Lettera a Lisetta Carmi

Cara Lisetta,

ci siamo conosciuti nel 1974, quando sono venuto a Genova insieme a Luigi Nono e Marino Zuccheri per registrare dentro l’Italsider i suoni e le voci del cammino dell’acciaio dall’altoforno al tondino, voci, suoni e rumori che poi sarebbero entrati ne La fabbrica illuminata. Quell’anno, in un campo sulla riva del Tevere dove Quartucci aveva il suo anfiteatro di legno e tu documentavi Aspettando Godot mi hai fatto una foto i cui si vede un masso che mi sta cascando in capo. Il filo di ferro che lo regge a un pagliaio non si vede. Come Eschilo, – ho detto – che un’aquila gli ha mollato un pietrone vedendo luccicare al sole la sua zucca pelata, e l’ha fatto secco.  

  

Non mi avevi parlato delle foto in Sardegna, dalla famiglia Piras, là a Orgosolo. Orgosolo che ci era diventato mitico non solo per i sequestri, ma perché era un luogo di lotte e fatica, e c’era il murale di Gramsci, e c’era stato quel film potente di Vittorio de Seta, Banditi a Orgosolo, nel 1961. Lo sai che de Seta pian piano è diventato cieco – e si era ritirato nel paese di sua madre, Sellia Marina, in Calabria, ogni due o tre mesi lo chiamavo e lui era un po’ scoraggiato – ma sempre con la sua grazia di principe.

No, non mi avevi parlato delle foto in Sardegna che qui finalmente vediamo – che potenza, e che verità! E ora, mentre le guardo, di colpo mi viene in mente una storia che non ti ho mai raccontato – e che riguarda Orgosolo e quelle persone che tu hai fotografato nel 62 e dopo.

Ascolta. 

 

Lisetta Carmi, Genova Porto, 1964.


Nel 62 insegnavo italiano storia e geografia alla scuola media del Convitto Rinascita, a Milano – era la scuola dei partigiani dell’ANPI e si manteneva coi proventi di una falegnameria cooperativa annessa. Facevamo il tempo pieno, cosa rara allora. Il Rinascita era Convitto e aveva solo tre classi, con diversi figli di partigiani, alcuni ospitati nell’edificio centrale. Era stato fondato durante la repubblica partigiana dell’Ossola, e i partigiani scesi in città avevano aperto il Convitto per far studiare chi era stato alla macchia. All’inizio c’era anche il liceo, poi tutto si era ridotto. Ci avevano insegnato Franco Fortini, Cesare Musatti, Giuseppe Raimondi lo psicologo – che poi andò in cattedra a Padova – e tanti altri.

 

Un giorno del 62, poco dopo l’inizio della scuola, arriva l’amministratore, un ex partigiano milanese, mi prende in disparte e mi dice: Dobbiamo inserire in classe un ragazzo particolare, che va tenuto protetto. È il fratello della fidanzata di Mesina. 

Va bene, – ho detto. E non ho fatto domande.

Graziano Mesina, Grazianeddu, in quei mesi era su tutti i giornali e telegiornali per fughe dalle carceri, sparatorie, e ultimamente un morto. Era accusato per cose che in gran parte non aveva commesso, brutta gente aveva cercato di incastrare lui e i suoi fratelli – ma ormai era un bandito. 

 

Lisetta Carmi, Irgoli in Baronia, Onifai, 1964.


Comunque sia l’amministratore e compagno dice: Il Partito ci raccomanda di tenere qui il ragazzo in assoluto incognito.

Era comunista la famiglia del ragazzo? Mesina era del Partito? Non ricordo – non ho chiesto chi avesse la tessera e chi no (io non l’avevo, come sai). Il ragazzo stava sempre in silenzio, correttissimo – è stato con noi un paio di mesi, poi è andato via. Dove? 

Mesina intanto continuava a scappare, non c’era carcere che lo tenesse, e proprio nel 62 stava latitante da tre mesi nel Sopramonte – proprio là dove tu hai fatto le foto. Alla fine di Ottobre il fratello Giovanni viene ucciso ed il suo corpo viene per sfregio e spregio messo accanto a quello di tale Salvatore Muttu, anche lui assassinato. Graziano vuol vendicare il fratello e cosa fa? La notte del 13 novembre entra in un bar e spara col mitra ad Andrea Muscau – secondo lui responsabile della morte del fratello – e non lo era. Lo prendono stavolta, Graziano Mesina, e gli danno 24 anni per omicidio. 

