Peter Holtz, Autoritratto di un uomo felice

Nel trentennale della caduta del muro di Berlino, Feltrinelli pubblica in Italia, con la traduzione di Stefano Zangrando, l’ultimo romanzo di Ingo Schulze, uscito in patria nel 2017: Peter Holtz, Autoritratto di un uomo felice. Il protagonista della storia è Peter Holtz, personaggio di cui seguiamo le peripezie negli anni a cavallo della caduta del muro. Il genere letterario scelto da Schulze per raccontare questo homo germanicus è il romanzo picaresco. 

La scelta del genere picaresco appare l’aspetto più interessante del libro. Ma rispetto al canone (di origine spagnola) Peter Holtz devia in alcuni punti fondamentali. Se infatti Schulze rimane fedele al procedimento autobiografico (Peter, orfano di genitori fuggiti a ovest, racconta in prima persona le proprie avventure), e se è vero che, da tradizione, il suo protagonista è un uomo che nasce in una realtà fatta di stenti (in questo caso la DDR), la condotta del personaggio non è mai improntata all’aggiramento della legge e della morale per fini di tornaconto personale, né per questo è dominata dall’astuzia. Astuzia e amoralità sono al contrario i capisaldi del mondo entro cui il picaro Peter si muove.

 

Peter piuttosto ci appare immerso in un’aura di ingenuo candore. Perciò questa Autobiografia di un uomo felice a conti fatti non è la vicenda di un picaro che si immerge nelle acque torbide della società, ma la storia di una società torbida che tenta in ogni modo di contaminare le acque limpide di un picaro innocente.

Il capovolgimento del paradigma è messo in luce fin dall’inizio della storia. Il romanzo si apre un sabato di luglio del 1974 con una classica scena in cui l’orfano Peter mangia a sbafo in un ristorante. E fin qui siamo nella tradizione. Ma per uscire indenne da questa situazione, il picaro non tenta un raggiro, semplicemente sostiene le cause del socialismo, la prima delle quali prevede la soddisfazione dei bisogni primari di ogni uomo. “Finché sono un bambino”, intima alla cameriera, “la nostra società deve provvedere a me, non importa se in collegio o durante una gita al Mar Baltico”. 

 

Il picaro tradizionale è un soggetto privo di una sua precisa funzione sociale, uno che non si fa scrupoli per ottenere un guadagno immediato. Peter Holtz invece è ben conscio della sua funzione sociale. Da fanatico del credo socialista, il suo zelo risulta potentemente comico. Il modello letterario è il Don Chisciotte (Ingo Schulze fa precedere ogni capitolo da una didascalia riassuntiva che spesso non lesina note velatamente umoristiche), ma anche qui con una differenza notevole: laddove il cavaliere dalla triste figura è un uomo sfortunato, Holtz è accompagnato per tutta la vita dalla caparbietà dei giusti e dalla fortuna degli ingenui. 

È da ingenui infatti credere che la DDR e il socialismo reale debbano provvedere a lui, eppure è ciò che concretamente gli accade. Così come è ingenuo credere che il crollo del muro avrebbe curato tanto i mali del comunismo quanto quelli del capitalismo. Il capitalismo invece diventa per Peter un sensazionale ascensore sociale che gli consente di accumulare mirabolanti ricchezze. Più si sforza di denunciare il potere iniquo del denaro, più il denaro finisce nelle sue tasche. 

 

 

Il comico – dicevamo – irrompe in ogni circostanza, sembra il risultato di una reazione chimica. A Schulze basta calare il proprio personaggio nelle più disparate situazioni sociali per far affiorare il riso sulle labbra di noi lettori. Per esempio, per cercare di non finire troppo presto quando fa l’amore, Peter si sforza di pensare ad altro e trova che sia più facile sognare la lotta rivoluzionaria dei Sandinisti in Nicaragua piuttosto che l’Unione Sovietica o la Cdu, nella quale è stato reclutato dopo un’improvvisa virata religiosa. O quando viene assoldato dalla Stasi per tenere d’occhio una band di ispirazione punk (senza che lui se ne renda mai pienamente conto) e vinto dal proprio candore finisce per rivelare tutto.

Attraverso le illusioni di Peter, Ingo Schulze sembra voler raccontare un aspetto particolare del socialismo reale, lo strato più profondo e meno compromesso, l’innocenza popolare di cui quella forma di totalitarismo si è nutrita. In questo modo riesce a muovere forti critiche a quello che fu il regime comunista di Berlino Est, regime in cui egli stesso ha vissuto per i primi ventiquattro anni della propria vita, pur salvaguardandone la bontà dell’idealismo. 

 

Peter Holtz è dunque un romanzo che si alimenta di un bene oggi fuori commercio: la complessità. Nessun evento della storia recente, del resto, è assurto a simbolo del mondo in trasformazione come la caduta del muro di Berlino, con la conseguente corsa al denaro occidentale, ai lussi, all’edificazione dei miti della Riunificazione. Il cul-de-sac entro cui è finito il mondo post-ideologico è ben rappresentato dall’ultimo atto, tra protesta e performance artistica, compiuto da Peter: bruciare il proprio denaro e diventare ciò che lui stesso definisce il “primo detenuto economico” della Germania riunita. Peter rivendica con forza questo diritto – che gli sarebbe in teoria garantito perfino dalla costituzione della Repubblica Federale – ma che tuttavia lo espone all’accusa di essere un uomo violento. Crede quindi di aver toccato, con il suo gesto, “il nervo scoperto della nostra società”. 

 

La conclusione a cui giunge è al contempo una dichiarazione politica e letteraria, il picaro esce dal romanzo picaresco ed esclama di aver finalmente trovato il proprio posto nella società. Ma soprattutto afferma la verità che dà sostanza e fondamento all’intera opera: “Chi ha trovato il suo posto nella società prima o poi trova anche la propria felicità”.

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