L’ultima intervista di Primo Levi

Vediamo come nasce e procede questo breve volume Io che vi parlo. Conversazione con Giovanni Tesio, Einaudi, 2016. Le notizie le dà nell'introduzione lo stesso Tesio, classe 1946, amico torinese di Primo (superfluo dire che questi era nato nel 1919?) e autore di saggi su di lui. Frequentandolo, Tesio aveva «avvertito improvvisamente in lui un'incrinatura», sicché gli propose di condurre delle conversazioni in vista di una “biografia autorizzata”; cosa che Levi «accettò subito [...] senza fare obiezioni». L'incrinatura non poteva che essere di natura psicologica: Levi era depresso. L'unico che non se n'era accorto era stato l'altro conduttore di una lunga e fortunata intervista a Primo, Ferdinando Camon, che lo aveva rassicurato in questo modo: «Lei non è un uomo depresso, e nemmeno ansioso» (quando si dice che uno ha capito tutto!). Tesio quindi frequenta ora casa Levi munito di registratore. Le conversazioni si svolgono in tre tornate pomeridiane del 1987: il 12 e il 26 gennaio e l'8 febbraio. A volte, ci informa Tesio, Levi gli chiedeva di spengere il registratore, – quando evidentemente si toccavano argomenti troppo privati – a volte era lo stesso Tesio che, per lo stesso motivo, non registrava. Le altre conversazioni non ci furono: Levi a marzo si sottopose, com’è noto, a un intervento alla prostata, che lo fece soffrire non poco. Dopo un incontro fuggevole a casa di Levi, Tesio gli telefona e Levi si dichiara pronto a riprendere le interviste: è il venerdì di Pasqua, evidentemente la Pasqua ebraica, perché quella cristiana nel 1987 cadde il 19 aprile. L'11 però Levi si uccide.


La prefazione di Tesio può essere integrata con una sua intervista rilasciata a caldo al «Corriere della Sera» e uscita il 12 aprile (probabilmente il giornalista sapeva delle conversazioni di Tesio con Levi e quindi lo riteneva, e giustamente, il più idoneo a rispondere). Dichiarò Tesio allora: «Su certi nodi della memoria il racconto insisteva, come se [Levi] scoprisse cose, situazioni mai prima rimesse in luce. Su altri si arrestava. Levi accennava qualcosa, ma subito se ne ritraeva»; e al giornalista che chiedeva se ci fosse «qualcosa che lo spaventava o almeno lo turbava in questo rivedere vecchi momenti di vita», Tesio rispose: «Più di una cosa. Levi sembrava riviverli con una sofferenza mai prima sperimentata. Non posso esser preciso. Non me ne sento autorizzato. Ma, ecco, posso dire che lo tormentava, per esempio, il ricordo di un compagno di Lager. Come se stesse addossandosi, ora, la colpa di non essere riuscito a salvarlo o di non avergli potuto alleviare le pene dell'inferno di allora»; il «compagno», come già mi è accaduto di notare una quindicina d'anni fa e come Tesio mi confermò, era in realtà una compagna, e cioè Vanda Maestro.

 

Qui posso aggiungere il contenuto di una mia telefonata dello stesso periodo a Bianca Guidetti Serra, molto amica di Primo, ma che io non conoscevo; in una (ma solo una?) conversazione con lui a proposito della sua depressione, alla precisa domanda dell'amica: «Ma è il Campo, Primo, è il Campo?», Levi rispose (o era solito rispondere?): «No, non è il Campo». Insomma: non voleva parlare del perché e in che modo e attraverso quali ricordi il Lager invece lo stesse costringendo a morire. Questa telefonata si collega bene all'intervista a caldo sopra citata data da Tesio al Corsera: su alcuni ricordi «si arrestava», «accennava qualcosa, ma subito se ne ritraeva». Resta il fatto che la prima importante biografa di Levi, Myriam Anissimov, nel 1996 ci dette molte informazioni sulla preoccupazione dei suoi amici circa la sua condizione psicologica. Si capisce bene anche a questa luce l’«incrinatura» avvertita da Tesio nella mente di Levi. (Ma su tutta la questione del suicidio si vedano ora le acute pagine 581-92, di Primo Levi di fronte e di profilo, Guanda 2015, il libro di Marco Belpoliti che è forse la più bella indagine critica condotta sullo scrittore).


Dunque quei ricordi da cui Levi si ritraeva nelle tre interviste ora sbobinate e pubblicate – o meglio: certamente sbobinate prima, ma solo ora pubblicate: per discrezione, per correttezza, magari anche per non aver chiesto allora l’autorizzazione... e forse per tutte queste cose insieme – ebbene, quei ricordi ci sono solo parcamente; forse erano nelle pause, a registratore spento, ma non vi si leggono. Su Vanda Maestro – che si potrebbe definire un assillo dominante in Levi – in particolare c'è la sola pag.73, che però non la nomina ma allude a lei. Un assillo, perché a pag. 112, alla domanda di Tesio: «Hai parlato molto più del Lager che di Fossoli», Levi risponde: «Certo, ho delle remore. E anche di questa donna che ti dicevo». Siamo alla terza conversazione: Vanda è ricordata qualche pagina prima in un elenco di sette amici solo perché è Tesio che gli chiede i nomi. E Levi: «è stata deportata con me ed è morta, la ragazza cui si accenna vagamente in Se questo è un uomo» (p. 95). Insomma: sul tasto che gli interessa moltissimo Levi è sempre un po' “vago”, oppure preciso ma reticente. Viene da chiedersi se le cose non sarebbero andate meglio per lui (e per noi) se avesse potuto non essere vago; e magari se avesse avuto la forza di scrivere quel libro sull'Amore che, se ben ricordo, un editore ha dichiarato volesse scrivere.


