L’onorevole disgregato di Sciascia

Quando nell’estate del 1964 ricevette da Mario Giusti, suo amico e direttore dello Stabile di Catania, l’incarico di scrivere sul tema della mafia una pièce teatrale per la stagione 64-65, dopo il felice esito l’anno prima sulla stessa ribalta del Giorno della civetta, Leonardo Sciascia batté in una settimana una specie di commedia amara intitolata L’onorevole nella quale la mafia figura nel tipo di un nuovo don Mariano Arena mellifluo e caricaturale, don Giovannino Scimeni, colluso con un parlamentare pescato dalla società civile: sortendo però una sotie pirandelliana per non essere riuscito a sostenere fino in fondo il tono naturalistico di una rappresentazione fin troppo ricalcata dal vero. 

In sostanza, proprio quando Sciascia è avviato a imprimere al suo teorema sulla mafia un salto in avanti più scoperto e audace rispetto alle incertezze del Giorno della civetta, quel che con L’onorevole fa è di ripiegare, ancora per prudenza, su una trovata da metateatro: l’attore interprete di monsignor Barbarino, spogliandosi dei paramenti, si rivolge infatti del tutto inopinatamente al pubblico e rivela che è tutto uno scherzo – lo scherzo consistendo nei “moralistici deliri” di donna Assunta, tutt’altro che preda dei suoi scrupoli di cittadina onesta e delle fobie per le sorti del marito che vede già in prigione a causa dei suoi malaffari, anzi perfettamente sana di mente, cioè collusa e integrata nel sistema, quando è stata proprio l’affermazione del suo rigore morale a mostrarla nel pieno delle sue vere facoltà mentali. Un gioco quello di Sciascia, più che uno scherzo, per un finale che appare una ritrattazione e forse un atto di pusillanimità che in nessun modo si spiega nello spirito di una drammatizzazione che, prima della rottura, sembra piuttosto crescere in tensione e carica civile. 

 

Sarà dunque stata la fretta per la consegna o la connaturata circospezione di Sciascia in fatto di mafia, il risultato ha aduggiato una tesi che nulla davvero prefigurava di scherzoso né qualcosa aveva della commedia (“Commedia che non è commedia” la chiama infatti Sciascia nella prefazione al testo Einaudi del 1965) laddove lo scontro tra Barbarino e donna Assunta, la moglie dell’onorevole Frangipane – da un lato la Chiesa clericale che benedice i vessilli della Democrazia cristiana e da un altro la fede laica nell’onestà e nelle ragioni dell’antipolitica – giunge al redde rationem e porta lei a piegare le ragioni del prelato valendosi di argomentazioni che Barbarino accosta ai libelli di uno scrittore della zona che non intende nominare, cioè palesemente lo stesso Sciascia: libelli o pamphlet che finora si riducono tuttavia a ricerche storiche e sociali quali Le parrocchie di Regalpetra, Il consiglio d’Egitto, Morte dell’inquisitore e appunto Il giorno della civetta, ben lontane ancora dalle denunce delle connivenze tra Stato e politica di più “tenace concetto” che si avranno nei libri successivi.

 

 

Così, mutuando il Pirandello del Berretto a sonagli, Sciascia fa di Assunta una moglie pronta a dichiararsi pazza per consentire al marito di guadagnare l’incarico di ministro, senonché si ferma interdetto, capendo che con questa chiave apre le porte alla mafia, per modo che inventa una quarta parete che offre uno scioglimento in contraggenio: su uno schermo sfilano immagini del Festival del cinema di Venezia nelle quali compaiono anche Frangipane e una Assunta del tutto calata nel physique du rôle della moglie del neoministro. Una trovata invero scolastica e mistificatoria che sterilizza un’opera teatrale che parte come una commedia, cresce come un dramma e finisce miseramente in farsa, preterendo un’intenzione messa in essere solo come enunciazione. 

 

Il clamoroso esito è la cancellazione del titolo dal cartellone dello Stabile etneo, ciò che Tuccio Musumeci, l’attore scelto per interpretare l’onorevole, imputerà a ragioni tecniche: «Provammo per due o tre giorni, ma poi ci rendemmo conto che teatralmente non funzionava. Nel ’65 il teatro era ancora quello tradizionale, con le porte, così come lo voleva la gente; senza le pedane e le scene movibili, senza che facesse “cultura” come oggi. Prima del ’65 avevamo fatto Il giorno della civetta e I mafiosi di la Vicaria di Palermo di Rizzotto e Mosca; insomma avevamo già affrontato la questione della mafia». A stare al noto mattatore catanese, il testo sciasciano, inadatto a una messa in scena che richiede un elemento ex machina quale un grande schermo e supporti tecnici indisponibili come pedane e quinte movibili, non si prestava nemmeno ad essere sottoposto a un adattamento perché fosse comunque fatto salvo, sebbene sia stato rappresentato numerose volte nel tempo, sicché è apparso evidente che la decisione di annullarlo è stata tutt’altro che tecnica o forse non solo tecnica.

