Le lezioni della Grecia per la sinistra

Il 5 luglio del 1945 gli elettori del Regno Unito tornarono alle urne dopo un conflitto sanguinoso, quasi perso e poi vinto a costo di enormi sacrifici. Il partito conservatore era guidato da Winston Churchill, molto popolare e destinato a entrare nel pantheon degli eroi della nazione. Eppure contro ogni previsione i laburisti guidati da Clement Attlee vinsero nettamente le elezioni, aggiudicandosi il 61% dei seggi. Pare che in privato, di fronte al suo medico che lamentava l’ingratitudine dei cittadini britannici, Churchill avesse risposto: “Non userei questo termine. Sono stati anni durissimi per loro.”

 

La lezione di Churchill è sempre attuale. Alexis Tsipras non ha sconfitto Hitler e il paragone con le recenti elezioni in Grecia può sembrare irrispettoso, ma la storia può aiutarci a spiegare la disfatta di Syriza e il ritorno al governo dei partiti di centro-destra. Gli esempi di “sacrificio politico” – partiti che dopo avere guidato operazioni di salvezza nazionale sono stati liquidati dagli elettori – sono numerosi.  Pensiamo a Gerhard Schroeder, impallinato nel 2005 in Germania dopo avere realizzato una vasta e (col senno di poi) efficace riforma del mercato del welfare. O la sinistra italiana che, dopo essersi presa carico del governo Monti, non riuscì a ottenere la maggioranza nel 2013. Ma anche la carriera di Margaret Thatcher sarebbe stata molto diversa se nel 1982, dopo tre anni di riforme da lacrime e sangue, non fosse stata salvata dalla guerra delle Falkland.

 

Gli elettori spesso rispondono ai periodi di difficoltà con una richiesta di cambiamento. Come se, insieme ai leader politici, volessero gettarsi alle spalle il ricordo delle sofferenze che hanno dovuto patire. I sacrifici economici e le riforme radicali, anche quando sono necessarie, non pagano dal punto di vista elettorale.

 

Ovviamente si possono dare altre spiegazioni. Secondo i suoi critici di sinistra, Tsipras ha perso per non aver fatto ciò che aveva promesso ai greci, tradendo il referendum del 2015. Gli elettori lo avrebbero punito per essersi piegato alle politiche di destra imposte dalla Trojka dei creditori (UE, Banca Centrale Europea, e Fondo Monetario Internazionale). La sinistra secondo questa lettura perde quando non fa la sinistra.

 

Il problema di questa tesi è che si fonda su un presupposto poco chiaro. Quale sarebbe la differenza fra una politica “di destra” e una “di sinistra”, in una situazione come la crisi greca? Che cosa avrebbe dovuto fare Tsipras per difendere gli interessi dei suoi elettori? Il caso greco esemplifica un dilemma ormai ricorrente per la sinistra riformista, quando i suoi avversari politici decidono di scassare i conti pubblici. Tranne forse nei paesi del nord Europa, dove i conservatori considerano l’equilibrio di bilancio un valore importante, questi episodi si ripetono con frequenza un po’ dappertutto. Nell’Europa mediterranea, come sanno bene gli italiani, spesa pubblica e fisco allegro fanno parte da sempre del repertorio del centro-destra. Ma anche in America alcune fra le più grandi operazioni di risanamento del bilancio (quella di Bill Clinton negli anni Novanta, per esempio) sono state a carico della sinistra dopo anni di tagli fiscali e spesa fuori controllo (vedi Ronald Reagan).

 

Il dilemma nasce dal fatto che durante una crisi dei conti pubblici le misure che di fatto proteggono i cittadini più deboli dal disastro sono antitetiche alle politiche considerate di sinistra in tempi normali. Quando la sinistra credeva nella rivoluzione, la politica del “tanto peggio tanto meglio” poteva avere un senso, ma oggi non è una strategia plausibile. Normalmente ci si aspetta che i partiti di sinistra estendano l’assistenza pubblica e la ridistribuzione fiscale. Ma durante una crisi finanziaria quali politiche sono in grado di garantire la difesa del welfare state e la riduzione o almeno il contenimento delle disuguaglianze? E soprattutto, quali politiche sono in grado di soddisfare gli elettori e quindi garantire la rielezione di un governo di sinistra?

