L’ultimo giorno di Roma

Il 9 ottobre 1828, Goethe scrive a Eckermann: “Sì, posso dire che solamente a Roma ho sentito che cosa voglia dire essere un uomo”. 

Essere un uomo per Goethe è un’idea che si incarna nel sentimento della felicità, o meglio nella possibilità, che è propria della razza umana, di provare un sentimento complesso, ineffabile e palpitante come la felicità. È Roma a condurre Goethe sulle cime più nobili ed elevate della felicità. Secondo Peter Handke “le poesie di Goethe parlano soltanto a chi in quel momento è disponibile alla felicità”. Dunque per Handke la poesia di Goethe si ridurrebbe a un dialogo tra felici. Perciò il rapporto tra il poeta romantico e Roma dev’essere stato possibile solo perché Roma è una città felice. 

 

 

A me tuttavia Roma non è mai sembrata una città felice, nella misura in cui essa non mi ha mai fatto sentire goethianamente uomo, ossia non mi ha mai fatto sentire non dico felice, ma neppure disponibile alla felicità. Se a Roma ho sentito che cosa voglia dire essere uomo, l’ho sentito nello stato d’animo di assoluta infinitesimalità, nella scomposizione della mia natura umana, nella dissezione di ogni minima avanguardia che, dentro di me, di tanto in tanto, ha osato ribellarsi alla grandezza stessa di Roma per ritagliarsi in essa uno spazio d’autonomia. Al cospetto di Roma sono sempre stato niente più che una nullità numerica, un residuo umano senza voce né corpo, un organismo monocellulare senza importanza naturale.

 

 

La mattina del 17 maggio sono uscito di casa per andare a Villa Borghese, come ho fatto tante altre volte in vita mia, per disperdermi, o – per meglio dire – per ricondurre me stesso nell’alveo dell’assoluta insignificanza. Questo movimento, questa spinta annichilente, è una perfetta sublimazione del suicidio, è ciò che mi consente di schivare il pericolo del suicidio reale. Mi basta scivolare con tutte le membra nei suoni arcani di questa città terribile, enorme, infestata, nemica, per sentirmi come una mosca che precipita intenzionalmente nella poltiglia ribollente di un paiolo.

Ma il 17 maggio 2020 è un giorno fuori dalla Storia, e io non avevo fatto i conti, per così dire, con questo essere fuori dalla Storia. Il 17 maggio 2020 è l’ultimo giorno in un cui Roma, da quando il mondo ha imboccato la china della catastrofe, e da quando una progressione ascensionale di divieti (divieto d’andare a scuola, al lavoro, al parco, a fare visita a un parente o a un amico, ad avvicinarsi a qualsiasi altro essere umano), divieti che si sono poi raggrumati in un unico obbligo, rimanere confinati in se stessi (esercizio che in verità mi riesce abbastanza bene), il 17 maggio 2020 – dicevo – è l’ultimo giorno in cui Roma, stritolata nella morsa di questi divieti, ha smesso di essere Roma, l’ultimo poiché dal 18 maggio riapriranno i negozi, i ristoranti, i parrucchieri, i musei, i bar, e quindi Roma tornerà a essere Roma, e quindi sarà di nuovo libera da questa morsa di divieti, e quindi tornerà a essere il paiolo ribollente (ed io la mosca), tornerà a essere grassa di quella grassa felicità goethiana, di quella traboccante, mostruosa, opprimente felicità goethiana. 

 

 

Quindi ne approfitto per uscire di casa e andare a Villa Borghese, come ho fatto tante altre volte in vita mia, stavolta non però per sublimare il suicidio, e quindi per schivare il pericolo del suicidio reale, ma per ritrovarmi faccia a faccia con la città inginocchiata, con la città ritrosa, con la città umiliata, per sentirmi uomo, non in senso goethiano, ma finalmente abitante di questa città, non una mosca a precipizio, non uno scarafaggio, non il niente che è chiunque per Roma. 

In questo giorno fuori dalla Storia, in questa città fuori dalla Storia, in questa città in cui sono scomparsi i turisti, in cui è tornato a risuonare solo l’odioso, ibrido, moderno romanesco, in cui sciami di odiosi, ibridi, moderni romani abbigliati come ostetriche, sciami di cui io stesso, altrettanto odioso, ibrido, moderno, ostetrico e romano, faccio parte, si aggirano per Villa Borghese, il giorno prima che riaprano i negozi, i ristoranti, i parrucchieri, i musei, i bar, e che Roma torni a essere Roma.

 

 

È una giornata fosca di cielo giallo. C’è terra del deserto sulle carrozzerie delle macchine, il sole si intravede appena dietro una coltre purulenta di nuvole. Fa caldo, un caldo sporco e appiccicaticcio. Cammino da piazzale Flaminio al tempio di Esculapio, poi proseguo per la Casina di Raffaello, passo a piazza di Siena e devio per il galoppatoio, raggiungo la terrazza del Pincio e da lì scendo lungo viale della Trinità dei Monti passando davanti alla facciata di Villa Medici. Ascolto il chiacchiericcio (odioso e ibrido), le madri che richiamano i ragazzini. Prima era la strada, le macchine che passano, i binari, la riva, i cani randagi; adesso la prima raccomandazione ai figli è: “Non t’avvicinare alle persone”. 

Piazza di Spagna mi appare all’improvviso, grigia, spopolata, desertificata. Scendo i gradini della scalinata, lentamente, mentre dal basso riecheggia la voce megafonizzata della polizia che invita i romani a non sostare nella piazza, la voce megafonizzata della polizia che tratta i romani come non romani, o come non umani. Passano piccoli nugoli di ciclisti sulle biciclette a noleggio, qualche ragazza in short, qualche vecchio incredulo, passa una camionetta dell’esercito, poi non passa più niente. Guardo la Barcaccia, la prospettiva di via del Babuino, quella di via di Propaganda. Svuotata com’è della calca consueta, recintata in un perimetro di serrande chiuse, con quest’aria dolce da ammalata, piazza di Spagna ha perso tutta la sua magniloquenza, l’internazionalità, la pomposità salottiera, ora sembra lo slargo principale d’un semplice borgo antico. 

 

 

M’inoltro per via Condotti. Qui giacciono i cadaveri di Armani, Hermès, Cartier, Louis Vuitton, Fendi, Gucci, Prada, Dolce & Gabbana, Salvatore Ferragamo, la strada è il Palazzo d’Inverno il giorno dopo l’assalto dei bolscevichi. Si ferma un’auto blu. L’autista scende e apre il bagagliaio, ne estrae un abito incellofanato. Lo passa al misterioso viaggiatore che siede sul sedile posteriore dietro ai vetri oscurati. Poi risale e riparte. Per essere arroganti bisogna arrogare, attribuire indebitamente a sé un diritto. Qui il diritto di occupare la strada non è più manco un diritto, perché tanto non passa nessuno. E di conseguenza anche il potere è meno arrogante; anche il potere ha meno potere. Devio a destra per via del Corso, mi sorprende il gioco acustico delle voci solitarie che rimbombano da un lato all’altro della via, osservo il display di una farmacia su cui luccica la scritta: “Disponibili mascherine 100% cotone”.

Se la Storia avanza per periodizzazioni, questa che mi è toccata in sorte di vivere è l’epoca postnazionale. E questo è un giorno fuori dalla Storia perché dall’8 marzo al 17 maggio 2020 il globalismo qui ha smesso di esistere. La città in cui cammino la mattina del 17 maggio non è più la metropoli del dinamismo moderno. Se il contrario di globalismo è localismo, ossia una concezione della vita che tende al riavvicinamento emotivo dell’uomo con le fonti essenziali della sua esperienza di vita, io sto camminando in una città in cui il globalismo ha temporaneamente tolto l’assedio. È una sospensione della periodizzazione della Storia. È come se l’Impero Romano, al culmine della sua potenza, si fosse ritrovato a vivere per settantasette giorni nella sua protostoria.

Termino la mia passeggiata, il mio suicidio simbolico, a piazza del Popolo, immensa e disabitata, rotonda come un pianeta alla fine della civiltà. Quattro tassì stazionano davanti a Canova. Aspettano che venga il 18 maggio. 

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