L’automa e la macchina

I libri di filosofia non soltanto servono a produrre pensieri, spesso suggeriscono anche un panorama percettivo: alcuni assomigliano a costruzioni cristalliformi, dispongono i concetti in serie, ordinano il paesaggio in modo rigoroso, funzionano come una mappa perché vengono incontro alla capacità di orientamento del lettore. Altri sono meno rigorosi, più impressionistici, si rifiutano di mettere una volta per tutte a fuoco il paesaggio che continua a fluttuare sotto lo sguardo del lettore, come se la prospettiva cambiasse a ogni passo e fare il punto diventasse impossibile. Altri libri ancora sono inclassificabili, non appartengono alle tipologie appena ricordate, perché raggiungono la precisione del concetto per mezzo di folgorazioni e inducono nel lettore una percezione contraddittoria, quella di un paesaggio estremamente mobile che improvvisamente s’incanta, poi ricomincia a fluire e rompe la nettezza dei contorni, poi nuovamente congela… Quest’ultimo è il caso del libro di Federico Leoni – L’automa. Leibniz, Bergson, Mimesis, Milano 2019 – in cui salti e smottamenti concettuali se ne stanno in agguato sotto il velo di una scrittura più che elegante e una coerenza sistematica è ottenuta anche per mezzo di brusche svolte nell’argomentazione. 

 

La parola automa ci fa venire in mente pupazzi settecenteschi che giocano a scacchi o suonano il clavicembalo e di solito diventa il pretesto per considerazioni scientifiche o tutt’al più teologiche, ma per Leoni l’automa è anzitutto un personaggio filosofico, il rappresentante di una vita piena di sfumature, di volta in volta fluente e rigida, naturale e impacciata, pratica e speculativa. Il personaggio filosofico dell’automa viene preso in considerazione nel momento della nascita (Aristotele), accompagnato nelle peripezie principali (Leibniz, Bergson, Deleuze) e indagato nelle forme eterogenee, spesso irriconoscibili, che è capace di assumere (calcolo differenziale, massa protoplasmatica, nodo di immagini-movimento). Il personaggio filosofico – diceva Deleuze – è una specie di mimo capace di controeffettuare l’evento, di riprendere cioè quel tanto di virtualità o pura possibilità che ancora si dà a riconoscere dentro gli stati di cose, di evocare gli spettri che infestano gli edifici dell’abitudine.

 

 

Ma l’automa di Leoni non si limita a percorrere la via in alto, dai corpi agli eventi, si muove anche verso il basso, dagli eventi ai corpi. La nozione di automa è flessibile, contamina i termini delle dicotomie metafisiche alle quali siamo più affezionati. Uno/molteplice, soggetto/predicato, continuità/discontinuità, inorganico/organico, sogno/realtà, intensione/estensione, istinto/intelligenza: l’automa è il passeur segreto di queste polarità, è – avrebbe detto Baudrillard – la s-terminazione di ogni opposizione tra termini, è il concatenamento, il luogo di passaggio dove i prodotti di una dialettica isterilita riprendono vita, tornano a incontrarsi, si intrecciano. Per esempio: che cosa accade quando una vespa punge un bruco e lo divora? C’è un pezzo di realtà che ne incontra un altro, c’è il tessersi di una relazione a partire da una preliminare estraneità reciproca? Questa descrizione apparentemente sensata si scontra con alcuni dati di fatto: ciò che ci sorprende è la sicurezza con cui l’addome della vespa prende di mira i centri nervosi del bruco pungendolo e paralizzandolo perché diventi una riserva di cibo che non va in decomposizione, come se la vespa disponesse di una conoscenza anatomica dettagliata della vittima e dei processi fisiologici. In realtà non è in gioco nessun “sapere” o “conoscenza” ma l’intimità che un insetto, la vespa, ha con un aspetto del suo ambiente, in questo caso un altro insetto, il bruco.

