Alfabeto Pasolini

L’Impero del carino

Viviamo in un’epoca di brutalità, reale e rappresentata, vissuta e raccontata, esperita e descritta. Lo sappiamo troppo bene, sembra non si parli d’altro. I media non fanno che rimandarci scene orribili, ci dicono di soggetti al di là del bene e del male, crudeli, spietati, inenarrabili; soggetti presenti, in angosciante prossimità, ora nell’angolo buio sotto casa ora nel display di una qualsiasi delle piattaforme – televisione, computer, smartphone etc. – che ci iniettano dosi sempre più massicce di audiovisivi sistematicamente splatter. La paura vige sovrana, mentre gli zombie ridacchiano nei nostri appartamenti insicuri.

 

Eppure, c’è qualcosa che non torna. Da quelle stesse piattaforme, in quel medesimo vissuto, nei medesimi angoli oscuri delle nostre esistenze è tutto un brulicare di sdolcinature e zuccherosità varie, tenerezze e smancerie, buonissimi sentimenti e cuoricini a tutta forza, ciglia che sbattono, unghie smaltate con fiorellini, vezzeggiativi, sdilinquimenti, affettuosità all’ennesima potenza. I peluche sono tra noi, in noi e per noi, facciamocene una ragione. Sarà il desiderio di restare bambini, l’incapacità di crescere, la voglia di fermare il tempo, chissà; quel che è certo che l’infanzia ci sovrasta, tutti cuccioli, tutti coccole e distintivo.

 

Sdoppiamento, ambivalenze, schizofrenia? Come conciliare queste tendenze sistematicamente opposte – violenza vs tenerezza – che insieme invadono il nostro immaginario, e con esso sentimenti, desideri, passioni, convincimenti, programmi di vita in mezzo mondo? Troppa brutalità e troppa affettuosità convivono in noi: manca la misura, la via di mezzo, la normalità – o quel che almeno crediamo tale, quel che vorremmo lo fosse. Che le paure per l’ignoto (sempre simbolico, nonostante tutto) vengano esorcizzate da pupazzetti e personaggini da cartone animato? Troppo facile metterla così, anche se è indubbio che – come spiega il filosofo inglese Simon May nel suo ferocissimo Carino! Il potere inquietante delle cose adorabili (Luiss University Press, pp.  164, € 12) – dietro le innumerevoli, imprevedibili, sfacciate sdolcinature del nostro presente si cela ben più che un semplice desiderio d’infanzia. Troppo facile additare il Peter Pan che, si blatera, è in tutti noi. La dittatura del Cute (e del suo corrispondente giapponese kaway) è un’arma di seduzione di massa: ‘seduzione’, con tutte le ambivalenze del caso; ‘massa’, oggi sempre più articolata in target specifici; ma anche ‘arma’, che di ambiguità non ne ha proprio.

 

L’espansione del Cute nelle nostre vite, secondo May, ha un che di inquietante e insieme di affascinante, di sublime e di mostruoso, un po’ come il Camp evocato dalla Sontag o, più indietro, come il famigerato Kitsch con il quale ancora – nonostante il profluvio di interpretazioni che ha subito – non abbiamo fatto del tutto i giusti conti. Niente è più profondo di ciò che sta in superficie, ripeteva Nietzsche. Affermazione che fa da guida al libretto di May, pensatore indisciplinato che prova a usare la carta dell’indeterminatezza per spiegare il senso di quest’impressionante diffusione del ’carino’ nella nostra vita quotidiana.

