Memorie di un entomologo

Sono io quest’uomo di mezza età che nel cuore della notte si dedica al piacere solipsistico dello studio della sistematica dei carabi. Chino sulle scatole entomologiche aperte, al bagliore dello schermo del computer, con una pipa spenta in bocca computo le specie, redigo liste, compio viaggi immaginari nelle regioni di reperimento e cattura, invio mail agli entomologi e acquisto esemplari su ebay. Sono davvero io che mi perdo in queste liste di nomi cui godo nel vedere corrispondere specifici esemplari, chitine essiccate e accuratamente preparate su cartellini? Colui che si smarrisce nell’osservazione delle catenulazioni delle elitre e che traduce studi evolutivi che ne spiegano la formazione. Pinze, forbici, spilli, etichette, date, nomi. Un universo classificatorio che riempie il silenzio, intervallato dal suono frusciante delle poche vetture che transitano per strada. Finché la stanchezza non ha la meglio sulla poesia di queste reliquie, la fiacchezza non socchiude la vista, io in questi frammenti scorgo il mondo intero. Finché l’alienazione non arriva a tal punto da non distinguere più me quasi vivo da loro non del tutto morti, finché nella mente il confine non diventa confuso, labile, indistinto, consapevole che nessuna separazione passa, nello scorrere del tempo scandito dal respiro di me che sto per prendere sonno, ormai sopraffatto, e questi insetti simili alla pietra, al sasso, al nulla.

 

PROCERUS

 

Catene montuose sepolte, crateri logori, tracce di terremoti e di avvallamenti. Faglie screpolate e rugose, cosparse di ossidi, tra piaghe e bernoccoli: ecco le elitre del Procerus gigas. Oppure la buccia di un’arancia corrotta, del colore dell’ossidiana. Superfici tanto nette e tanto scabre. Le elitre di certi altri carabi sembrano invece geodi estroflesse. Nelle peregrinazioni notturne tra i coleotteri contenuti in queste scatole, quante volte mi sono immedesimato nelle loro sembianze di pietra! Lo sguardo erra tra amuleti e reliquie: mandala precursore di meditazione, l’esoscheletro del carabo ispira bizzarre fantasie, forme arcaiche, pietre talvolta ammaccate e senza peso. Riordino la collezione, cambio i cartellini, spillo esemplari preparandone gli arti in simmetria. Gli addomi sono svuotati sotto la coppa delle elitre. C’è una intercapedine di vuoto e di silenzio nei grandi hangar che ricoveravano il ventre molle. Reti di nervature indurite. Bordature bronzee. Minuscoli palpi e labbri che si dipartono da bocche taglienti, teste solcate da rivoli rettilinei. Creste acuminate e cavità circolari. Crateri colmi d’oro. Verdastre vene varicose.

 

DISAPPARTENENZA

 

Non giova mostrarsi troppo attaccato alle cose del mondo, figurarsi a una vecchia collezione di insetti! La osservo con distacco e con passione allo stesso tempo. Il distacco studioso dell’entomologo e di chi si astiene. Ma al contempo la passione di chi coglie il dettaglio, il particolare, e da lì risale per gradi di analogie all’universale. Ogni esemplare è un’esca per gli occhi, che invita e al contempo palesa una lontananza, un divieto.

 

ESOSCHELETRI

 

Tenere in studio davanti a me queste pile di scatole entomologiche ingenera acedia, l’enigma irresolubile della domanda “a che scopo?” posta senza ardore, in maniera astenica. Non esiste il benché minimo presagio di vita nel Carabus glabratus, nella sua forma di ciottolo levigato. Ho superato il sesso, ogni forma di desiderio carnale e riproduttivo. Per questo ho ripreso con tanta dedizione il riordino di questa collezione di coleotteri. Ogni essere sessuato è necessariamente mortale. In questa estetica dell’inorganico perseguita con zelo nell’allineare gli esemplari stesi sui cartellini si svela invece la durezza cristallina dell’essere postumi a sé stessi. Emblemi della vanità della vita, ogni velleità di voler essere e riprodursi, questi esoscheletri, tali gusci, sono capaci di placare.

