Mario Galzigna: spirito libero

È scomparso, il 26 ottobre scorso, in mattinata, Mario Galzigna: traduttore e curatore d’opera, fu anche filosofo, scienziato sociale, epistemologo clinico, storico della psichiatria. È a lui che dobbiamo la traduzione integrale della Storia della follia di Michel Foucault, di cui fu grande studioso collaborando anche con Feltrinelli nella cura e traduzione di numerose lezioni postume al Collège de France. Lui, il mio amico Mario, ha tradotto quel monumentale saggio, il più importante del Novecento. Un’opera culturale di enorme rilievo: fece, di quel testo, un palinsesto, introdusse ogni ripensamento, ogni annotazione, ogni variazione che Foucault aveva apportato. E, proprio come Foucault, fu instancabile traduttore, soprattutto dei testi di coloro che considerava i propri maestri: Binswanger, Nietzsche, e altri autori contemporanei.

 

Nel caso di Galzigna però essere traduttori significa molto: rendere la melodia di un testo in un altro testo di lingua diversa, lavorare nell’ombra. Tradurre gli dava la sensazione di comprendere l’autore dal di dentro, di immedesimarsi con il soggetto enunciante. Traduzione e studio procedevano intrecciati, tradurre consentiva a Mario Galzigna di sentire che Foucault era dentro di lui, che sì giocava in questo la sua fedeltà non fedele, non fanatica (chiamava foucaultini i seguaci esaltati del maestro). Mario prediligeva la lingua francese, che ben conosceva e cha amava. Una lingua barocca, piena di pieghe. Non sopportava la produzione dei saggi aneddotici e paratattici di lingua inglese, che non poco avevano contribuito a ridurre la complessità, rendendo la saggistica una sorta di divulgazione illetterata: “si incomincia dalla sintassi a ridurre la complessità!”, direbbe ora, se stessimo parlando di questo insieme.

 

Ci conoscemmo durante un convegno a Padova, una ventina d’anni fa. Era un convegno sulle psicosi. Parlava di cose meravigliose. Quando gli veniva chiesto di supervisionare, da filosofo, i servizi psichiatrici, Galzigna aveva assistito alla produzione artistica dei cosiddetti “soggetti psicotici”.

 

 

 

 

Nel suo libro Rivolte del pensiero (per Bollati Boringhieri) racconta a lungo di queste esperienze. Definisce la psicosi una “rivolta del pensiero”: la follia racchiude una genialità inarrivabile, qualcosa che proviene da quella macchina inarrestabile che Gilles Deleuze e Felix Guattari chiamavano inconscio. Produrre per produrre: senza prodotto.

Ci incontrammo – lui, io e altri – su questo terreno. Lui ci incoraggiava a scrivere su Louis Wolfson (schizofrenico a New York, genio letterario a Parigi), Jean-Jacques Abrahams (L’uomo che aveva smascherato lo psicoanalista con un magnetofono), a riprendere gli studi su Elvio Fachinelli, a confrontarci con Antonello Sciacchitano o Lea Melandri.

A Bergamo, con lui, avevamo organizzato un seminario permanente dedicato a Gregory Bateson, Gilles Deleuze e Michel Foucault. Il seminario si prolungò per sette anni, frequentato, oltre che da lui, da Adone Brandalise, Marcelo Pakman, Marco Dotti, Marisa Fiumanò, Nicole Janigro, Massimo Recalcati, Giacomo Conserva, Gabriela Gaspari, Massimo Giuliani e altri.

A Venezia avevamo lavorato insieme, insegnando in un dottorato in Filosofia e Scienza della Formazione. Mario è stato per me, per i miei colleghi e per molti dei miei studenti,un vero Maestro; anzi: un vero Mastro, perché, come amava dire, lo studio degli autori non serve a riverirli, sono come cassette degli attrezzi che ti permettono di usare i loro utensili. Attrezzi del mestiere per un pensiero intessuto di prassi.

Con Enrico Valtellina, Francisco Ortega, Jurandir Freire Costa, Marcelo Pakman, organizzammo un convegno dal titolo Tipi umani particolarmente strani, che poi è diventato il titolo di un libro di Valtellina (per Mimesis). Mario, ci aiutò a invitare Alessandro Fontana, grande collaboratore di Foucault. Lavoravamo in squadra: ognuno scriveva le proprie parti, ma l’essere insieme rendeva la firma del tutto irrilevante. La traduzione e lo studio che ci hanno visto approdare in Brasile nacquero da questi momenti collettivi. Fu in Brasile che – dopo aver visitato una comunità Guaraní – si ribattezzò Mario Guaraní Galzigna. Dalle sue mani uscì, insieme a Laura Liberale, la versione italiana del testo di Eduardo Viveiros De Castro Metafisiche cannibali (per Ombre Corte). Il suo rapporto con il Brasile, in quegli anni, fu il nostro rapporto col Brasile. Noi in Brasile e i brasiliani da noi.

Mario Galzigna era parte della mia quotidianità: gli appuntamenti telefonici erano frequenti e costanti, proposte, pensieri, progetti. Ci sono rimasti nella penna diversi sogni di collaborazione mai realizzati: un’opera da scrivere insieme su Joyce e Artaud; una su Gadda, o forse integrare Gadda con Joyce e Artaud!; formare un gruppo di scrittura con uno pseudonimo, una specie di Wu Ming che avesse prodotto saggi critici; e poi, e poi. Ogni colloquio un’occasione per guardare al futuro.

Mario era anarchico, antiaccademico, polemico e sarcastico con il mainstream degli intellettuali. Lo era davvero, lo era da sempre. Ricordo una frase, durante uno dei suoi seminari Bateson-Deleuze-Foucault, che divertì tutto il pubblico: “In Accademia diranno che sputo nel piatto dove mangio… Ebbene sì!”. L’accademia lo aveva maltrattato, impedendogli le promozioni che non solo avrebbe meritato, ma che ha comunque saputo ottenere al di fuori, ai margini dell’università.

Mario ha sempre incoraggiato i suoi amici e conoscenti ad andare avanti, a scrivere, parlare, pensare, Senza frode o favore (Aracne), come recita il titolo di un libro di Jurandir Freire Costa, suo, e nostro, grande amico brasiliano.

Piango lo spirito libero di Mario Guaraní Galzigna, forse l’ultimo spirito libero tra i liberi pensatori.

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