L'onestà

Per festeggiare il centenario della nascita di Natalia Ginzburg, nata a Palermo il 14 luglio 1916, pubblichiamo alcuni articoli apparsi sulle pagine dei quotidiani e non ancora riproposti nelle raccolte dei suoi saggi, introdotti da Maria Rizzarelli.

 

«Per quanto riguarda l’educazione dei figli, – scrive Natalia Ginzburg nell’incipit di uno dei suoi saggi più noti – penso che si debbano insegnare loro non le piccole virtù, ma le grandi. Non il risparmio, ma la generosità e l’indifferenza al denaro; non la prudenza, ma il coraggio e lo sprezzo del pericolo; non l’astuzia, ma la schiettezza e l’amore alla verità; non la diplomazia, ma l’amore al prossimo e l’abnegazione; non il desiderio del successo, ma il desiderio di essere e di sapere» (Le piccole virtù, «Nuovi Argomenti», sett.- ott. 1960, poi riproposto nella raccolta con lo stesso titolo). In realtà, molti degli scritti successivi, pubblicati nel corso degli anni Settanta e Ottanta, si possono leggere come una continuazione del discorso sulle grandi virtù, e come un ampliamento dell’orizzonte pedagogico a cui quel discorso era rivolto originariamente. Dentro un paesaggio eticamente depresso, dentro un presente che non le piace e a cui sente di non appartenere, spuntano fuori dagli angoli più riposti virtù scovate dal fiuto della sua penna e salvate perciò dallo sfacelo generale con il semplice gesto della sua voce. Parlando di libri, o intervenendo nelle polemiche che animano le pagine dei quotidiani, Ginzburg riesce sempre a riportare il discorso alle radici etiche della questione, sia che si tratti di una virtù ancora in qualche modo viva e presente, come «l’intelligenza» risplendente negli scritti di Flaiano (L’intelligenza, «Corriere della Sera», 20 ottobre 1974, poi in Non possiamo saperlo, Einaudi, 2001); sia che si riferisca ad una virtù oltraggiata, come il coraggio dimenticato e misconosciuto dagli intellettuali (Il coraggio e la paura, «Corriere della Sera», 24 giugno 1977, poi in Non possiamo saperlo).

All’onestà, calpestata e rinnegata dall’Italia degli scandali e delle tangenti e “resuscitata” attraverso un inno che pare conservare qualche ascendenza biblica, è dedicato l’articolo pubblicato su «l’Unità» il 20 maggio del 1984 e oggi qui riproposto. Di fronte alla devastazione morale causata dalla scoperta della Pdue, Ginzburg, in uno dei suoi scritti, più tardi leva un canto che pare mimare il ritmo sintattico della voce di Paolo di Tarso e far risorgere dalle ceneri quell’onestà che, nonostante il tentativo determinato delle logge massoniche deviate di sopprimerla e cancellarla dal nostro panorama politico, continua a mandare «una luce allegra, visibile a ognuno». La personificazione della virtù calpestata e vilipesa è l’estremo atto di resistenza che la sua voce pubblica riesce a immaginare e, per quanto possa suonare ingenua, si offre invece come un’originalissima interpretazione del ruolo intellettuale e delle sue responsabilità etiche, del suo raggio d’azione, della sua possibilità di incidere in quella piccola «porzione di realtà» che le è toccata in sorte.

 

Maria Rizzarelli

 

L’onestà

 

Chiedere onestà a una persona pubblica non vuol dire soltanto chiederle che si astenga dal commettere dei furti, delle truffe o delle frodi, non vuol dire soltanto chiederle che si astenga da ogni specie di azione ideata a danno della società o dei privati. Vuol dire anche chiederle che abbia in odio tortuosità e ambiguità, che in ogni istante si interroghi per capire se l’immagine che ha di sé stessa dentro di sé è limpida o torbida, se la strada sulla quale procede è dritta o tortuosa. Noi da diversi anni avevamo preso l’abitudine di pensare che nella vita pubblica, l’onestà individuale fosse poco, e che occorressero, per giovare alla società, altre qualità più sottili, più complesse, più sofisticate e più astute. Avevamo preso l’abitudine di situare al posto più alto, nella nostra scala dei valori, la destrezza e la perspicacia, quella particolare perspicacia politica che è dotata di mille occhi e di mille antenne, e anche di pungiglioni e di artigli. All’integrità morale, alla rettitudine, all’onestà, avevamo preso l’abitudine di attribuire un’importanza irrilevante. Soprattutto ci sembrava che nella vita pubblica, l’onestà individuale fosse cosa di scarso peso, antiquata, e inadeguata alla crudeltà dei tempi.

 

Poi a un certo punto ci siamo accorti che quello che appare più infrequente in Italia, nella vita pubblica e politica, è proprio l’onestà. Nello scenario che abbiamo davanti agli occhi, se ne scorgono rari esempi. Essendo questi così rari e insoliti, hanno l’esistenza difficile. Li circuiscono, li assediano e li minacciano da ogni parte i giochi d’astuzia, gli inganni e le frodi. Tuttavia nonostante tutto l’onestà manda una luce allegra, visibile a ognuno.

 

L’onestà non è abile, e non è affatto astuta. Non le importa nulla di essere astuta. Non adopera, nelle sue scelte, l’astuzia, ma ubbidisce unicamente a sé stessa. È intuitiva, ma solo nel discernere ciò che le rassomiglia da ciò che la offende. Non cerca vittorie. È costantemente disposta a perdere. La sola cosa che davvero le sta a cuore è non truffare, non frodare, non tradire né gli altri, né sé stessa. Vuole muoversi, quando è possibile, non al chiuso ma all’aperto, non nella notte ma nel giorno. Ama le vie dirette e detesta le vie traverse. Non si cura di essere derisa, schernita, umiliata, di essere considerata ingenua, di essere sola nelle sue decisioni, e di essere priva di pungiglioni e di artigli, quei pungiglioni e quegli artigli che la società di oggi tanto ammira e ama. L’onestà non vuol essere ammirata, né vuol essere amata. Presta fede unicamente a sé stessa, e va dritta per la sua strada.

 

Quando abbiamo saputo dell’esistenza della Pdue, del partito occulto come si usa chiamarlo, prima ancora d’aver capito bene che cosa fosse abbiamo però sentito che nei suoi disegni, è soprattutto presente la determinazione a devastare, nel nostro paesaggio politico, l’idea stessa dell’onestà. I suoi fini, i suoi disegni sono oscuri, sepolti nelle tenebre, ma la determinazione a sopprimere in Italia ogni possibile forma o parvenza di sanità e di integrità morale è certa. E allora, quando abbiamo saputo del partito occulto, abbiamo sentito un profondo ribrezzo per ciò che è occulto, per ciò che non scorre alla luce del giorno, a abbiamo sentito viva l’esigenza di poter leggere nella vita del paese come in un libro aperto, l’esigenza che ogni parola intorno a noi sia detta a voce alta, e sia incontestabilmente veritiera. Allora abbiamo pensato che la rettitudine, la chiarezza morale, l’onestà sono beni di un valore inestimabile, e indispensabili alla vita di un paese come il pane, come l’acqua e come l’aria.

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