 

 

Proviamo a fare un giro in questo strano, diffusissimo immaginario Cute: vi incontriamo la ragazza felina di Hello Kitty, il Pikachu dei Pokemon, Bambi, Heidi, le orride bambole Cabbage Patch Kids, il sempreverde Mickey Mouse, Winnie the Pooh, i milioni di gattini/meme in rete, ma anche le faccine degli emoji (carine per principio, anche quando esprimono rabbia o ribrezzo), per non parlare delle non meno iconiche carinerie sonore di certi brand mondiali (google, apple..). Che cos’hanno in comune? Presto detto: la vaghezza, l’indecisione, la difficoltà definitoria. Eroi e figure dell’immaginario Cute tendono a mescolare i generi sessuali, a spianare ogni differenza fra umani e non umani, a confondere le età: le rugosità della pelle di E.T. non ne fanno per questo un vecchio mostro ma, anzi, un personaggino che ispira immensa tenerezza. Anche i neonati, non a caso, hanno rughe dappertutto.

 

Quel che viene abolito nel ‘carino’, insomma, è la batteria tradizionale delle nostre categorie interpretative, di quelle opposizioni di fondo su cui si regge gran parte della cultura occidentale: “il Cute è in sintonia con un’epoca che non è più legata, come in passato, alla sacralità delle dicotomie come maschile e femminile, sessuale e non sessuale, adulto e bambino, essere e divenire, passeggero ed eterno, e persino bene e male, dicotomie che un tempo hanno dato struttura a grandi ideali ma che oggi sono considerate meno rigide e più porose di quanto indichi il pensiero tradizionale”. Le cose carine fanno traballare certezze, mettono in discussione i principi di fondo della tradizione, intaccano i sistemi di potere, lasciando però sussistere, come in una memoria pronta a riemergere, il peso di tutto questo: sono dunque il simbolo perfetto di quel senso di apprensione, di nebulosità, di liquefazione direbbe qualcuno, del quale si pasce lo spirito del nostro tempo: “e se il Cute non fosse una frivola distrazione dallo Zeitgeist, ma piuttosto una sua potente espressione?”. 

 

Non si spiegherebbe altrimenti, sostiene May, questo successo mondializzato, questa globalizzazione del carino. Capitali del Cute sono la California e parecchie città europee, ma soprattutto l’area urbana di Tokyo, Hong Kong, la Thailandia, Singapore, Taiwan: là dove, cioè, l’occidentalizzazione ha colpito di più, dove il capitalismo globale ha lasciato più segni di distruzione, più senso mal represso di nostalgia. Computer e telefonini, cibo, pistole, giocattoli, preservativi, calendari, calze, aeroplani, lenti a contatto: tutto, in questi luoghi per nulla periferici dell’Impero globale, è pronto a farsi carino, anzi carinissimo, mielosamente apprezzabile, programmaticamente sdolcinato. 

 

Il Cute sarebbe insomma la manifestazione più evidente di questo stravolgimento sistematico delle tradizioni, della catastrofe antropologica (e nessun riferimento è casuale) come esito necessario di una modernità tanto saccente quanto fragile, il classico gigante dai piedi d’argilla, la tigre di carta. Lo ha capito benissimo un artista come Jeff Koons, i cui celebri balloon dogs sono la caricatura e al tempo stesso l’epitome dell’impero Cute; e con lui diversi artisti come Takashi Murakami, Yoshimoto Nara, Mark Ryden, Brecht Evens e molti altri. Al punto che, ammettiamolo, non è sempre facile cogliere in molte mostre e molti musei d’oggi il discrimine fra critica e accettazione, parodia e originale, acquiescenza e ironia. 

 

La questione del Cute travalica i suoi stessi confini per farsi spia di disagi più profondi, di ansie diffuse, di quelle perenni perplessità che non stanno ai margini della nostra civiltà (civiltà?) ma la innervano, la costituiscono, ci piaccia o meno. Capiamo il senso, ma non il valore, di questa strana convivenza fra violenza e tenerezza da cui siamo partiti: sono le due facce della stessa medaglia, gli ingredienti basici del medesimo sistema. Il grottesco e il grazioso, la bestia e la bella, il diavolo e l’acqua santa non litigano più: stanno semmai, intrecciatissimi, alla base di quella che è la nostra condizione attuale, il nostro essere originariamente ibridi. Altro che infantilismo. 

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