 

CARABI D’ORIENTE

 

I Coptolabrus – assai ambiti dai collezionisti – sono certo un riassunto, un concentrato degli ori e dei metalli d’Oriente. Resto ammaliato dall’esotismo di tali carabi cinesi, testimoni dei vasti ed inesplorati territori asiatici. Maniglie, scudi, vasi, suppellettili, lampade. Manca solo il genio, in una caverna sovrabbondante di ricchezze. Trapela dalla loro presenza nella teca, dietro il cristallo della scatola entomologica, da minimi scarti che la contraddistinguono da quelli europei, un concentrato di forme e decorazioni orientaleggianti. Oppure i Carabi delle steppe del Caucaso, laddove abitavano gli Osseti, quello che è stato riconosciuto come «l’ultimo avanzo del vasto gruppo che Erodoto e altri storici e geografi dell’antichità indicavano col nome di Sciti e di Sarmati» secondo Georges Dumézil (Il libro degli eroi. Leggende sui Narti, Adelphi, 1969), fino agli Imaibius caschmirensis caschmirensis (Redtenbacher, 1842) neri come l’ossidiana. Ma il Carabo che più di ogni altro incarna per me i tesori d’Oriente è il Neoplesius draco Březina, 1999. Nato dentro un nido di sassi del Sichuan, sembra fatto di squame d’ottone. È un artefatto, oggetto d’arte lavorato a sbalzo: s’invertono le parti tra il creato e il creatore. Vorrei incontrare l’artigiano cieco che ha manipolato la materia in foggia di antico rame persiano. Bronzo asiatico. Ottone inciso. L’evoluzione ha passato al vaglio la materia fino a ottenere tale forma loricata. Le catenulazioni evidenti a sbalzo sulle elitre sono le code di un drago dalla grande testa. I tarsi artigliati. Non mi meraviglierei se il Carabo sputasse da sotto i palpi mascellari, simili a barba, delle minuscole fiammelle.

 

CARABUS (CALOCARABUS) JUENGERIANUS

 

Per quanto ancora questi carabi dovrò nelle teche allineare? È un paziente esercizio di collezione e catalogazione per ingannare il tempo, il vuoto. Il tempo che mi separa dalla fine del tempo. Il vuoto sottostante ai loro nomi ripartiti in sistematica. Vorrei votarmi al sacrificio comprando da mercanti russi su ebay rari esemplari provenienti dalla Cina. Così, in quanto resi cose, divenuti merce, li starei distruggendo e la distruzione è forse il mezzo per negare proprio il rapporto utilitario tra l’uomo e l’animale.

Quale è l’esperienza interiore che mi lega a queste forme, mi chiedo, che non sono cose, ma esseri viventi. O almeno lo sono stati, quando zampettavano nel sottobosco di regioni impervie e impronunciabili, in territori così remoti da confinare con la fantasia. Osservo una coppia di esemplari di Carabus (Calocarabus) juengerianus. La specie è stata descritta nel 1995 dal dottor Frank Kleinfeld, chirurgo di fama e brillante specialista di Carabini, in particolare dell’Estremo Oriente, che l’ha dedicata allo scrittore ed entomologo tedesco Ernst Jünger, autore delle sopraffine pagine raccolte nel libro Cacce sottili. Si tratta di un carabo di taglia media, dalla testa larga, le elitre striate e granulate, di un verde bronzato. Un amico del chirurgo, M.E. Görgner, ne aveva trovati per la prima volta nove anni prima, a circa 3.500 metri di altitudine, sul passo di Wolong, ai confini delle provincie cinesi di Gansu e Quinghai, nella parte nord-orientale dell’Himalaya.

