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Mattotti: castelli senza parole

A cosa servono i capitoli? A niente. I paragrafi? Idem. Gli a capo? E gli indici? E le note? E i numeri di pagina? Le prefazioni? Le postfazioni? A niente, non servono a un bel niente, solo per fare scena, decoro, ordine. Se gli artisti (tutti, poeti compresi) potessero liberarsi dei materiali di riempimento e delle convenzioni si otterrebbero risultati sorprendenti. Usare soltanto quello che serve e niente più, dire soltanto quel che si ha da dire e nient’altro. Del resto lo spiegava già Aristotele: ciò che si può togliere e mettere senza che niente cambi deve essere tolto. Semplice? No, quasi impossibile. Lorenzo Mattotti invece frequenta da tempo quest’arte essenziale. Basti ricordare Linea fragile, il libro della linea sottile, in continuo equilibrio con il bianco delle pagine, un segno veloce come un’apparizione. Non voglio però che questo libro resti schiacciato da mezzo secolo di carriera pirotecnica. Conosco Mattotti da molti anni. Recensii tra i primi un suo tenero fumetto: Tram Tram Rock. Abitavamo a Bologna nello stesso quartiere ma ci siamo conosciuti a Parigi, da decenni sua città d’adozione. Anche lui figlio di un militare (ben più graduato di mio padre) il nostro è stato l’incontro di due nomadi.

 

Abbiamo anche fatto dei libri insieme, lavorando con piacere e senza stress, quasi giocando. Questo volume in ampio formato, Riti, ruscelli, montagne e castelli, uscito in contemporanea in Francia (Actes Sud) e in Italia (Logosedizioni) raccoglie i suoi disegni nati in questi ultimi due anni. Dopo gli anni dedicati al cartone animato La famosa invasione degli orsi in Sicilia, tratto dal noto racconto di Buzzati. Il cinema come si sa è tiranno e dirigere tanti disegnatori, coordinare i meccanismi produttivi, insomma fare il regista, credo sia stato un evento per lui abbastanza sconvolgente. Finiti gli inevitabili balletti del film, Mattotti si è precipitato nel suo studio e in perfetta coincidenza con la pandemia non ne è più uscito. Ha disegnato opere che trasmettono la sua voglia di libertà, di andarsene solo da qualche parte. La libertà di questi disegni non ha però il significato stucchevole che si dà di solito a questa parola. Esiste una libertà dolente? Una sensazione contraddittoria, difficile da descrivere con le parole, e infatti Mattotti di parole ne usa davvero poche, all’inizio del libro, virgolettate come una dichiarazione: “Ho viaggiato su linee di confine. Tra castelli e foreste di matite ho trovato segni che narravano storie, e segni che erano le storie.” Visto che abbiamo a disposizione queste poche parole soffermiamoci un istante: ho viaggiato. E ora che fai? Ci racconti i tuoi viaggi? C’è un acquerello, nella pagina accanto (e non è lì per caso, teniamolo d’occhio), possiamo immaginare una sorta di autoritratto perché c’è un uomo con le mani in tasca che guarda da un normalissimo terrazzo un panorama che sembra appartenere a un altro luogo.

 

 

La Scozia, per esempio. Il sole è basso all’orizzonte, l’ombra dell’uomo è lunga ed è come parte di lui. E se non fosse il sole ma soltanto la luna? Lo vediamo di spalle, appena due dita di viso. Sembra poco fornito di capelli ma la sua posizione eretta ci dice che è in salute. I suoi abiti invece accennano a terre lontane. Un gilet a righe colorate che potrebbe indossare un giocatore di biliardo argentino. Il viaggio è dentro e fuori di lui. È lui stesso il viaggio. Che però non assomiglia affatto ai numerosi viaggi vissuti da Mattotti. Che ha realizzato anche splendidi paesaggi in bianco e nero, per esempio sulle tracce di Chatwin. Questo è un viaggio diverso, perché è totalmente un viaggio interiore. Il panorama, la scena, è disegno puro, cioè nasce dal suo stesso manifestarsi come segno. Il paesaggio dipinto dalla mente. Lo dice chiaramente nella sua dichiarazione: i segni sono le storie. Le matite, strumento amatissimo da Mattotti (impossibile non citare l’indimenticabile Fuochi, di certo uno dei fumetti più belli del ‘900, e i preziosi totali di Caboto), che con pazienza certosina riesce a trasformare in morbide cere. In un certo senso le matite sono l’esatto contrario di un acquerello. Linea, macchia. C’è ordine, nel mondo che esploriamo, il disegno si abbandona a tratti a una geometria variabile, insensata e perfetta, gelida o piena di vita, che appare in esplosioni di fiori, in sorgenti purissime, in luoghi dove appaiono e scompaiono bellezze sorgive e un uomo che invece ha risalito la corrente e è alla fine del viaggio. Le trasparenze dell’acqua hanno sempre affascinato Mattotti, molti ricorderanno i suoi splendidi amanti avvinghiati nell’azzurro del mare. Uno dei temi di questi disegni è certamente la bellezza.