 

 

Le proposte scarseggiano: i modelli venezuelani — nazionalizzazione massiccia e ridistribuzione al popolo delle risorse espropriate — si sono rivelati fallimentari. La decrescita felice è una ricetta suicida: in un paese che non cresce, ogni intervento di ridistribuzione diventa un gioco a somma zero, nel quale se io vinco tu perdi, generando tensioni sociali insostenibili. Restano le classiche politiche keynesiane di deficit spending: quando l’economia va in stallo, si può cercare di farla ripartire usando gli investimenti pubblici come stimolo al posto di quelli privati. 

 

Perché non si fa dunque? C’è chi sostiene che il deficit spending venga escluso per ragioni ideologiche, perché i politici e gli economisti sarebbero vittime del “pensiero unico neoliberista”. Ma uno sguardo alla storia recente mostra che si tratta di un argomento falso: dove esso è sostenibile, il deficit spending è stato giustamente utilizzato come misura anti-ciclica. Lo hanno fatto la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e la Germania dopo la crisi del 2008, per esempio. Il problema è che uno Stato può indebitarsi solo se i conti pubblici non sono in pericolo. Quando i tassi di interesse sono fuori controllo, invece, come in Grecia o in Italia nel 2011-12, restano soltanto due opzioni: il deficit spending con i soldi altrui (ottima soluzione… se riuscite a convincere gli altri!), oppure i tagli alla spesa pubblica.

 

In Grecia l’ingrato compito di tagliare le pensioni, i servizi, e talvolta perfino gli stipendi dei dipendenti pubblici è toccato alla sinistra. Farsi rieleggere in condizioni del genere pare davvero proibitivo. Lasciare governare gli altri — “adesso tocca a loro e pop-corn per tutti!”, nell’infelice espressione di Renzi — può servire a riorganizzarsi e a ricaricare le batterie. Anche Churchill tornò al governo, dopo tutto. Ma nel lungo periodo è una strategia pericolosa. L’armamentario della destra, quando si trova in difficoltà, include da sempre la demonizzazione delle minoranze e dei diversi, l’isolazionismo, la strategia della tensione. Sono tattiche che contribuiscono nel migliore dei casi a incattivire il dibattito pubblico e nel peggiore possono minare le basi della democrazia.

 

Nel nostro caso, sembra improbabile che i partiti al governo consegneranno ai loro successori un Paese in migliore salute dal punto di vista economico. Ma la retorica dei conti a posto non scalda gli animi e non fa vincere le elezioni. Se la sinistra vorrà provare a guidare l’Italia fuori da una crisi economica ormai decennale, dovrà cambiare passo. Probabilmente sarà necessario trasformare le alleanze fra i gruppi sociali che tradizionalmente votano a sinistra — una volta gli operai e i contadini, poi i dipendenti del settore pubblico e la borghesia cittadina colta. Sarà necessario trovare nuovi obiettivi che attraversano queste categorie socio-politiche appellandosi a valori comuni. Il più ovvio a mio parere è il valore del futuro: i grandi perdenti degli ultimi vent’anni sono i giovani, che hanno visto crollare le proprie aspettative di benessere e accentuare il gap con le generazioni precedenti. Ma soprattutto essi sono sistematicamente ignorati o raggirati dai partiti che continuano a praticare la politica della spesa pazza.

 

I giovani non sono patrimonio della destra o della sinistra. Tutti vogliono un futuro migliore per i propri figli. Fra i grandi partiti italiani soltanto il Movimento Cinque Stelle era nato con un’impronta giovanilista, ma alla prova del governo sta dimostrando tutta la sua inadeguatezza. Provvedimenti come “Quota 100” sono palesemente contrari agli interessi dei giovani. In generale il deficit spending senza tagli operato da questo governo sta rinviando al futuro (ovvero sta scaricando sui giovani) i costi dell’assistenza sociale odierna. Alcuni politici forse cominciano a capire che la frattura generazionale può spalancare ampie praterie per un nuovo movimento riformista. Quando il sindaco di Milano Beppe Sala dice ai giovani “guardate che questi vi stanno fottendo”, sta indicando in modo un po’ rude ma efficace la direzione giusta. Un “Partito dei Giovani” ancora non esiste, e non dovrebbe essere guidato da un sessantenne. Ma in attesa che i giovani stessi si organizzino intorno ai loro enormi interessi collettivi, è salutare che qualcuno provi a mobilitare questa parte dell’elettorato su temi concreti e non demagogici. Dopo tutto, fino a non molto tempo fa la sinistra si vantava di guardare al sol dell’avvenire. La nostalgia per il passato non fa parte del suo Dna, e può tranquillamente essere lasciata a qualcun altro.

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