Il soggetto moderno vive la condizione di essere costantemente al limite, al di là del limite, nel limite, e proprio per questo in grado di sostenere il limite, di tenerlo fermo come limite tra la scena e il mondo. Ciò determina anche la lacerazione esistenziale tra il pensiero del limite, il desiderio di oltrepassarlo, e la coscienza della nostra limitatezza: da qui nasce un tipo di inquietudine che non è né dell'uomo né del mondo ma della loro presenza comune: se lo spirito desidera superare il limite, il mondo delude. Oggi poi, come scrive Remo Bodei nel suo Limite (Bologna 2016), «è diventato urgente ripensare l’idea di limite, di cui si è in parte persa la piena consapevolezza – normale in altri tempi –, in modo da essere meglio in grado di definire l’estensione della nostra libertà e di calibrare la gittata dei nostri desideri».

Il percorso che presento va da una concezione del limite come pienezza, propria dell'antichità classica, alla opposta concezione del limite come mancanza che ha prodotto l'attuale epoca dell'illimitatezza esasperata; e ritorno, per dir così. La posizione cui aderisco e che enuncerò verso la fine presuppone infatti una ripresa contemporanea dell'antica concezione ellenica e del pensiero del limite: ma non per tornare indietro o ripiegare su posizioni anacronistiche, bensì per andare avanti. Per questo ho parlato di ripresa e non di ritorno. Ripresa come nel contesto musicale, laddove questo termine indica sì un ritorno a temi iniziali che avviene in un punto successivo della composizione, non però identico al tema stesso bensì lì posto a richiamare l'inizio e a dare insieme slancio e impulso allo sviluppo successivo.

 

Limite come pienezza

 

Se oggi dunque avvertiamo il concetto di limite in maniera prevalentemente negativa, intendendolo come costrizione, impedimento, soffocamento, in realtà tale concetto ebbe nel passato, soprattutto nel pensiero greco classico, una connotazione marcatamente positiva. La «limitatezza» non alludeva per gli antichi greci a una imperfezione o a una privazione quanto a una condizione di pienezza, a un fattore di legge, ordine e perfezione. Sul piano etico o morale, il «peccato», il vizio, il male, stanno per il pensiero greco classico nell'eccesso; il bene, nella moderazione e nella misura. La devianza più grave per l'orizzonte etico degli antichi era la hýbris, da intendere come dismisura, eccesso che travalica i limiti del comportamento decente. La punizione della hýbris è la Némesis, che impone al deviante di rientrare nei limiti che esso ha superato. Si noti l'affinità etimologica del termine greco hýbris col latino super, da cui superbia, la posizione di chi si colloca sopra gli altri. Per il pensiero greco la vita virtuosa non era concepita in termini di lotta o battaglia, come lo era invece, e lo è, la vita morale per il pensiero giudaico e cristiano. L'esercizio della virtù era una questione di ragione, intelletto e saggezza e si poneva quindi su un livello di conoscenza, non di volontà.

 

Sul piano teoretico, cioè della conoscenza, per la classicità greca la «limitatezza» ha un'azione circoscrivente che denota positiva pienezza ontologica. L'universo greco è infinito, non creato nel tempo e nello spazio, è dato tutto insieme e da sempre. Non ha nascita né fine. È intero e indivisibile, omogeneo, immobile. Come si esprime il pensatore presocratico Parmenide, «la dominatrice Necessità tiene il mondo nelle strettoie del limite che tutto intorno lo cinge» (Diels-Kranz, fr. 8, Parmenide, 30 sgg, pp. 237-238). 

 

Limite come mancanza

 

E pensiamo a quanto è mutata questa visione del limite nell'incontro col pensiero giudaico-cristiano, nel quale l'universo non è sempre dato tutto ab aeterno bensì è creato, nel tempo, da un creatore perfetto. Le posizioni dunque si invertono: qui l'onnipotente, onnisciente, increato, necessario, perfetto, non può che aggiungere ai suoi attributi quello di infinito. Così l'uomo creato, contingente e imperfetto non potrà che essere finito, e pertanto limitato. Nel pensiero cristiano il limite diventa segno di dipendenza, imperfezione e mancanza. Per Tommaso d'Aquino il Dio creatore, essendo perfetto non può che essere eterno e infinito, e allora quello che è altro da lui in quanto creato non può essere che imperfetto e pertanto finito, limitato: ciò la cui possibilità d'essere incontra restrizioni. Nella metafisica cristiana il limite diventa segno di dipendenza, di imperfezione qualitativa e quantitativa, di mancanza e di degradazione. Insomma l'infinito e illimitato è divino, il finito e limitato umano: il limite è privativo e negativo, mentre l'illimitatezza divina rappresenta la perfezione. Con il filosofo prussiano Kant il limite (Grenze) è ciò che segnala l'ignoranza della ragione, l'impossibilità di afferrare la totalità della quale però avvertiamo, secondo Kant, la presenza e verso la quale disperatamente tendiamo, disperatamente avvertendo di non poterla raggiungere,

