Le tetradi perdute di Marshall McLuhan

Appunto per un prossimo viaggio a Toronto: andare alla Roberts Library dell’Università, dirigersi verso la sezione Thomas Fisher e cercare il settore Rare Books and Collections. Sembra che lì dentro sia conservato un appunto di Marshall McLuhan sul cavallo a bastone, il famoso manico di scopa usato dai bambini a mo’ di cavallino che tanto piaceva a Ernst Gombrich. Chissà che non si riesca trovare interessanti connessioni, e relativi cortocircuiti, fra il grande studioso dei media (quello della Galassia Gutenberg e di Understanding Media) e il grande studioso di storia dell’arte e delle immagini (quello di Arte e illusione, Immagini simboliche e Il senso dell’ordine). Si tratterebbe di un dialogo comunque intrigante, di una bella sinapsi in più nella rimpianta cultura del Novecento. Il geniaccio canadese, cattolicissimo e irriverente, che studia le invenzioni umane come protesi del corpo, da un lato. Il compassato connoisseur austriaco, emigrato al Warburg Institute di Londra e divenuto sir studiando il nesso fra norme e forme, dall’altro. 

 

Il brogliaccio in questione avrebbe dovuto far parte dell’ultimo progetto di ricerca di McLuhan, lasciato in eredità al figlio Eric: riscrivere totalmente il suo libro più celebre, appunto Understanding Media (che chissà perché in italiano continua a essere intitolato Gli strumenti del comunicare), sotto forma di una serie di tetradi. Progetto che adesso viene pubblicato, quasi in contemporanea con l’edizione americana, dal Saggiatore col titolo Le tetradi perdute di Marshall McLuhan (pp. 283, € 23). Che un appunto si perda in un lavoro dedicato a qualcosa che viene perduta non colpisce più di tanto.

Di che cosa si tratta? L’idea è semplice. Ogni medium, anzi più in generale ogni invenzione umana, è soggetta a quattro leggi concomitanti, o meglio a quattro movimenti opposti e complementari: l’entrata in scena di un nuovo medium rende obsoleto quello che lo precedeva ma al tempo stesso recupera qualcosa che c’era ancor prima di esso; inoltre questo medium amplifica alcune potenzialità umane e si ribalta in qualcos’altro. Obsolescenza, Recupero, Amplificazione, Ribaltamento. Niente di più semplice e condivisibile. Il libro non è altro che una serie di applicazioni di quest’intuizione profonda a oggetti e fenomeni di tutti i tipi. Con una serie di intuizioni e di suggestioni di grande utilità: basta non prenderlo alla lettera, e acconsentire bonariamente alla sua disordinata creatività. 

 

 

Così la Tv via cavo rende obsoleta la televisione via etere o l’antenna tv, e al contempo amplifica la qualità e diversità del segnale. Così facendo recupera i primi modelli di trasmissione e può ribaltarsi nella ripresa in diretta. Analogamente gli occhiali amplificano le dimensioni della stampa, rendono obsoleta la necessità di ingrandire il corpo del carattere tipografico, recuperano i dieci decimi, si ribaltano nel microscopio o nel telescopio. Oppure, la parola scritta amplifica l’ego autoriale, rende obsoleto lo slang, recupera l’idea di élite, si ribalta nella lettura di massa. Oppure ancora la macchina fotografica rende obsoleta la privacy, amplifica l’aggressione, recupera il passato personificandolo, si ribalta nel domino pubblico. Allo stesso modo l’orologio amplifica il lavoro, rende obsoleto l’ozio, recupera la storia come forma d’arte regolata, si ribalta in un eterno presente. E la cerniera lampo velocizza la chiusura, rende obsoleti i bottoni, recupera gli abiti lunghi e fluenti, si ribalta nel velcro. A sua volta la bicicletta amplifica la locomozione, rende obsoleto il camminare, recupera l’equilibrio, si capovolge nell’aeroplano.

Fin qui siamo ai media/protesi classici, e alla celebre capacità di McLuhan di collegare le tecnologie dei mezzi di comunicazione all’esperienza individuale e sociale di chi le adopera, e dunque a tutta la cultura entro cui emergono e progressivamente invecchiano.