 

“La tassonomia costringe tutto quello che vive in un nome; quello che vive però supera il nome.” Forse dovrei dimenticare tutto ciò che so su questi insetti. Il sacrificio dev’essere innanzitutto sacrificio di un sapere. Non è possibile raggiungere l’oggetto della conoscenza senza che la conoscenza stessa non sia dissolta. Eccomi proiettato con la fantasia nel reame del Gran Mogollo, nelle terre del Prete Gianni. Le “cacce sottili” non richiedono solo attenzione, discernimento e pazienza, la conoscenza delle piante e del suolo, dei costumi degli insetti. Contrariamente a ciò che si può immaginare, esigono per sovrappiù adepti dotati di resistenza e prestanza fisica, coraggio, dato che le alte vette della Cina sono più pericolose e meno accoglienti di un resort in Alta Savoia. Oltre, ovviamente, a ottime risorse economiche.

 

Come comprendere pienamente un Carabo? Seguendo la via del non-sapere, per cui il nulla della cosa ridotta a oggetto viene tolto nell’esperienza dell’oscillazione che “abita” le cose e che ne fa il luogo di transiti, d’infinite possibilità. Occorrono infatti circa cento euro per aggiudicarsi una coppia di tali chitine essiccate, nel corso degli anni destinate ad un deperimento inesorabile, al disfacimento in polvere a causa dell’attacco di muffe e dermestidi. Ma un genio verde e malvagio agita la mia bramosia di possesso. Tutto è transitorio nella vita, tutto passa e tutto scorre, la vita, il denaro e pure l’oro degli imperatori. Così, nel nome di Ernst Jünger, con addosso una febbre esitante, oggi posso finalmente affermare di possederne uno.

 

FUROR ENTOMOLOGICUS

 

Nella loro struttura tripartita tra capo, torace e addome, nelle zampe come propaggini per agire e aggirarsi sulle superfici, gli insetti e i Coleotteri in particolare, ci assomigliano, assai più dei pesci e degli uccelli, delle meduse o delle conchiglie. Noi inoltre, affascinati dai loro colori sgargianti, vogliamo somigliargli e talvolta adornarci di loro. Il Carabo, smembrato o colto nel suo ambiente naturale (il tutto eccede la somma delle parti) per definizione, in quanto altro da me, custodisce un nucleo di mistero, di non detto, di inconoscibile. Il carabo dà piuttosto voce al “diverso da me”, al profondamente diverso, elemento indispensabile nel processo di costruzione della mia identità. La ricerca è quindi piuttosto quella d’una anteriorità archetipica. Un viaggio in terre spopolate, desertiche. Foreste boreali, steppe sterminate. Luoghi impervi e inospitali. Il viaggio degli Argonauti (Microplectes argonautarum). Oppure un viaggio all’interno della materia. In Patagonia (penso a Chatwin) in cerca di Ceroglossus. Sono andato in Islanda con Google maps, dove abitano solo due Carabus – ma il fatto è di per sé già stupefacente – il nemoralis e il problematicus, entrambi sulla costa meridionale. Non male per quelle latitudini. O nelle brughiere della Scozia dove, tra brume e cespi d’erica, tra l’oscurità della torba, deve aggirarsi il Limnocarabus clatratus jansoni variante tipica di quelle regioni.

 

Daniele Verucchi, Cychrus italicus

 

COLLEZIONE

 

