L'Italia che resiste

C’è un’Italia che resiste, che resiste lungo la dorsale appenninica, nelle valli alpine, nei quartieri degradati delle città o nelle sue periferie indistinte. Sono piccoli esempi virtuosi che devono combattere contro la burocrazia di Stato, a volte contro la malapianta della criminalità, ma soprattutto sono nuclei vitali perché trasmettono un’idea di futuro possibile, un germe di speranza.

Francesco Erbani, napoletano, cronista di lungo corso di ‘la Repubblica’, erede di una tradizione gloriosa del nostro giornalismo d’inchiesta e di denuncia (Antonio Cederna, Nello Ajello, Giovanni Russo, per citare i nomi più noti e affini), ha intitolato il suo libro L’Italia che non ci sta. Viaggio in un paese diverso (Einaudi). Nelle prime pagine, dopo aver sciorinato il pantheon di chi ha ispirato queste esperienze (tra gli altri papa Bergoglio, don Milani, Manlio Rossi Doria, Danilo Dolci, Adriano Olivetti, Nuto Revelli, Mario Rigoni Stern e un nucleo di economisti che si sottraggono al pensiero dominante), compie una messa a punto metodologica.

 

Un libro del genere non può essere sistematico, può raccontare solo alcune esperienze. Lo fa con uno sguardo dal basso, dove vige la pratica del mestiere del cronista che va sul posto, ascolta i testimoni, si informa e riporta criticamente le loro esperienze. Il giornalista non è per definizione uno specialista, ma, quando è bravo, utilizza come strumento di indagine le armi della storia, delle scienze sociali, oltre alla propria curiosità umana e professionale. Ci sono tratti comuni, che ritornano, in questo viaggio: la centralità del territorio a dispetto del mondo fluido della globalizzazione, i vuoti che si vanno aprendo in tante aree ai margini del Paese e a cui si è reagito con la Strategia nazionale delle aree interne, una benemerita iniziativa dell’allora ministro della Coesione territoriale Fabrizio Barca, che ha prodotto molti studi, ma che ha anche fatto chiarezza sul fatto che ogni situazione locale, pur nella comunanza dei problemi, deve essere affrontata con una soluzione specifica. Le regioni che si sono dotate di piani paesaggistici come Puglia, Sardegna e Toscana (con giunte allora di centrosinistra che dovettero spesso affrontare il fuoco amico per vedere approvate le leggi regionali), possono oggi affrontare la difesa del proprio patrimonio ambientale con più lungimiranza grazie ad aggiornati strumenti legislativi. Quello che accomuna le esperienze raccolte in questo libro – scrive Erbani – sono forme di una resistenza che “non ha nulla di passivo, ha poco di difensivo e molto invece si fonda sulla tenacia, sulle conoscenze, sulle visioni, sullo spirito di servizio nei confronti di una collettività (...) come ogni resistenza (a cominciare da quella con la R maiuscola) assume anche il conflitto”.

 

 

E così comincia il giro d’Italia di Erbani: dal Veneto dove i residui di un paesaggio organizzato intorno alle ville palladiane sono cancellati dall’ennesima speculazione edilizia, alle Officine Zero, un’oasi di riuso delle attrezzature in un insediamento industriale dismesso nella periferia romana. Sempre nella vasta area del Comune di Roma sono in corso tentativi di far rinascere, attraverso un sistema di cooperative, un’agricoltura a filiera corta che fino a qualche decennio fa era consuetudine. Affascinante è la storia di Antonia ed Elisa – il libro è un’occasione per incontrare persone fuori dal comune, che fanno deragliare la propria quotidianità dai binari più consueti e compiono una scelta di vita – che lottano per la manutenzione dei terrazzamenti di Cetara, proprio sopra la Costiera Amalfitana. I terrazzamenti si trovano in tante regioni d’Italia e – spiega Emilio Sereni nell’ancora insuperata Storia del paesaggio agrario italiano – sono una reazione alla crescita demografica settecentesca quando si cominciarono a coltivare impervie zone montuose. È una pratica che oggi fatica a resistere, ma è una tutela per le aree a rischio di dissesto idrogeologico. L’autore raccoglie un esempio nell’Italia del Nord, nella Valle del Brenta, alto Veneto, dove è nata la pratica di adottare un terrazzamento. Che cosa significasse difendere quel territorio dove “ogni pietra è buona” lo racconta un bellissimo breve film di Giuseppe Taffarel, Fazzoletti di terra (1963).

 

 

Un esempio più noto è l’attività di don Antonio Loffredo nel rione Sanità di Napoli, dove in cinque chilometri quadrati vivono 67.000 persone e la disoccupazione raggiunge il 42%, mentre tra i giovani oltrepassa il 60%. Don Antonio ha risuscitato un’area del sottosuolo ricca di testimonianze artistiche, le Catacombe di San Gennaro, oggi gestite da una cooperativa e divenute una forza generativa per gli abitanti della Sanità. Perciò è apparsa meschina la richiesta del Cardinal Ravasi di avere indietro una parte degli incassi in quanto il Bene appartiene alla Chiesa. Chi vuole tornare a coltivare o ad abitare territori abbandonati spesso si trova di fronte a un frazionamento fondiario, con i proprietari ormai emigrati da decenni e non più rintracciabili. Un problema per chi, ad esempio, vuole continuare a vivere in un’area meravigliosa come l’Alto Cilento dove, dopo aver riattivato un’attrazione turistica come le grotte di Pertosa, si cerca di far rinascere la coltivazione del carciofo bianco. Anche nella disgraziata Calabria, la regione più interessata allo spopolamento, là dove pratica il suo magistero Vito Teti, il massimo storico e teorico di questi temi, qualcosa si muove, anche al di là del caso di Riace, luogo simbolo di un’utopia possibile.

 

Gli esempi che Erbani incontra nel suo viaggio nascono da esperienze lontane, dal clima pieno di speranze del dopoguerra, dove le pratiche comunitarie, che oggi chiamiamo ‘olivettiane’, che interessarono la Basilicata, l’Abruzzo e il Molise, nascono prima di tutto dalla tempra morale di uomini e donne come Angela Zucconi, Manlio Rossi Doria, Rocco Mazzarone e tanti altri di cui è bene raccogliere le storie. Oggi chi coltiva le patate a Pizzoferrato, chi tiene aperto un bar a Succiso nell’Appennino Emiliano o prosegue la tradizione della transumanza in Abruzzo, forse non conosce quegli antichi esempi ma compie piccole e significative esperienze comunitarie. Bisogna mettere in grado chi le compie di avere gli strumenti legislativi, economici per continuarle, ma è necessario fargli sapere che è nel giusto, che se qualcosa può rinascere, è più facile che accada dai margini. In questo sta soprattutto il valore del libro.

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