 

Inevitabile che questa tendenza alla socializzazione del medium si allarghi sempre di più, suscitando non poche perplessità (effetto voluto dai due autori). Non si capisce bene per esempio per quale motivo l’ascensore amplifichi la profondità, renda obsolete le scale a gradini, recuperi i tesori nascosti, si ribalti nell’edificio multipiano. Non dovrebbe essere al contrario? Oppure la casa, chissà perché, amplifica il vestiario come spazio racchiuso, rende obsoleto il clima, recupera gli indumenti come forma d’arte, si ribalta in una macchina per abitare. Ma non era da subito un meccanismo abitativo? Ecco ancora lo specchietto retrovisore: amplifica il passato (?), rende obsoleto il presente (??), recupera il futuro come percetto (???), si ribalta in una consapevolezza simultanea (????). Spazio e tempo si confondono.

Ma la stessa cosa, secondo McLuhan padre e figlio, vale per il repubblicanesimo (rafforza la figura del presidente, rende obsoleto l’ereditario e il carismatico, recupera la democrazia tribale, si ribalta in monarchia quanto si instaura uno stato di polizia e il sistema collassa) o per la guerra (intensifica le passioni, rende obsoleto lo svago e i lussi, recupera il cameratismo, si ribalta nella ricerca delle scienze sociali ma anche nel doppiogiochismo), oppure ancora la città (intensifica la centralizzazione, rende obsoleta la campagna, recupera l’andirivieni, si ribalta nel sobborgo). Bella poi la voce “omosessualità”: amplifica l’unicità, rende obsoleta la complementarietà dei sessi, recupera il narcisismo, si ribalta nell’unisex. 

 

I McLuhan, a un certo punto, sostengono che le quattro leggi dei media possono avere “un’armonia implicita”, poiché rette da una proporzionalità di tipo analogico: Amplificazione sta a Obsolescenza come Recupero sta a Ribaltamento: ma anche Amplificazione sta a Ribaltamento come Recupero sta a Obsolescenza. Tutte le combinazioni sembrano essere possibili. Sembrano quadrati semiotici impazziti, semi-simbolismi che hanno surrettiziamente assunto chissà quale allucinogeno pesante. Non è un caso che l’illuminista Umberto Eco si innervosiva parecchio nel leggere i testi apparentemente senza capo né coda di McLuhan, e parlava del suo lavoro come di un cogito interruptus (il saggio in questione ora si trova nella raccolta dei suoi scritti Sulla televisione pubblicata dalla Nave di Teseo). Eco non tollerava, più che i contenuti del pensiero di McLuhan, lo stile di questo pensiero, il modo in cui i concetti sono messi in testo, la loro dispositio retorica. 

 

Ma questo libro, provocando il lettore all’ennesima potenza, eppure anche stimolando in lui improvvisi attacchi di riso o di commozione, potremmo dire che amplifica il nesso mezzo-messaggio, recupera l’intuizione intellettuale, rende obsoleta l’argomentazione razionale, si ribalta in una logica universale. Nel libro ci si pone spesso il problema del libro stesso come mezzo di comunicazione, della forma che assumono le idee espresse al suo interno. Leggiamo per esempio: “Una tetrade non è un saggio in prosa, ma una poesia di quattro versi. Possiamo immaginarci una tetrade come una sorta di stanza. E in effetti le varie leggi, prese a coppie, seguono qualcosa di simile a uno schema metrico”. Come dire che la testualizzazione segue logiche che la logica non conosce, come il cuore e la ragione di Pascal. A un certo punto Eric, facendo un po’ di filologia, ricorda che tutti i refusi, le sviste, gli errori riscontrati nel passaggio dal dattiloscritto al libro sono rimasti intatti. In qualche modo fanno parte del processo di ideazione, delle procedure di ricerca. La concettualizzazione non può fare a meno di una certa dose di delirio, e l’invenzione teorica segue le stesse leggi che cerca di spiegare.

Del resto, che cosa faceva il bambino di Gombrich cavalcando un manico di scopa? Imitava il cavallino a dondolo? o addirittura il cavallo reale? Dipende da cosa si intende per imitazione: il fanciullo non imitava la forma esteriore dell’animale, che nulla ha a che vedere col bastone, ma la sua funzione, quella dell’essere cavalcabile. La mimesi è creatività: la cosa doveva aver convinto quel bambinone di McLuhan, che vedeva negli oggetti del mondo l’imitazione di chissà quant’altro. A fronte della sua estrema simpatia, gli si perdona ogni vaneggiamento. Fa parte del gioco.

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