 

L'epoca dell'illimitatezza esasperata

 

Gettiamo ora un'occhiata sulla nostra attuale condizione prima di provare a effettuare la reprise cui avevo accennato. Quella in cui oggi viviamo è da tempo ormai una cultura che ha interiorizzato l'idea del limite come dipendenza, inferiorità e mancanza, come «limite», appunto, nell'accezione moderna. Il soggetto moderno vive in un'epoca di illimitatezza esasperata in cui le nuove tecnologie e i nuovi media hanno compresso il tempo e vanificato lo spazio fino a condurre al rifiuto dell'idea della fine, del confine e del limite, e con essa dell'idea della morte: per molti la necessità è superata, i vincoli e i limiti non esistono o sono superabili, i contratti sono comunque annullabili, le relazioni di lavoro effimere e sostituibili, la parola d'onore ridicola. Altro che il mýthos anankáios, la parola vincolante che ha in sé gli stessi caratteri della necessità. Ma come ricorda Bodei nel suo studio sul limite sopra citato, «Vi sono situazioni estreme su cui non possiamo intervenire, come l’ultima, invalicabile muraglia che racchiude e plasma individui e società: la morte, appuntamento segreto, certo nel suo presentarsi, incerto nella data: “La morte è il limite ultimo di tutte le cose” (Orazio, Epistole, I, XVI, 7)». 

 

Eppure non soltanto facciamo fatica a confrontarci con limiti e vincoli, ma non sappiamo più nemmeno rispettare patti, contratti e impegni stipulati con gli altri e con noi stessi, in questo coadiuvati dai nuovi mezzi tecnici come gli smartphones che permettono una negoziazione continua ed estesa fino all'ultimo minuto delle condizioni degli accordi, sia che vogliamo concludere una transazione finanziaria o semplicemente darci un appuntamento. 

 

Tra le nuove tecnologie che ci spingono in questa direzione non si può non annoverare la rete di internet che pare annientare ogni limite, confine e possibilità: tutto ciò detto con la massima ammirazione e il massimo rispetto per questi mezzi straordinari. Non si tratta quindi di rimpianto del buon tempo antico bensì di una constatazione nella modifica dei comportamenti, anche sul piano etico. Internet ci fa credere che tempo e spazio non finiscono mai, e invece tempo e spazio sono lì, duri come i sassi, e finiscono eccome.

 

Le loro immagini si modificano continuamente grazie alle analisi della fisica e della filosofia; la loro percezione muta e altera i nostri comportamenti, ma spazio e tempo ci sono sempre e anche se la speranza di vita dei popoli ricchi si è enormemente allungata non siamo ancora divenuti immortali, àmbrotoi, come gli dei greci. Si pensi poi a una modifica banalissima quale l'allentarsi del vincolo dello spazio per chi crive, relativamente al numero di battute del testo. Un articolo di giornale, un saggio scientifico, un libro, una poesia, ma anche un componimento musicale, un film ecc. dovevano rispettare fino a non molto tempo fa una certa lunghezza, oltre che una determinata forma, per trovare posto sulla carta. Nella rete si possono invece infilare recensioni di venti pagine laddove ne era concessa una, articoli, libri e romanzi infiniti, composizioni musicali lunghissime ecc. Che poi questo sia sinonimo di qualità è tutto da vedere. Altri elementi che contribuiscono alla sindrome da illimitatezza esasperata vengono ancora dalla tecnologia e dalla scienza e dalle facilitazioni da esse fornite alle prestazioni sportive e persino all'allungamento della vita fisica.

 

Conferma Remo Bodei che «le aspettative puntano sempre meno sull’immortalità e sempre più sull’allungamento della vita». Assistiamo per es. a uno sviluppo recente dell'aspirazione a superare il limite della morte nei tentativi contemporanei che si concentrano sul corpo, da mantenere in vita e proteggere dalla vecchiaia attraverso interventi tecnici di vario genere e di diversa portata. Siamo nuovamente confrontati con un fantasma dell'immortalità che non si fonda nel ritorno delle religioni quanto nel mito dell'uomo perfezionato dalla scienza e della formazione tecnica della sua eternità. Un nuovo superamento della morte ci sta dunque innanzi, basato sugli sviluppi delle scienze e delle tecniche degli ultimi anni, soprattutto nell'ambito dell'intelligenza artificiale, delle geno e nanotecnologie: la rappresentazione del superamento della morte che non sta più nelle promesse escatologiche della religione ma in qualcosa che può essere prodotto artificialmente dall'attività umana. Si tratta di un'immortalità legata per il momento alla temporalità, alla durata, che si riduce a un allungamento del tempo; e dal momento che l'immortalità è una condizione innaturale che non ama intervenire spontaneamente, occorreranno per avvicinarvisi grandi fatiche e intensi sforzi, dall'ambito delle pratiche di alimentazione a quello delle modifiche della conformazione fisica. 

Ph Elodie Ledure.

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