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La passione del razzismo

Abbiamo a lungo pensato che l’idea di un tempo ciclico fosse cosa da “primitivi”, da selvaggi, a cui contrapporre il nostro tempo lineare, una linea retta, che corre in avanti verso un futuro sempre più radioso. Invece no, tristemente sembra che cose già viste e che speravamo dimenticate, ritornino ad affacciarsi. Così la Minneapolis del giugno 2020, sembra la Selma del 1965, ancora violenze della polizia su individui dalla pelle scura, ancora discriminazioni. Possibile che nulla sia cambiato? Sì, è possibile. «È accaduto, potrebbe accadere ancora» aveva scritto Primo Levi e infatti accade. E non si tratta solo di un episodio, del gesto folle di un poliziotto criminale, ma di uno stillicidio di violenze contro gli afroamericani, che si perpetuano da sempre. Una segregazione che la legge non ha cancellato, che passa attraverso gli sguardi, il rifiuto di un lavoro, di un alloggio, nella diffidenza delle forze dell’ordine.

«Gran brutta malattia il razzismo. Più che altro strana: colpisce i bianchi, ma fa fuori i neri» ha detto Albert Einstein. Una malattia che ha radici profonde e antiche, capace di mutare continuamente, di assumere volti diversi e diverse declinazioni, ma sempre letale. Alla base di tutto c’è l’innato atteggiamento etnocentrico che caratterizza ogni gruppo umano. Basti pensare a come la maggior parte degli etnonimi – i nomi che ogni popolazione si attribuisce, esprimono una superiorità intrinseca: inuit significa “gli uomini” così come bantu o apache. In Mesoamerica gli huicholes chiamano se stessi wirrarika, ovvero “persone”, che ha lo stesso significato di ndee, il vero nome di quelli che noi chiamiamo apache. Come a dire che gli altri sono meno uomini o non uomini. Peraltro, proprio gli inuit vengono chiamati eschimesi, “mangiatori di carne cruda”, in senso spregiativo dagli algonchini; tuareg è l’appellativo dato dagli arabi agli uomini del deserto e significa “miscredenti”, mentre loro si definiscono imohag, “uomini liberi”, e la lista degli esempi sarebbe molto lunga

 

Secondo Claude Lévi-Strauss: «L’umanità cessa alle frontiere della tribù, del gruppo linguistico, talvolta perfino del villaggio», anche se attribuisce all’etnocentrismo addirittura un valore positivo, in quanto svolge una funzione di conservazione e di differenziazione, anche se questo rischia di condurre a una incomunicabilità tra culture diverse: «Ogni creazione implica una certa sordità nei confronti di altri valori, la quale può arrivare sino al loro rifiuto, se non alla loro negazione».

Il problema sta nelle pratiche dell’etnocentrismo, che può essere declinato in modi diversi: l’Altro può essere oggetto di scherno, di antipatia, di indifferenza oppure può accadere, come in certe parti d’Africa, che l’etnocentrismo si traduca in una relazione scherzosa di reciproca presa in giro delle due parti, giocata proprio sullo stereotipo dell’altro. La xenofobia ha molti volti, ma non necessariamente questi volti si traducono in violenza. 

 

Come ha scritto Zygmunt Bauman, quasi parafrasando l’incipit di Anna Karenina: «Tutte le società producono stranieri: ma ognuna ne produce un tipo particolare, secondo modalità uniche e irripetibili». Infatti, c’è un altro elemento fondamentale nella costruzione dell’Altro: la sua traducibilità. Nel mondo greco e romano il pregiudizio era soprattutto legato al lignaggio e alla discendenza. Si è detto della distinzione che gli antichi greci facevano nei confronti dei barbari, letteralmente “balbuzienti”, gli stranieri che non conoscevano bene la lingua. Si trattava però di un confine essenzialmente culturale e come tale superabile: un barbaro che avesse imparato bene il greco non veniva più considerato tale e analogamente il figlio di un barbaro, di quelli che adesso chiameremmo di seconda generazione, non si portava dietro il marchio del padre: purché sapesse parlare correttamente era greco a tutti gli effetti.

La divisione era culturale e quindi revocabile. Qualcosa cambia quando invece si iniziano ad attribuire alla natura le differenze umane, che in questo caso diventano allora irrevocabili.

 

Etnocentrismo e xenofobia sono certamente dei punti di partenza, delle fondamenta su cui si può costruire un’idea di razzismo. Neppure l’intolleranza religiosa può essere definita come espressione razzista, perché il bigotto o l’integralista condannano e perseguitano gli altri per ciò che essi credono, non per ciò che intrinsecamente sono. Possiamo parlare di razzismo in senso lato, quando le differenze di carattere culturale vengono considerate innate, un prodotto della natura, indelebili e immutabili.

 

 

I primi sintomi del razzismo, inteso in questo senso, li troviamo nella tristemente nota legge della Limpieza de sangre, applicata nella Spagna del XV-XVI secolo, ma l’idea di “razza” vera e propria nasce con i primi studi classificatori di epoca illuminista. Catalogando, peraltro con risultati quanto mai diversi tra di loro, le presunte razze umane, i primi scienziati gettano le basi su cui poi le politiche di vari Stati erigeranno le discriminazioni su base razziale. Se lo spirito di quegli studiosi era principalmente scientifico (anche se le loro conclusioni erano fortemente viziate dall’etnocentrismo), l’applicazione delle loro classificazioni sarà segnato da una costante volontà di sottomissione, di esclusione se non di eliminazione. Il razzismo, inteso come pratica discriminatoria, ha assunto volti diversi: negli Stati Uniti si è sviluppato un razzismo di sfruttamento, il nero era schiavo, forza lavoro gratuita, mentre nella Germania nazista l’ebreo era una minaccia per la società tedesca e pertanto andava eliminato. Ancora diverso il caso dell’apartheid sudafricano, dove la linea del colore della pelle coincideva con quella della classe sociale: una élite bianca che dominava su un proletariato nero.  