 

La verità è quella rivelata da Maria Andronico, vedova dello scrittore, e sottende motivazioni di natura essenzialmente politica: per sua vocazione naturale, Sciascia ha immaginato un onorevole che già esiste ed è un parlamentare catanese democristiano che è stato insegnante proprio come Frangipane. Mario Giusti è costretto allora a dire a Sciascia che non sarà portato in scena, sicché l’autore si addice a pubblicare il testo da Einaudi anteponendo una premessa nella quale comprende alcune giustificazioni e i motivi del testo: un testo che è uno “sketch in tre tempi”, i primi due dei quali voluti “in funzione della disgregazione che avviene nelle ultime scene”, nella supposizione quindi che la farsificazione finale involga un epilogo le cui condizioni siano premesse nello svolgimento, senza però in verità che ne figuri una sola traccia. La disgregazione in realtà c’è eccome, ma come effetto di un ripensamento, cioè del proposito molto siciliano di “portarla al bar”, come si dice di una situazione troppo seria che si può sdrammatizzare solo rendendola ridicola: modello sul quale Andrea Camilleri costruirà parte della sua cosmogonia narrativa.

 

 

Avendo perciò tutto il sapore di una arrière pensée (ancora più evidente laddove Sciascia “avverte” che Frangipane è democristiano e appartiene alla Sicilia occidentale solo “per comodità”, precisazioni la seconda delle quali opera da eccipiente mentre è la prima che fa specie), come anche di una excusatio non petita quando Sciascia ammette che sulla commedia avrebbe «potuto lavorarci un po’ di più», la nota introduttiva va vista a ridosso di quella finale del Giorno della civetta di cui costituisce un complemento, intendendo essere il tentativo di “misurare, ancora una volta, le censure istituzionali, ambientali e psicologiche del nostro paese”: ancora una volta dunque, perché Sciascia ha già sondato le censure italiane quando per “parare le eventuali intolleranze di coloro che dalla mia rappresentazione potessero ritenersi, più o meno direttamente, colpiti” nel suo capodopera ha lavorato a “cavare”, avendo peraltro quel tempo che per L’onorevole gli è invece mancato, convinto che in Italia non si possa scherzare e “figuriamoci se, invece che scherzare, si vuol fare sul serio”. Epperò nel ’64, solo alcuni anni dopo Il giorno della civetta, Sciascia non vuole fare sul serio quando può e deve farlo, giacché preferisce scherzare, evidentemente divenuto del parere che si possa farlo. Il tema è sempre quello dell’intreccio Stato-mafia, ma il trattamento è ribaltato, così come, appena un anno dopo, gli succederà di fare con un’altra pièce teatrale, I mafiosi, rifacimento dell’ottocentesco I mafiusi di la Vicaria, che da apologia della mafia Sciascia volge in un apologo civile (questa volta benaccetto, forse a risarcimento, dallo Stabile di Catania) nelle forme di una parodia, dunque uno scherzo: quasi a teorizzare come l’unico modo per essere seri e dire cose serie sia di scherzarci sopra. 

 

Se i fatti stanno così, allora L’onorevole va letto senza le “ultime scene”, supponendo Assunta destinata a una casa di cura e il marito votato a una brillante carriera politica, oppure immaginando il buffo e improbabile finale in maniera antifrastica, lo scherzo essendo rappresentato dalle immagini sullo schermo della moglie in spolvero col marito ministro. Ma è più probabile che l’azione di cavare materiali esercitata nel Giorno della civetta per non urtare la “suscettibilità” dei potenti (“coloro che le fanno rispettare”: le leggi) si sia mutata nell’Onorevole nell’opposta manovra di aggiungerne in sovrappiù, allo scopo magari di diluire e liofilizzare una materia ritenuta comunque caustica e da Sciascia sempre maneggiata con guanti diversi. Invero il rapporto di Sciascia, del primo Sciascia, con la politica e la mafia è stato improntato a un gravame di contraddizione. Quanto disprezza infatti nell’onorevole Frangipane, che da mite e laborioso insegnante, costretto anche a tenere lezioni private per arrivare a fine mese, traligna in un avido e corrotto parlamentare, è proprio ciò che, per quasi un’intera legislatura, farà egli stesso dal ’79 all’83 certamente con ben diversa condotta e intenzione, ma nell’identico solco dell’insegnante dedito alle sue letture che sia poi attirato dalle lusinghe del potere istituzionale.