M’avvicino agli esemplari contenuti nelle scatole entomologiche come se fossero sacre reliquie estratte dal corpo della natura. È un atteggiamento di fascinazione e rispetto che ho avuto nei confronti di tali esoscheletri fin dal primo istante in cui mi sono stati donati come lascito a seguito di un’eredità. Stessa deferenza, distacco, ammirazione e morbosa attrazione. Provo un ossimorico stato di eccitazione nella visione di tutti questi esemplari, misto a rigore scientifico. Mi sforzo d’immaginare la storia di tale raccolta, dei singoli esemplari, da quando sono stati trovati, catturati in boschi o in selve in cima ai monti, agli entomologi che li hanno nel tempo preparati, determinati, scambiati o venduti. Tra la fissità dei carabi la fantasia nell’immaginare le loro storie s’apre una fessura, uno spazio vertiginoso da cui sgorga una corrente. È anche un pellegrinaggio, che affronto non senza timore e qualche incertezza. Non sono un turista in mezzo a questi elementi della materia, ma scandaglio un abisso di sogni e pensieri. Non ho un programma, un indice o un percorso già segnati: vago alla ricerca del Carabo. Erro (esistono infatti sia il Carabus vagans che l’errans). Esploro gli strati profondi dell’humus in cerca di altri mondi. Cerco conferme: che queste specie esistano, nelle forme e nei luoghi già descritti da altri (guarda, la realtà c’è, esiste, ed è proprio come è già stata descritta). Cerco conferma della mia esistenza. Il piacere della riprova, della misurazione geometrica: il reale esiste, in modo scientificamente dimostrabile. La geografia dei carabi. Ma al contempo ricerco l’abisso, il non detto, l’imprevisto, lo sconosciuto. Se non in senso assoluto, almeno relativamente alla mia coscienza. Cosa brulica laggiù in fondo, cos’è quel riflesso fugace.

 

LAPIDARIO

 

Organizzo la collezione – che ho ereditato lo scorso anno dalla figlia di un medico fiorentino – come un lapidario. Sarebbe per me impossibile, per ragioni di spazio e di tempo, riordinare in sistematica. Allineo ciò che ha collezionato chi mi ha preceduto come se fossero pietre preziose. Non sono animato da un interesse commerciale; piuttosto col trascorrere del tempo questi Carabi s’apprestano a diventare simboli naturali, corrispondenti se non a segni astrologici, ad emblemi di specifici paesi, particolari biotopi, luoghi e culture caratteristiche, talvolta scomparse o estinte. Personificazioni di un’alterità. La “scrittura dei carabi”: attraverso il bagliore delle loro elitre e l’eccezionalità delle loro forme inconsuete, eccitano la curiosità dell’appassionato (penso ad alcuni passi di Novalis, Enrico di Ofterdingen; Tieck, La montagna delle rune; Hawthorne, Il grande carbonchio; Stifter, Pietre colorate). Alcuni carabi assorbono, altri riflettono la luce. Le superfici porose, dai colori caldi e marroni si alternano agli smalti, ai metalli freddi dei verdi, dei blu, dei viola, lucidi come uno specchio. La mia mente legge impresse profondamente sulle loro elitre passi da Gaston Bachelard, La terra e le forze. Le immagini della volontà. Ma anche Francis Ponge, in una prosa come Il ciottolo.

 

Daniele Verruchi, Solieri liguranus

 

CATENULAZIONI

 

Le elitre sono la coppia di ali sclerificate che ricopre, quando non si è atrofizzata, la seconda coppia di ali che i coleotteri usano per volare, proteggendo l’addome molle, altrimenti indifeso. Possono essere lisce o rugose, scure o colorate e sopra di esse si possono manifestare svariati disegni dalle incredibili tonalità di riflessi. Quasi tutti i carabi hanno le elitre solcate in senso verticale da canali e cordoni, colonne indurite di chitina i cui centri pari corrispondono a punti infossati e le interstrie dispari corrispondono alle primitive nervature dell’ala (la forma e l’evoluzione di queste sculture è stata a lungo analizzata e studiata da Lapouge nel 1929 e da Jeannel nel 1940). Ammiro tale solida varietà di forme naturali, il modo in cui l’evoluzione abbia portato a tante differenti specie, ciascuna specializzata, adatta a vivere in un determinato ambiente. Anche altre specie di coleotteri, come le cetonie o i buprestidi, sono simili a monili di metallo però vivono, nella forma finale di immagine, al sole sui fiori, accumulando quindi splendore ad altro splendore, quasi confusi nell’ebbrezza solare. La preziosità del gioiello lavorato a sbalzo del carabo è invece ancora più manifesta poiché invece escono zampettanti, perfetti, lustri, loricati, catafratti e fiammanti dal viscido delle tenebre, dal verminare della materia in decomposizione del sottobosco. Emergono come un abbaglio nell’opacità del buio e questo contrasto aumenta certamente il loro fascino.

