutto questo, l’idea d’avere una missione da compiere. Greta ha il complesso di Giovanna d’Arco, ne possiede l’ingenuità, la forza e la decisione. Mentre parlava l’altro ieri a New York si percepiva l’esitazione e nel contempo la forza dei vocati. Ma la ragazza svedese ha anche qualcosa che appartiene a tutti gli adolescenti. Una delle ultime frasi lo dice con evidenza: “Non vi permetteremo di farla franca”. Una frase spavalda, eppure necessaria. I dati che lei ha esposto sono noti da almeno trent’anni. Ignorati da molti, se non da tutti, sono lì davanti a noi. Ci voleva una voce così esitante e dura per ripeterli. Il tono con cui l’ha detta è quello che importa e che resterà impresso nelle nostre orecchie: “Come osate!”.

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