Pane selvaggio pane bianco pane inutile

Abbiamo affidato ai nostri autori la lettura di un classico che non conoscevano, da leggere come se fosse fresco di stampa.

 

Ci sono libri in grado di imporsi all'attenzione del lettore per molto tempo, cogliendo una esigenza profonda ben oltre le mode o le curiosità effimere. A questo tipo di libri viene associata in genere la parola "classico", non senza ragione. 

Secondo l'intuizione di George Steiner classico è poi quell'opera che attraverso l'esperienza estetica riesce a parlare all'uomo indipendentemente dalle circostanze in cui egli viva. Per sua "alchimia" un classico dialoga sempre con l'"umano" sia quell'opera un romanzo, un dipinto, una pezzo musicale.

 

 

Leggendo Il pane selvaggio di Piero Camporesi (Il Saggiatore 2016 con prefazione di Umberto Eco) non si compie un’esperienza estetica – il libro è infatti un saggio, scritto sapientemente, con tematiche per certi versi magnetiche, ma sempre un saggio, un libro cioè di ricerca e riflessione. Eppure il libro potrebbe essere definito classico, anche se dopo poche pagine sarebbe stato respinto dai lettori solo due, tre secoli fa, e in molte regioni d'Italia ancora alla fine dell'Ottocento. Sarebbe stato respinto perché "libro inutile": quello di cui racconta Camporesi erano infatti i comuni abissi alimentari della povertà e della carestia, della triste realtà quotidiana, spesso un cibo sub-umano di cui "pane selvaggio" è qui sintesi linguistica, espressione felice.

 

No, il libro può essere un classico solo per noi consumatori, generazioni nate dagli anni del boom economico in poi per le quali un cibo buono, sano, poco costoso fa parte dell'orizzonte esistenziale più o meno come ne fanno parte la televisione, la colazione al bar, una lunga vita, la pace come diritto e destino... banalità e verità forse effimere, effetto solo di alcune pagine di storia, le più recenti.

La fame e le carestie sono state in realtà elementi comuni alla condizione umana per quasi tutta la sua storia. Camporesi ci accompagna alla scoperta di questa dimensione – rimossa solo da un tempo che vale un amen – e ci introduce ad un orizzonte esistenziale di sopravvivenza elementare in cui la fragilità del vivere sociale si rivela in tutta la sua nudità, con tutti i rimedi estremi alla fame. Soprattutto il pane, al centro dei bisogni della vita quotidiana e di ogni alimentazione ideale, nella fame diventa mescolanza di ingredienti commestibili e non, "artifici" per aggirare estrema penuria e nutrizione oppure per dimenticare entrambe. Così, purché fossero sfarinabili, insieme ai cereali minori (miglio, panico, sorgo, "scandela", "roba") e a legumi improbabili (fave, lupini), troviamo elementi vegetali come la veccia, dai sicuri effetti tossici o i semi di papavero, di canapa, di loglio, dagli effetti sedativi o allucinogeni in grado di instupidire e di fare appunto dimenticare la fame. Ma è quasi "infinita" la varietà di mescolanze improbabili quanto disperate alle quali Camporesi ci introduce nelle sue indagini compiute sui testi, sulle testimonianze e in definitiva sulla vita dell'epoca preindustriale.

 

 

 

Stampato per la prima volta nel 1980 Il Pane Selvaggio può allora essere un classico per tutte le generazioni nate e vissute nel benessere. Si resta affacciati a un balcone da cui si osserva muoversi la disperata umanità che ci ha preceduto, abbastanza vicino per percepirne fisicamente non solo la fame, ma anche i gesti, le abitudini, i tentativi di sopravvivenza e soprattutto una vita che nella sua nuda biologia era sofferente, offesa, avvilita, piagata...

Una storia e un destino che l'Occidente e le sue ultime generazioni hanno rimosso e cancellato ma che sono state lungamente parte della condizione umana e appunto del suo destino.

Un libro che è impossibile leggere di un fiato, tale è la densità dell'umanità brulicante e sofferente che siamo stati. Oggi, nell'epoca in cui, almeno da noi, il pane comune è bianchissimo, in cui è spesso alimento accessorio e "inutile", in cui la parola "companatico" ha bisogno del vocabolario per essere compresa dai più giovani, Il pane selvaggio è anche libro che va oltre ogni stupida moda sull'alimentazione, ogni banalità da "savi ignoranti" che ci fa sparlare di proteine, di calorie e di omega 3 senza essere nemmeno sfiorati, nemmeno una volta, dal dubbio da dove proveniamo. 

Un classico dunque che non parla all'umano presente in noi ma certamente parla dell'umanità che siamo stati e per la quale dobbiamo considerare presuntuosa l'idea che da essa ci siamo definitivamente separati... imprudente sarebbe cioè aggiungere le parole "per sempre".

 

Scrive Umberto Eco: "Camporesi legge e scopre testi che le storie della letteratura hanno ignorato... ha passato la vita a riscoprirli e a rileggerli come testimonianze di un modo di vivere... Camporesi è un signore che entra in una stanza dove c'è un tappeto dai disegni e dai colori bellissimi, che tutti hanno sempre considerato come un'opera d'arte; lo prende per un lembo, lo rivolta e ci mostra che sotto quel tappeto brulicavano vermi scarafaggi larve tutta una vita ignota e sotterranea. Una vita che nessuno aveva mai scoperto, eppure era sotto il tappeto..." 

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