 

Letto fino alla sua “disgregazione”, L’onorevole è un potente quadro di una condizione umana colta nella dinamica delle sue metamorfosi: a parte quella plateale del monsignore che si trasforma nel nuncius e dialoga col pubblico, i tre “caratteri” principali sono oggetto di radicali cambiamenti: l’onorevole da anonimo insegnante diventa uomo pubblico, nonché ricco speculatore da travet a stecchetto; la moglie Assunta non solo infollisce e si fa “fantasima” (come la vede il marito, “silenziosa, lontana, con quegli occhi scasati”: doppio della moglie di Pirandello alla quale forse Sciascia ha pensato) da proba casalinga che è stata, ma si dà alla lettura del Don Chisciotte che è stato le livre de chevet del marito, il quale non guarda nemmeno la copia che lei gli regala; il genero Fofò da sfegatato comunista si converte in segretario particolare dell’onorevole e suo complice nelle trame affaristiche; il figlio Mimì traduce l’attaccamento alla madre nel convincimento che sia impazzita; il cavaliere Ferlazzano da sostenitore di Frangipane diventa suo avversario politico; e persino la casa da modesta dimora si tramuta da un atto all’altro in una lussuosa magione.

 

Tutto migliora nel momento in cui invece peggiora, disgregazione di cui si rende conto solo Assunta, la figura che viene piuttosto scartata, salvo essere ricostituita nel suo stato banausico alla fine, nell’infingimento di una situazione che, ricomponendo l’apparenza della famiglia più politicamente accettata, è forse un vagheggiamento di monsignor Barbarino che nella fortuna dell’onorevole vede la propria e nella prosperità della famiglia Frangipane quella della società e dunque della Chiesa. L’onorevole non è infatti soltanto la cruda rappresentazione del disfacimento di una famiglia, perché “simbolo di una corruzione più vasta”, quella sociale, ma è anche un elogio della letteratura di cui Sciascia afferma il primato sulla realtà – libri e realtà essendo divisi da “spinosi confini”. L’onorevole che, ebbro di potere, pensa soltanto a come battere il suo avversario di partito è il rovescio del professore che, prima della candidatura, ha avuto un solo pensiero: quello di tradurre Lucrezio. Nella diversità degli interessi la moglie consuma il proprio disfacimento, mentre la lettura del Don Chisciotte, ora per “reversibilità” diventato il proprio breviario, le fa presagire l’arresto del consorte, perché non governa come Sancio la sua isola, il potere della quale lo scudiero-re lascia andando via nudo. La “pazzia” di Assunta (unica donna nell’opera sciasciana assunta come portavoce dell’autore) è vista dallo stesso marito nella lettura ossessiva appunto del Don Chisciotte, il libro dei sogni per eccellenza, che diviene il suo rifugio contro i tralignamenti dell’intera famiglia, trascinata in un vortice di onnipotenza e di opulenza al fondo del quale per la donna (“personaggio larvatico con un certo carico di improbabilità e di convenzionalità” la dice Sciascia nella sua premessa) balugina la rovina. 

 

Non c’è chi non veda come le ossessioni di Assunta, che teme da un momento all’altro l’arresto del marito che sa corrotto perché ne conosce tutti i conti, precorrano il Totentanz di «Mani pulite» che verrà, Sciascia prefigurando anche stavolta un processo di disgregazione di cui coglie a metà degli anni Sessanta segni che si riveleranno bubboni del nostro tempo. I riferimenti al quadro generale del Paese sono del resto più che espliciti. Le date che segnano le tappe del successo dell’onorevole (1948, 1953, 1964), a scandire i tre atti, corrispondono a stagioni cruciali della vita politica nazionale: l’affermazione sul Blocco del popolo, la vittoria dimidiata con la legge-truffa e l’operazione De Lorenzo, proprio in concomitanza della quale Sciascia, profondamente turbato, scrive il testo. Un testo che l’autore dichiara destinato alla sola lettura quando aleggia il rifiuto dello Stabile (tale però che, non essendosi avuto ancora l’annullamento, campeggia nella premessa un “forse” che suona come una residua speranza) e al quale si può rimproverare come l’intento di misurare le censure istituzionali si sia mutato – la metamorfosi più importante – nella loro legittimazione.

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