E scappa? Certo che scappa. 

Ma non è per Mesina che ti voglio fare il racconto. Ascolta.

 

Lisetta Carmi, Genova Porto, 1964.


Passano gli anni e nel 1982 vado in Sardegna a trovare un amico scultore, Pino Spagnulo, che si è comprato un pezzo di terra nell’interno, verso Castelsardo, e si danna a strappare rovi e canne da vento – e a piantare ulivi. Mi accampo lì con la tenda, insieme a Cristina mio amore – e dopo un po’ di giorni ci mettiamo ad andare in giro, in cerca di Tombe di giganti. Andavamo per monti – la civiltà dei Sardi non è mica di tipi da spiaggia. Cristina, andiamo a Orgosolo? C’era ancora l’alone di Orgosolo dei banditi, di Orgosolo selvaggia. 

 

E andiamo a Orgosolo. Dormiamo nell’unico alberghetto che c’è – reti pessime, cibo sano, di casa – murali dappertutto, e bar e bar. Ogni emigrante che torna apre un bar. Si vedono nelle tue foto, siamo sempre in quelle immagini, anche se già si sta costruendo il mondo di smeraldo. 

Che dici, andiamo nel Sopramonte dei sequestri e dei banditi? 

Andiamo.

Ci indicano la via per il Sopramonte e si parte. 

 

Va e va – arriviamo sulla strada bianca, ecco le rocce, ecco il fiume, ecco i boschi – ogni tanto qualcuno sta lì appoggiato a una pietra, a un tronco, e ci guarda passare – saliamo le rocce e sulla vetta ci sono le guardie forestali col fucile, il binocolo e il “filo di ferro”, la micidiale acquavite sarda, bisogna bere – e va e va: passiamo un torrente con poca acqua (avevo allora la F4 Renault fourgonnette – era il mio Teatro Vagante) – e dopo, sulla destra, vedo una stradina e un ovile.

Andiamo a vedere?

Andiamo a vedere.

Chiudiamo – tac! – la portiera della macchina, ed ecco arrivare al galoppo un gruppetto di maiali color quasi viola – terrorizzata Cristina, che aveva sentito dire di persone mangiate dai maiali, si rifugia sul tetto della fourgonnette – ma subito ecco apparire un signore, che dice:

 

Lisetta Carmi, Orgosolo, uscita dalla chiesa , 1964.


Benvenuti, vi avevamo visti da lontano e vi seguivamo. Niente paura, i maiali sono accorsi al sentire lo schiocco della portiera, che è il segnale del mangiare.

Ci porta nell’ovile, fra recipienti d’alluminio e mastelli colmi di latte, formaggi, ricotte, burro, ci offrono da bere, e da assaggiare, l’odore era forte, di latte, alcol, letame. Parliamo del Sopramonte e della Foresta Vergine, l’unica rimasta in Europa, che si estende oltre là – e di quei buchi profondi (ce li fa vedere), cavità dove se butti un sasso non lo senti arrivare in fondo. 

 

Dormite qui stanotte?

Io ci dormirei – ma Cristina mi guarda terrorizzata. C’erano pecore, c’era letame – quelle cose che si vedono nelle tue foto – fa segno di no, neanche per sogno. E allora no. L’antropologia va a farsi benedire. Addio canto notturno degli antichi pastori.

Si sta ancora a parlare – sta calando la sera e bisognerà tornare al paese. 

Ma prima di andar via racconto – mi viene in mente – la storia del ragazzo al Rinascita e di Mesina.

Vede, – dice il pastore – noi siamo il clan antagonista, siamo i Muscau.

 

Cara Lisetta, queste tue foto, che mostrano l’epoca dei sequestri e delle rivoluzioni e lasciano intravedere l’epoca dei turisti (Mesina negli ultimi anni era diventato guida turistica e aveva aperto un’agenzia, accompagnava i visitatori per il Sopramonte, poi si è ridato alla macchia) – mi hanno fatto ricordare quegli anni duri e colmi di speranze – pieni di morti, cupezze e avventure, non migliori né peggiori di questi – e quel meraviglioso lavoro che abbiamo fatto insieme, Genova Porto, quando ho scritto i testi per le tue foto insieme ai camalli – gli scaricatori – venuti a trovarmi a Milano – e poi io loro ospite a Genova, insieme con te.

 

Che doni, Lisetta curiosa, bianca signora del tempo protetta dal suo guru Babagj. 

Namasté.

 

Tuo Giuliano  

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