“Poltrona”: una parola di tempi calamitosi

“Carica o impiego, spec. di grado elevato, che si suppone comporti un lavoro poco faticoso e molto redditizio”: questa definizione di poltrona compare, come terza, nella relativa voce di edizioni recenti del Vocabolario della lingua italiana di Nicola Zingarelli, con l’ovvia precisazione che si tratta di un valore figurato, connotativo, non denotativo. Dal Dizionario etimologico della lingua italiana di Manlio Cortelazzo e Paolo Zolli si apprende tuttavia che lo Zingarelli la offre, immutata, sin dalla sua edizione del 1922. Non è un dettaglio trascurabile. È al contrario una spia che chiama l’attenzione.

 

Per essere fatta oggetto di una registrazione lessicografica a quella data e per stare lì dove da allora si trova, poltrona con il valore qui pertinente, non soltanto figurato ma, com’è facile intendere, anche spregiativo, doveva essere d’uso corrente già negli anni precedenti: gli anni che seguirono la Grande guerra. Si può stare certi che gli storici della prosa giornalistica e della lingua della politica, se volessero, potrebbero fornirne loquaci attestazioni. Li si invita alle opportune ricerche. In quel contesto sociale e culturale e in scritti effimeri probabilmente ispirati da sentimenti anti-parlamentari, poltrona ricorse evidentemente con tale frequenza e pregnanza da meritare di entrare pochi anni dopo in un dizionario. Fu d’altra parte intorno al 1922 che l’Italia, come compagine politica unitaria, si avviò sulla scorta di quei sentimenti, forieri del peggio, verso un ventennio della sua storia che non le avrebbe fatto onore e a conclusione del quale, fuori di ogni pur opinabile giudizio politico, l’attendeva una spaventosa catastrofe, inconfutabilmente reale.

 

 

Erano d’altra parte passati pochi anni dal perfezionamento di quella catastrofe quando l’uso figurato di poltrona fu consacrato ancora una volta e sopra un piano diverso. A quasi trenta anni dal suo battesimo lessicografico, apparve infatti nel titolo di un best seller, di cui si può stare certi solo pochi conservano oggi memoria. Si tratta del discusso Navi e poltrone di Antonino Trizzino. Nei primi anni Cinquanta, questo libro scandalistico amplificò un’insinuazione serpeggiante tra i già nostalgici del regime da poco crollato e tra un pubblico qualunquista. Pretese di dotare quell’insinuazione di prove inconfutabili che furono tuttavia presto in gran parte confutate anche in sedi giudiziarie. L’insinuazione voleva che l’esito infelice e disonorevole della partecipazione italiana alla Seconda guerra mondiale fosse da imputare al tradimento e all’intelligenza con il nemico di alte cariche militari nazionali, in particolare della Regia Marina. Nello scacchiere mediterraneo, quella partecipazione era stata del resto caratterizzata da un modo di condursi certo non onorevolissimo della forza armata.

 

Poltrona attraversò poi l’intera vicenda della cosiddetta Prima Repubblica, presa come fu a inopinata bandiera delle rimostranze anche di altra e diversa, se non opposta parte politica. Nel discorso delle opposizioni marcò la stigmatizzazione della più che trentennale permanenza nelle funzioni di governo della Democrazia Cristiana e dei suoi vari satelliti. In proposito, ancora un dato lessicografico è molto significativo. Nella relativa voce del Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia, a testimoniare l’uso di cui si sta discutendo è stato infatti chiamato un brano di un articolo del 1984 di Enzo Biagi (e si tratta ancora una volta di un trentennio). Ne era tema un uomo politico all’epoca del massimo rilievo: Bettino Craxi. Con ironia a buon mercato e gusto discutibile, la firma giornalistica allora tanto celebrata non risparmiava nell’occasione al lettore la menzione eufemistica di una parte anatomica del dileggiato: “È [Craxi] presidente del Consiglio, ed è sempre segretario del PSI: ed ecco un altro miracolo, perché, con un solo sedere, tiene occupate due poltrone”.

 

Nel dibattito politico odierno, poltrona e il suo plurale ricorrono spesso, come è appena il caso di dire, esalando gli olezzi tradizionali dei quali si è già fatto cenno: anti-parlamentarismo, insinuanti ipotesi di complotti e tradimenti, riferimenti a poco nobili parti del corpo. Intorno a esse, circola inoltre una famiglia di derivati, poltronismo, poltronista e così via: forme già registrate, per esempio, nel dizionario on line della Treccani.

Di fronte a tale nuova esuberante fioritura, non va allora dimenticato che il fenomeno pare perlomeno centenario. La memoria in proposito è infatti utile per intendere sopra quale terreno e con quale retroterra si sta verificando il nuovo rigoglio. Si potrà così collocarlo correttamente nei suoi valori ideologici e culturali, molti forse ancora una volta velenosi, certo non tutti proprio commendevoli e, in ogni caso, nessuno bene augurante.    

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