 

Dopo la liberazione di Nelson Mandela nel 1992 ci eravamo illusi in molti che il razzismo fosse finalmente stato relegato nei polverosi scaffali della storia, per essere finalmente archiviato per sempre. La scoperta del DNA (1953) e i successivi studi di genetica ci hanno dimostrato che non è possibile classificare l’umanità su base razziale, ma questo non è bastato a far scomparire il pensiero razzista. La razza è stata messa alla porta dalla scienza, il razzismo no. Non è sufficiente convincere la gente che la razza è un concetto irrilevante e incoerente, perché il razzismo scompaia. Il rapporto tra razza e razzismo, infatti, non è lo stesso che corre tra materia e materialismo o idee e idealismo. In questi casi tendiamo a pensare i primi termini come radici e i secondi come derivati. Nel caso del razzismo il rapporto si inverte: è il razzismo la causa scatenante, che spinge a teorizzare o più semplicemente a concepire la razza. La razza non è la causa del razzismo, ma il suo pretesto, il suo alibi. La razza non è una pura e astratta idea, ma un “concetto iconico”, una parola e una nozione che funzionano come un talismano carico di magia. Al punto di fare scrivere a Jean-Paul Sartre, che l’antisemitismo, come il razzismo in generale è soprattutto una passione, che viene nutrita fino a diventare una concezione del mondo.

 

La razza è tanto una illusione quanto una realtà, che resiste alle demolizioni critiche e ai tentativi di rimpiazzo con concetti come etnicità, nazionalità, civiltà o cultura, perché, come sostiene William J. Mitchell: «la verità è che non c’è nient’altro al mondo o nel linguaggio che possa fare tutto ciò che chiediamo alla razza di fare per noi».

Il nuovo “razzismo”, a cui forse dovremmo dare un nome diverso, passa attraverso il concetto di cultura e del suo derivato, l’identità. Negli ultimi decenni si è posto così fortemente l’accento su un concetto di cultura fin troppo «culturale», fondato su diversità concettuali che non sempre superano in consistenza e valore le affinità o le somiglianze pratiche. Alla concezione biologica della razza, intesa come elemento determinante le differenze culturali si rischia di sostituire un’enfatizzazione radicale delle caratteristiche culturali. Il “razzismo” culturale elabora categorie analoghe, gerarchiche e finalizzate anch’esse alla distinzione e all’esclusione, ma fondate sui tratti culturali. Entrambi finiscono per diventare spinte alla differenziazione che pretendono di spiegare se non addirittura di prevedere le attitudini, le disposizioni e gli atteggiamenti delle persone o dei gruppi.

 

Se proviamo a schematizzare le retoriche politiche espresse dai principali partiti e movimenti identitari, notiamo che il modello è pressoché lo stesso e si fonda su concetti come popolo o etnia, autoctonia, radici, tradizione. Uno schema che potremmo riassumere così: poiché ogni popolo ha diritto alla sua cultura, si dichiara che va difesa e tutelata, e quindi, per evitare il pericolo delle contaminazioni che nascono dal contatto con altre culture, che occorre che ciascuno rimanga a casa sua.

Il termine popolo è stato espropriato al dizionario tradizionale della sinistra per essere declinato in una nuova accezione, che in realtà risulta assai antica. Se per i gruppi e i movimenti di sinistra il popolo rappresentava il ceto più basso della società, quello che avrebbe dovuto conquistare il potere negatogli dalle classi abbienti, per i neo-razzisti il popolo è un’entità formata da autoctoni, legati indissolubilmente alla loro terra. Una terra che ne determinerebbe i caratteri fondamentali: gli individui appartenenti a quel popolo avrebbero determinate attitudini, tradizioni, comportamenti, in altre parole avrebbero una certa cultura, perché nati in quel determinato luogo. 

Naturalizzando l’essenza umana, la cultura, e vincolandola alla terra, il «noi» diventa inevitabilmente un «non-loro». L’ethnos ha sostituito il demos

 

L’autoctonia diventa così una nuova interpretazione della razza, una declinazione basata sulla terra di nascita. Quella terra che attraverso le radici fornisce il sangue a un determinato popolo.  Un’equazione che sa molto di tribalismo e che sta alla base di una narrazione che si fa sempre più forte da parte dei partiti e dei movimenti xenofobo-razzisti, i quali sempre più prepotentemente rivendicano un «noi» fatto da gente nata qui, figlia di gente nata qui, nipote, pronipote, discendente di altra gente, che di qui non si è mai mossa. Si afferma una continuità, che non solo prevede un filo ininterrotto di sangue che lega le generazioni nei secoli, nei millenni, ma nega ogni apporto esterno.

Di qui la fortuna della metafora delle radici. Non a caso nelle retoriche dei molti sovranismi emergenti, radici è uno dei termini più ricorrenti, il che fa supporre che gli esseri umani siano simili agli alberi, il cui legame con il suolo che li ha prodotti è pressoché inscindibile. Una concezione questa, che esprime chiusura nei confronti dell’altro e che contiene i germi della concezione nazista del Blut und Bloden, terra e sangue.

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