 

ACEDIA

 

Incantato dalla bellezza della visione del Carabo e delle sue elitre scolpite, dal poliedro irregolare del suo pronoto s'irradia la luce scura della mineralizzazione, una sottile acedia che vira in melancolia. Carabus depressus. Carabus melancholicus. Tradurre con precisione le apparenze morfologiche. Solo il calco verbale, l'ecfrasi di questi Coleotteri, consola la mia perdita di senso, la sensazione di completo annullamento. Disindividuazione e spersonalizzazione, dissoluzione nella natura. L’acedia sale nel contemplare troppo a lungo in maniera ossessiva queste forme. D’altra parte ne risulto ammaliato. Scatole su scatole di Coleotteri scuri, neri, zigrinati. Incisi a punta secca. Come corrosi dagli acidi. Chiuso nel mio studiolo entomologico, mi sembro il ritratto della Melancolia di Durer. Una presa di distanza dal mondo e dagli uomini. Bile nera e flegma.

 

NIELLATURE

 

Sono minuscoli rilievi che sembrano incisi pazientemente a sbalzo – “niellature”, appunto – le catenulazioni delle elitre dei carabi, disposte in linee verticali. Paiono quei fastosi fregi di cornice scolpiti da pazienti artisti del passato, simili alle cordonature del pulpito di Donatello a Prato. Ma non sono torniti nella pietra, con azione del togliere, questi insetti artigianali, quanto piuttosto paiono ottenuti per azione di porre in stampi e ribattere e rimartellare diversi strati di metallo. Ecco mostrarsi alla vista l’intarsio delle rivettature e i riflessi che costeggiano le scogliere del pronoto. Le elitre sembrerebbero state sottoposte precedentemente a processi di stiratura e laminazione. Ci sono carabi che portano punti impressi per punzonatura, sortendo spesso l’aspetto di catene allineate in fila. Gli intervalli in rilievo, detti altrimenti "interstrie", sono allora regolari, scanditi dallo stesso numero di fossette e borchie lungo le scanalature, secondo uno schema primitivo, ternario, detto appunto dagli specialisti "triploide omodinamo". Mi domando quale bulino medievale, quale lega fusibile a basse temperature o grana macinata finemente in acqua sia stata usata per ottenere tale portentoso risultato.

 

Esistono anche varietà dello schema ternario di base in cui punti, linee e intervalli s’avvicendano e intrecciano in maniere sempre più complesse, talvolta pure con piccoli errori di battitura nell’erroneo accavallamento o incrocio delle strutture. Un orafo cieco chiamato evoluzione ha realizzato per via di minimi assestamenti progressivi questo codice, evidente manifestazione estetica di un sottostante schema, regola del numero e della proporzione che sta alla base di ogni cosa. Questi mirabolanti intarsi sono per lo più nerastri, ma al contempo cangianti di mille colori dell’arcobaleno e, negli esemplari dotati di corredo genetico più eccezionale, addirittura verde smeraldo, azzurro cupo, rosso fuoco. Nei millenni ha trovato compimento un processo abrasivo di lucidatura, cui è seguita la brunitura delle coste, dei deboli spazi fra le fila dei rilievi.

 

Queste particolari cheratine mimano i metalli preziosi miscelati col borace, mentre in altri gruppi di carabi la scultura è genericamente più o meno "degradata", quasi liscia, cioè con intervalli “anastomizzati”, come si dice in gergo tecnico, e quindi non chiaramente riconoscibili. In questi esemplari le elitre appaiono spianate con fine carta smeriglio, diventando terse come un cristallo. Gli intervalli primari, gli ultimi a sparire, a non essere più individuabili, sembrano allora stemperarsi in una specie di lega metallica lucidissima, tirata a specchio, che include carbone, zolfo, rame, argento. Sono sicuro che unendo il tratteggio di punti e nervature che attraversano il corpo tatuato del carabo emerga un disegno simmetrico, codice morse in cui è riassunto il messaggio universale che unisce le profondità ctonie alle costellazioni di galassie.

 

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