 

L’aggressione è una piega di questa intimità preliminare, è una tappa del farsi-bruco della vespa e del farsi-vespa del bruco, un reciproco prodursi e rimodellarsi, un risucchio dell’uno nell’altro che pone l’uno e l’altro, un divenire, un processo che viene vissuto attivamente dalla vespa e passivamente dal bruco, un evento che «non è mai né vespa né bruco, […] un tratto grigio tra i due che non ci sono». Questo grigio è la prima figura dell’automa, il grigio su grigio che Cézanne diceva essere la matrice di ogni pittura, una specie di intensità cromatica zero dalla quale è come se gli altri colori saltassero fuori per differenziarsi. Non ci sono da una parte la vespa e dall’altra il bruco: la violenza della vespa sta “inventando” il bruco, non meno di quanto la remissione del bruco sta “inventando” la vespa. Allo stesso modo in cui lo sguardo della monade, che secondo Leibniz prende di mira la città, e la città non sono due cose distinte, perché la città è l’appendice di quello sguardo, «la sua periferia via via più lontana. Città è il nome che diamo allo sguardo che s’inoltra in se stesso» e sguardo è il nome che diamo alla città che si esibisce davanti a sé. C’è un automatismo della divorazione in virtù del quale la vespa è il bruco e il bruco è la vespa. C’è un automatismo dello sguardo in cui la prospettiva è la città e la città è la prospettiva. 

 

Movimento senza potenza e senza atto, così Leoni definisce l’automa: non il movimento che sarebbe la proprietà di un soggetto (il mobile), ma l’intersecarsi di quelle immagini-movimento prive di qualsiasi supporto che Bergson mette all’inizio del mondo. Come il flusso delle immagini-movimento si ramifica in innumerevoli serie di percezioni, azioni e affetti – il centro di indeterminazione che è il nostro corpo seleziona e preleva dai movimenti che lo investono soltanto ciò che gli serve, producendo la prima forma di discontinuità dentro la continuità del mondo –, così l’automa grigio e impersonale è anche la radice delle segmentazioni e delle distanze di cui è fatta la realtà. L’automa diventa macchina, la motilità assoluta dell’origine si scompone in mobile + movimento (infatti, «se l’automa si muove da sé, la macchina si limita a essere mossa»). La complessità della relazione che l’automa è, viene dispiegata, analizzata, scandita. L’automa non designa soltanto la complicità intensiva dei disparati ma anche la «soglia virtuale […] dell’estensione», l’articolazione dei segmenti separati, il «ritmo virtuale, cioè inorganico, dell’organismo». L’automa è la massa inorganica e la sua organizzazione. L’organizzazione rimane un effetto interno al funzionamento dell’automa, non è qualche cosa che gli capita per avventura o da fuori: l’automa è capace di duplicare se stesso, allargare, tradurre e dispiegare davanti allo sguardo la sua inafferrabile complicazione. La forma immediata in cui si dà a riconoscere lo svolgimento estensivo dell’intensità automatica è l’azione resa cosciente e per ciò stesso esitante.

 

Il personaggio filosofico dell’automa oscilla tra la tenebrosa spontaneità della propria natura e la «sospensione […] in una macchina perfettamente inerziale», fatta di luce e zoppicante consapevolezza. L’incoscienza dell’automa, la coscienza della macchina: queste forme dell’essere non smettono di intersecarsi, scambiarsi di posto, rispecchiarsi l’una nell’altra, «l’irrompere dell’inconscio non è altro che l’irrompere, nell’insieme trasparente di quelle partes extra partes che sono le immagini della vita cosciente, dell’insieme non insiemistico di quelle partes intra partes che sono gli infiniti eventi cosmologici che in essa brulicano oscuramente». L’automa è la trasparenza che si opacizza, l’opacità che si fa trasparente. È una incarnazione del pensatore apollineo che si mette in riva al mare per lasciarsi invadere dalle piccole percezioni che sono le Idee di Dioniso.

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