Certo: scrivere una biografia ha delle regole, alle quali Tesio obbedisce e Primo anche: i parenti più antichi, i genitori, gli amici, la scuola, il lavoro, le letture, i luoghi... Ma da queste conversazioni i ricordi sono un po' “secchi”, spesso sono ricordi per l'anagrafe, o poco più. Non viene fuori un'immagine “ampia” del passato. La concretezza e la concisione di Levi direi quasi che gli giocano contro, o meglio: che la sua è un’obbedienza alle regole che in certo modo tolgono profondità alle immagini. Torino: si vede bene che è la città molto ben conosciuta da intervistatore e intervistato, ma non ci sono immagini che la illuminano; è quasi assente se non come località che ha delle vie, che hanno dei nomi e nelle quali erano situate delle istituzioni (le scuole prima di tutto). Lo stesso per la figura della madre, mentre è più delineata e dettagliata quella del padre. Ma i bambini a che cosa giocavano, e con chi?

 

Quando Levi risponde alle domande di Tesio ha circa 68 anni; si sente vecchio, ma i vecchi ricordano bene le cose lontane e lontanissime. Dalle risposte però questo viene fuori fino a un certo punto. Del padre dice che non amava la campagna, né la natura (p. 9). E Primo? I Levi passavano i mesi dell'estate in campagna, ma l'interesse di Primo per la campagna, o ancor più per la natura, non viene fuori. A proposito della sorella Anna Maria confessa: «Ci ricordiamo a vicenda cose dette, cose fatte, persone incontrate» (p. 22), ma nulla di tutto questo viene fuori; e a Tesio che lo sollecita risponde: «C'è ricchezza di ricordi, sì, ma io ormai ho sperperato […] non mi avanza quasi più niente». Questa è un'affermazione forse decisiva per capire queste reticenze: Levi è condizionato da quanto ha già detto e scritto altrove, e i ricordi (lo sperpero) sono finiti nel Sistema periodico, o qua e là. La reticenza è dettata dal bisogno di non ripetersi in assoluto, e questo conferisce veridicità al Sistema, ma rende povera l'intervista.


I suoi sono ricordi, come Levi dice a un certo punto, che vanno «interpretati». A volte lo fa lui stesso, com'è il caso della sua forte inibizione –
e bisogna dire: tendenza depressiva – e del compenso che si era scelto: l'amore spericolato per la montagna: scalate, passeggiate; e poi la bicicletta. Prove di forza e di mascolinità per la sua bloccata aggressività virile, fino all'incontro dopo Auschwitz con la futura moglie. E certo, fa una qualche impressione, post factum, leggere: «Mio nonno paterno non l'ho mai conosciuto. È morto suicida in condizioni che non so, non so se sia per ragioni di dissesto finanziario. Porto il suo nome, mi chiamo Michele come lui». È una secca dichiarazione, che per il lettore ha un sapore doloroso e quasi sinistro.


Le Conversazioni e interviste di Levi (a cura di M. Belpoliti, Einaudi, 1997) erano un gran libro. Questa “conversazione” è di necessità tutt’un'altra cosa. Lì Primo rispondeva alle domande sulle sue opere, e quindi molte volte sul Lager. C'era insomma un argomento preciso oggetto dell'intervista, limitato ma preciso. E un argomento pressoché sempre nuovo, e trattato approfonditamente, perché la raccolta delle interviste era stata organizzata anche a temi: i suoi libri, gli oggetti della riflessione intellettuale, i grandi problemi storici... In questo la musica cambia, perché i riferimenti alle opere non ci sono, dato che queste vengono pubblicate ben dopo il periodo a cui si riferiscono i ricordi, anche se parlando del suo lavoro Levi arriva fino alla pensione. C'è il periodo della guerra e si parla degli inizi del suo partigianato, ma non si va molto a fondo.

 

Resta la curiosità di sapere che cosa avrebbe detto Levi di diverso da quanto sappiamo sul problema del Lager in lui, sull'antisemitismo, sul suo modo di recuperare interiormente le risorse per continuare a vivere. E sui giovani, sulla famiglia, sulla politica, sull'ambiente intellettuale torinese, sulle sue letture di autori contemporanei, sui suoi corrispondenti italiani e stranieri. Il problema di fondo è però sapere se avrebbe potuto raccontare cose che non aveva mai raccontato, o dire in modo nuovo quelle già note. Ma io dubito che gli fosse aperta questa seconda strada, perché la letteratura era per lui il vero mezzo per raccontare, e una volta che le cose erano state dette era inutile ripeterle. Insomma: dopo il racconto non c'è un raccontare in altro modo, ma piuttosto il tacere. E se qualcosa non è stato raccontato, forse non lo si può fare neanche ora; e se lo si fa, meglio spengere il registratore.

Primo Levi

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO