Marco Aime, Classificare, separare, escludere

In un dibattito pubblico-mediatico ossessionato dal sensazionalismo e dall'emotività più irragionevole e infestato da sensibilità populiste, sovraniste, conservatrici, neo e post-fasciste, una questione sociale biologica e sanitaria come il rischio di diffusione di coronavirus Covid-19 si è fin da subito avvinghiato, in modo irrazionale e isterico, al tema della “razza” o dell'etnia. A partire dalla (probabile ma non certa) incubazione “cinese” la vicenda si è colorata di immagini razziste stereotipiche di promiscuità con il mondo animale e con la massa umana, di scarsa igiene e bassa qualità della vita, per poi assumere altre diramazioni che in ogni caso hanno a che fare con il tema del panico da contaminazione e con la metafora della purezza. Peraltro – sia inteso come un'aggravante – avallata da rappresentanti istituzionali, esponenti di partiti di estrema destra: inqualificabili l'uscita televisiva del governatore leghista del Veneto e la sua eco che lasciano esterrefatti per il tasso congiunto di ottusità e razzismo in un solo discorso – "tutti abbiamo visto i cinesi mangiarsi topi vivi" – ; la cosa ha suscitato giuste reazioni di sdegno e irritazione e conferma ulteriormente l'inadeguatezza e l'impresentabilità di troppi vertici della classe dirigente italiana. Il tutto è avvenuto lungo le ormai consuete linee di faglia della società civile, considerato che lo stile retorico populista vive di trovate come questa che hanno i loro difensori, i loro elettori e i loro strateghi. Leggi l'articolo.

 

Quasi come atteso a diradare le nebbie tossiche di questa nebulosa di immaginario e di storia recente della mentalità, complicata da una fase di grande reviviscenza del pensiero mitico nella sua versione sociale digitale telematica, giunge il nuovo libro di Marco Aime: Classificare, separare, escludere sintetizza ottimamente una vasta mole di lavori sul tema e fornisce strumenti intellettuali di grande pregio e finezza, non solo per la comprensione del presente e della sue derive cognitive e sociali ma anche perché già politicamente orientato e finalizzato in modo dichiarato a una difesa della convivenza democratica. 

A mio avviso, dopo molti anni di un continuo smarcamento dall'impegno civile da parte di giornalisti ed editori, fatto di sciatteria e piaggeria verso i potenti quando non di vera e propria adesione politica in senso conservatore, è consolante constatare una presa di coscienza della gravità della situazione in cui versa lo stato dell'etica pubblica del mondo dell'industria culturale e notare, dal mio punto di osservazione, un ritorno dell'impegno da parte di alcuni editori tra i titoli rivolti a un pubblico non specialista. Penso inoltre, da docente di scuola superiore e ricercatore che si occupa sistematicamente di temi di educazione alla cittadinanza, che il libro andrebbe studiato da insegnanti ed educatori: se il progetto di Educazione civica come ora curriculare da integrare nel monte ore annuale ha un senso e avrà un'efficacia sarà perché docenti e dipartimenti disciplinari saranno capaci di ripensare canoni e saperi essenziali per una programmazione e di imprimere un orientamento culturale impegnato a una azione didattica e interdisciplinare condivisa.

 

Grazie alla ricchezza dei riferimenti il libro risulta particolarmente importante, utile e versatile strumento di raccordo tra diverse biblioteche specialistiche. Classificare, separare, escludere affronta infatti il tema razzismi e identità (come indica il sottotitolo programmatico) intrecciando i tre assi disciplinari, storico, antropologico e politico, articolandoli in tre macro-capitoli che vanno da L'invenzione delle razze, attraversano lo scenario che va Dalla razza all'identità fino a delineare I volti nuovi del razzismo

In tutti e tre gli ambiti Aime si muove con grande disinvoltura, richiamando classici e ricerche nuove di riferimento (molti i titoli non in italiano) con un felice uso della citazione saliente che ne aumenta la leggibilità per il lettore non specialista; fornisce una disamina dei diversi razzismi nella storia, a partire dalle dinamiche di xenofobia note al mondo antico per giungere fino alla razzializzazione che in età moderna vede sorgere le categorie stesse di razza, etnia e cultura che servono per definire e costruire le relazioni con soggetti altri, minoranze e subalterni, lungo le principali direttive che il pensiero europeo-occidentale ha utilizzato per catalogare e costruire rapporti, sostanzialmente di dominio, che si intersecano con le geometrie variabili della classizzazione e della sottoproletarizzazione dei gruppi: trovano così ampio spazio una storia dei colori della pelle umana, della giudeofobia e dell'antisemitismo, dell'avversione per l'indigeno e del buon selvaggio, dell'antiafricanismo e della schiavitù, dell'antiziganismo e dell'antinomadismo, dell'antiasiatismo, della sinofobia e del pericolo giallo, il tutto in stretta relazione alla storie che hanno prodotto tali dispositivi socioculturali e al dibattito storico teorico di riferimento.

 

 

Viene così presentata una vera e propria fenomenologia storica che mostra come il razzismo sia un «idioma culturale» che «si presenta sotto forme diverse e si esprime con diverse modalità», che distingue e mostra i legami tra avversione, dominio, sfruttamento, separazione ed eliminazione come modalità di rapporto con l'Altro, declinati nei diversi contesti dello spazio e del tempo.

Risulta di particolare interesse la presenza nella bibliografia di autori coinvolti dal tema a partire dalla loro postura scientifica e autobiografica: tra i tanti che mi sono ripromesso di conoscere meglio per una prospettiva di decolonialità di ampio respiro J-L. Amselle, T. N. Cohates, A. Appadurai, A. Mbembe, A. Hampâté Bâ, É. Glissant; così come di rilievo mi è parso il settore legato ai razzismi degli altri intendendo con questo le concezioni etnocentriche e i relativi addentellati di differenziazione tramite pregiudizio negativo che riguardano ambiti non europei: emergono così «diverse articolazioni» del fenomeno razzista rilevabili in Brasile, Giappone, Cina o nel mondo musulmano. Sensi di appartenenza territoriale e logiche del sangue – discendenza, parentela, tradizione – con relative forme di xenofobia sono ugualmente diffuse e si modificano nel tempo in relazione alla nascita e alla reinterpretazione dei nazionalismi dell'Ottocento.

 

Pur senza nulla togliere alla centralità della prassi imperialista “bianca” ed europea che sostanzia la concezione di modernità, Aime mostra come popolazioni e intellettuali extraeuropei abbiamo interiorizzato, reinterpretato in modo originale o analizzato e elaborato in piena autonomia a seconda dei casi, concetti di marca europea.

Allo stesso modo appare chiaro che l'ossessione illuminista e moderna per la tassonomia sia radicata storicamente nel gesto tipico di Sapiens, a partire dall'esigenza di conoscere, ordinare e classificare la totalità degli oggetti e soggetti del mondo e, in primis, ciò che si presenta come alterità, ogni altro, sulla base di un bisogno primario di padroneggiamento del caos e dell'«assolutismo della realtà» (Blumenberg); questo riguarda ogni forma di conoscenza come risorsa di ogni gruppo umano nella storia dai tempi più remoti. Il che, invece di essere un’attenuante, risulta piuttosto un invito a mantenere alto il tasso di consapevolezza e di sorveglianza sulla “volontà di potenza” che ogni produzione culturale è in grado di esprimere ed esercitare. 

In questo senso, per riprendere i versi di Pessoa (Il guardiano di greggi) «ci sono alberi, fiori, erbe/e ci sono fiumi e pietre/ma che non c'è un tutto a cui questo appartenga» e «un insieme reale e vero/è una malattia delle nostre idee».

 

Sul terreno antropologico e della teoria antropologica Aime dà il meglio di sé, arrivando a mostrare con forza come l'identità non esista, non sia una cosa, e in ogni caso non possa essere considerata una né fissa, ma sia il nome improprio assegnato storicamente a un intrico di processi riflessivi e di sentimenti soggetti a storicità e costruzione sociale. Trovo straordinaria l'espressione in lingua bambara (Mali) «maa ka mmaya ka ca a yere kono» di Hampâté Bâ che viene reso con “le persone di una persona sono numerose in ogni persona”.

Tale rete dinamica di relazioni riflessive, se tolta dal contesto idealtipico e privata del suo carattere mobile, viene – come accade da tempo – ridotta e utilizzata consapevolmente come una nozione escludente e stigmatizzante. Una simile concettualizzazione, che riconfigura in modo radicale il senso del linguaggio costringendoci a scegliere con accuratezza tutte le parole, risulta tanto più significativa quanto restituisce lo scenario di una stagione di profondo cambiamento delle scienze umane e dei fondamenti epistemologici in cui, dichiarata impossibile ogni neutralità, l’oggetto di studi è inteso come il risultato della disciplina che se ne occupa, capace nelle sue forme di scrittura di una sovradeterminazione che può giungere sino all’invenzione. Categorie come cultura, popoli, razza, etnia, nazionalità mostrano così la loro attuale inservibilità, se non nel modo avvertito, problematico e decostruente che si deve agli strumenti concettuali, e si rivelano soggette a smobilitazione, esposte alla mancanza di peso ontologico e di fissità essenzialistica a favore di una concezione oscillante e instabile delle identità, irriducibili a categorie metafisiche e oggetti di continua rinegoziazione da parte degli stessi soggetti che se ne fanno portatori. Viene ribadito ancora una volta come le identità siano sentimenti di appartenenza divenuta e riflessiva, risultato di processi di identificazioni nei quali i soggetti stessi sono attivi e, simili ai sentimenti, non possano mai essere oggettivabili, e di come invece risultino reificati, manipolati e strumentalizzati nei diversi contesti del loro utilizzo. Leggi l'articolo.

 

La dimensione politica si fa infine prioritaria. Emerge in modo chiaro in queste pagine quanto sia storico e mutevole il confronto continuo di elementi di cultura materiale che confluiscono nell'auto-concezione che i soggetti hanno di sé; normalmente tali elementi vengono adottati e adattati, fatti propri e naturalizzati fino a essere incorporati in una concezione organica di cultura, a sua volta concepita come il tratto fondamentale dell'identità. La cultura non è una realtà di tipo super-organico rigida e definita: al contrario risulta dinamica, fluida, mutevole all'interno di rapporti di continua negoziazione che i diversi soggetti intrattengono con sé e tra di loro all'interno delle cornici culturali.

Nella sfera della comunicazione mediatica, invece, prendono vita rappresentazioni delle società culturali costruite sull'idea secondo cui le culture sarebbero sostanze definite tali da realizzarsi in individui che ne sono rappresentanti, incrementando quel razzismo, implicito anche nelle posizioni che simpatizzano verso il primitivismo, costituito dall'idea che gli uomini di un gruppo nascano, senza possibilità di mutamento, portatori di una data cultura e soggetti a un dato destino.

L'immagine ulteriormente sbagliata che ne risulta nella percezione della storia recente è che le società occidentali smetterebbero solamente in questa particolare congiuntura storica, ovvero con la “globalizzazione”, di essere pure e identiche a se stesse: un , o un NOI, che è un'inesistente e presupposta versione data e stabilita da chi ha il potere di farlo, irrigidita e cristallizzata in una determinata serie di immagini. Come sintetizza Francesco Remotti: «L'identità è un espediente ideologico per contrastare tutto ciò che può essere chiamato instabilità, precarietà».

 

Ora, «gli studi di genetica ci hanno dimostrato che non solo non possiamo essere classificati in razze nel senso stretto del termine», che «la cultura di un gruppo [...] si forma sulla base di cause ambientali e storiche nonché sul continuo scambio di idee» e che «possono essere la cultura e la storia a condizionare la biologia» (Aime). L'individuo dunque non è sovradeterminato dalla cultura e le società non sono mai state mono-culturali, in nessuna epoca fin dai tempi più antichi, e si sono invece costruite sullo scambio, sull'incrocio e sull'osmosi, nell'incontro come nel conflitto. Risulta decisivo da questo punto di vista il fatto che lingua, cultura e identità siano sempre state al centro di veri e propri progetti politici e di strategie discorsive radicate nella storia: Le appartenenze nazionali e regionali non sono solo concetti problematici che andrebbero trattati con guanti e pinzette, soprattutto quando si insegna storia o la si maneggia in pubblico, ma sono fenomeni storicamente fondati sulla lotta per il potere tra gruppi rivali a livello sociale, culturale e politico (e non posso per questo non richiamare l'importanza del classico lavoro di Hobsbawm e Ranger su L'invenzione della tradizione).

 

Utilissima dunque, accanto alla denuncia dei razzismi triviali, l'analisi che il libro propone dei nuovi identitarismi e di forme più sofisticate di differenzialismo culturale che stanno alla base delle teorie degli ideologi delle nuove destre radicali, giunte alla presentabilità e alla visibilità attraverso strategie di conquista dell'egemonia culturale, anche con titoli universitari e pubblicazioni.

Dietro «parole dai toni futuristi – scrive Aime – sta il nodo centrale: cosa si intende per “forma etnica” se non la razza, seppure camuffata da dato culturale?».

Nel nuovo «fondamentalismo culturale» (Verena Stolcke) siamo di fronte a uno scivolamento del vecchio razzismo, dalla razza all'etnia alla cultura, verso una nuova versione dell'avversione per il diverso da sé in salsa bio-storica o etnico-culturalista o identitaria che dir si voglia, in base a una logica che fa della fissità e della destorificazione ipostatizzante l'ennesima affermazione dell'indisponibilità a comprendere e ad accettare le differenze.

Pare banale dirlo ancora una volta: i movimenti di integrazione transnazionale politica ed economica hanno portato cambiamenti che molti hanno vissuto con inquietudine e disagio, mutamenti strutturali negli assetti sociali ed economici che vengono percepiti (perché dipinti) come spossessamento dell’identità, una identità tradizionale nostalgica e mai realmente vissuta o esistita, che hanno provocato una reazione di risentimento, paura e rabbia fino a quella esplosione e torsione sulle pratiche identitarie che è diventata ricerca isterica del noi, mito unificante e rito di legame. «L'identità etnica e culturale – sintetizza Tatiana Petrovich Njegosh – altro non sono che postmoderne versioni della razza a difesa di diritti concepiti come beni limitati».

 

Per questo è ancora più odiosa ogni autoassoluzione o misconoscimento del razzismo che si associa alla vittimizzazione da parte delle retoriche nativiste, in Italia una pratica diffusa e legittimata dall'alto, che si è vista in ogni occasione in cui il tema delle migrazioni e del multiculturalismo è stato oggetto di narrazione pubblica; e che ha contribuito alla normalizzazione del discorso su razzismi e fascismi, come se fossero realtà di fatto semplicemente da accettare perché nell'ordine delle cose.

Ancora una volta la semplificazione della realtà e la negazione della complessità dell'esistenza possono diventare la strada maestra per l'affermazione delle pratiche antidemocratiche e antipluraliste, autoritarie e violente; allora, proprio dalla messa in discussione di cosa (non) sia l'identità e dal ripensamento del presunto vincolo tra nascita e nazione, sulla base di una diversa concezione di essere al mondo, ci arriva chiaro l'invito a riconfigurare il rapporto tra idea di cultura ed educazione pubblica. Come ricorda Aime, citando Bauman, “straniero” indica «chi non si adatta alle mappe cognitive, morali o estetiche del mondo e con la sua semplice presenza rende opaco ciò che dovrebbe essere trasparente».

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