 

L’attrazione che esercita come una calamita: un uomo liquefatto si avvinghia a lei, come per carpirle un segreto, per succhiarne la vita. C’è una grande sensualità, in questi disegni, ma una sensualità disperata che si trasforma in segno barocco, scultoreo. Dafne, bellissima, si trasforma in albero. Apollo, anche lui bellissimo, non può farla sua. Il rito diventa la rappresentazione del desiderio. La bellezza è più forte degli Dei, anch’essi cercano di carpirla non potendo possederla in altro modo. Cos’è esattamente questa fantasia del possesso? La schiavitù del possesso, potremmo definirla così. Certamente un altro tema importante del libro. Come constatava Hölderlin possiamo interrogarci in profondità ma dalle nostre profondità giungeranno in risposta soltanto sogni inspiegabili. A volte spietati, dolenti, a volte dolcissimi. Cosa sono quelle gabbie infernali nella camera degli amanti?

 

 

Di chi sono i corpi legati che incombono su di loro? Sono gli attori del desiderio, che torna ossessivo mutando di colore e di umore. Ma dove va il vecchio pittore, nel fango e nella pioggia? Va per strade inesplorate, è solo, stanco, appesantito dal sacco buñueliano che gli piega la schiena.  Sarà quello il vero viaggio? In un pantano infinito che quasi lo avvinghia, in un panorama di pioggia perché non c’è proprio niente da vedere. Più che nelle ninfette sorgenti dalle acque la bellezza sembra essere proprio lì, nel fango e nell’indistinguibile.  Il pittore è un van Gogh, come un Pulcinella del Tiepolo. La ricerca della bellezza lo ha spinto oltre ogni confine, e sai di aver superato un confine perché non c’è niente di noto attorno a te e non sai più dove sei. La bellezza allora è nelle geometrie della pioggia, è un bagliore nel cielo profondo, è un colore. Il mondo sembra apollineo ma il personaggio maschile assomiglia a Dioniso.

 

L’artista-mostro che appare in molte visioni (i capitoli di questa storia), può essere anche pericoloso nel suo bisogno di tenerezza, nella sua disperazione che vede riflessa nello specchio. Nei sogni castelli e fiori si assomigliano, sembrano tutti spuntati dalla stessa terra e più che abitazioni i castelli custodiscono templi e teatri rituali. La scenografia è un’architettura naturale. Gli alberi stessi diventano architettura, indicano strade misteriose che sono il cammino del viandante. Il rito è l’amore, il rito è danza. Il prezzo è la provvisorietà: la corrente porterà via chi abbiamo amato, riprenderà il cammino che non può mai arrestarsi, e le esplosioni di vita sono un ricordo ossessivo che ci accompagna. In una splendida pagina dal gusto surrealista l’uomo piange un fiume di lacrime.  Sarebbe utile indicare un numero di pagina, ma in questo libro non ci sono numeri di pagina, soltanto disegni. E alcuni, proprio come i sogni, assomigliano a rebus, dove le figure si intrecciano su un piano apparente, ma non sappiamo se i due mostri con pugnali combattono soltanto nella fantasia dell’uomo che scrive o sono invece un ricordo. L’avventura, l’amore, la violenza, la paura, sono ingredienti del viaggio, infinito e solitario.

 

 

Il viandante è un uomo che vive di ricordi. Lontani paesi visitati, danzatrici sinuose, rifugi provvisori.  Sono i paesi della pittura, non della geografia. L’uomo-mostro, già apparso in numerosi disegni del passato e in altre storie, a volte in aspetto taurino, merita una riflessione a parte. Non solo per registrare l’assoluta incompatibilità con il suo autore, che è un signore gentile e mitissimo, ma per coglierne un contenuto evidente e contraddittorio: il mostro è spinto dal dolore più che dalla ferocia. È lui stesso parte del dolore che causa, ne è anche lui vittima. Il male sembra essere come l’antimateria: deve esserci per forza. Forse sono questi i confini a cui allude nella sua dichiarazione: varcati quei confini il male e il bene coesistono, si nutrono della stessa bellezza. Il libro ha una inattesa chiusura e non voglio svelarla. Torna l’acquerello dell’incipit, ma stavolta l’uomo non è più solo. 

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