A proposito di Primo Levi e della memoria

Alla fine del dialogo tra Giuseppe, il coppiere e il panettiere del faraone in cui Giuseppe interpreta i loro sogni, si legge:

 

 “Nel terzo giorno, giorno del suo compleanno, Il faraone fece un banchetto a tutti i suoi ministri nel numero dei quali dovevano essere annoverati il capo dei coppieri e il capo dei panettieri. Restituì nel suo ufficio il capo dei coppieri, sì che tornò a porgere la coppa al faraone; e impiccò il capo dei panettieri, secondo l'interpretazione che Giuseppe aveva dato dei loro sogni. Il capo dei coppieri non si ricordò di Giuseppe e lo dimenticò.”

 [Gn, §.40, vv. 20-23].

 

Nel testo biblico, per convenzione si dice che laddove si incontra una ripetizione (linguistica o concettuale) è perché il testo vuol sollecitare a una interpretazione diversa. 

Dove sta la distinzione tra “dimenticare” e “non ricordare”?

Non bastava dire che lo dimenticò? Perché è scritto anche “non si ricordò”? 

La risposta che propongo è questa: l’oblio non è mai solo l’effetto di un processo naturale (“lo dimenticò”), ma anche di un atto volontario (“non si ricordò”). Così anche per la memoria: non è solo ciò che non dimentichiamo, ma anche ciò che decidiamo di ricordare

Come suggerisce Aleida Assmann nel suo Sette modi di dimenticare (il Mulino), l’oblio, l’altra parte del processo di «costruire memoria», non è solo dimenticanza, o diserzione da un dovere. Può anche essere una macchina generativa della nostra capacità di costruire sapere e, perciò, la condizione che consente di sorprenderci, di proporre nuove strade, di provare nuove emozioni. In una parola di vivere.

 

Ci sono almeno 10 temi che Primo Levi codifica nelle pagine dal titolo “La memoria dell’offesa”, ovvero nel capitolo di apertura di I sommersi e i salvati (Primo Levi, Opere, Vol. II, pp.1155-1163) [forse non sarebbe improprio chiedersi se quelle stesse le avrebbe scritte, soprattutto nello stesso ordine, 1 anno, 10 20 o 30 anni dopo]. Nell’ordine:

  1. Memoria fallace; 
  2. Ricordi si cancellano con gli anni/si modificano;
  3. L’esercizio del ricordo mantiene, ma fissa il ricordo, lo rende uno stereotipo;
  4. Il ricordo d’un trauma è per definizione traumatico;
  5. Chi è stato torturato, non uscirà mai da quella condizione;
  6. Sia i carnefici, sia le vittime, nella loro dimensione di sopravvissuti hanno bisogno di rifugio, di difesa;
  7. Di un carnefice conta tantissimo sapere le motivazioni (perché?) e le giustificazioni (quanta consapevolezza?);
  8. Di un fatto è importante che cosa si racconta dopo, come lo si racconta, le passioni che abbiamo avuto; 
  9. Come ci si difende dall’invasione di memorie?
  10. Che cos’è l’organizzazione scritta della memoria?

 

Che cosa indica questo profilo? Quale griglia di temi individua? Che cosa scegliamo di valorizzare noi lettori oggi? Noi che ci confrontiamo con questo profilo rispetto a che cosa lo verifichiamo?

Provo a sintetizzare: la memoria non è un testo finito, è un processo. Come tale chiede la verifica periodica dei suoi statuti. Ma è anche il risultato di uno sforzo che ciascun individuo fa per provare a ricomporre il filo del passato col presente. In questo senso la memoria non è solo ciò che si racconta ma è l’ordine, e dunque la sequenza, che ogni volta si costruisce, è dove ogni volta si mettono i punti di svolta.

Prima conclusione: la memoria è sempre nel tempo e mai fuori dal tempo. Vuol dire che è l’ordine (non solo la sequenza, ma i giochi di scala che facciamo) con cui verbalmente costruiamo percorsi di memoria. Ovvero: la sequenza di ciò che ricordiamo (ma anche come lo ricordiamo, le parole che usiamo, dove concentriamo la nostra attenzione).

 Considero tre diversi modelli riflessivi sulla memoria nel tempo, come vedremo con percorsi diversi arrivano tutti a convergere intorno alla stessa questione. La prima voce che prendo in considerazione è quella di una storica (Anna Bravo, Raccontare per la storia); la seconda è una filosofa (Agnes Heller, La memoria autobiografica); la terza è quello di un interprete della cultura contemporanea (Tony Judt, L’età dell’oblio).

 

Ha scritto alcuni fa Anna Bravo che “Levi sulla Shoah è stato un pensatore in divenire” [Raccontare per la storia, p.3]. Anche per questo sarebbe fargli un torto considerarlo l’icona del testimone. La sua forza sta invece e soprattutto nella problematicità e nella consapevolezza che l’atto di testimonianza è una costante azione di approssimazione per difetto al vero, più che la codifica della verità. 

 

Due i dati su cui invita a riflettere Anna Bravo. 

Il primo riguarda la forma del pensare.

Scrive Bravo: “Il fascino del pensiero di Levi sta nel suo presentarsi come una segnaletica dei problemi, non come spartiacque fra giusto e sbagliato, o come formulario di quel che si deve sapere per non apparire «retrodatati» – timore che corre sottotraccia nella nostra ansiosa cultura periferica” [Id. , p.43].

 Il secondo riguarda i meccanismi della storia orale su cui in molte occasioni ha insistito Sandro Portelli.

Scrive Bravo: “Chi lavora con le fonti orali sa che incertezza, errori, sovrapposizioni sono indizi preziosi per capire le culture, le ideologie, i sogni di chi racconta, la vita che poteva essere, la vita che ancora si spera per sé e per gli altri. Comunicare a chi racconta questo interesse verso i «vizi di forma» della memoria è il modo più diretto per sdrammatizzare lo scoglio della cosiddetta verità oggettiva” [Id., pp.45-47].

Conclusione: 

La memoria non è la fotocopia del passato, è una sua interpretazione.

 

Consideriamo ora una seconda modalità (come vedremo, arrivando a conclusioni simili).

Ci sono tre livelli di ciò che chiamiamo memoria, più precisamente atto di memoria: cosa diciamo in momenti diversi su una stessa unità di tempo della nostra vita; come conserviamo e organizziamo quel complesso di versioni diverse che ogni volta definiamo memoria; quale sia il profilo in cui si esprime la memoria complessiva di ciò che ricordiamo in tempi diversi di uno stesso tempo.

È stata la filosofa Agnes Heller a proporre questi tre diversi stadi della funzione della memoria. 

Sintetizzo qui il suo profilo interpretativo.

Sostiene Heller che due dimensioni riguardano l’identità: l’identità soggettiva (o interna) e l’identità oggettiva (o esterna).

 

L’identità soggettiva (o interna) è costituita dalla memoria autobiografica personale. Questa, dal canto suo, si basa su frammenti di memoria che l’individuo lega l’uno all’altro a formare una narrazione. Ogni narrazione autobiografica è anche un’invenzione e questo non solo perché i frammenti di memoria sono continuamente interpretati per adattarsi gli uni agli altri in una continua narrativa.

 

“La memoria autobiografica – scrive Heller – prende avvio da un punto che è sempre l’assoluto presente del narratore che crea l’identità e la rafforza. Nessuno costruisce la propria narrazione autobiografica dal punto di vista del passato […] Tutte le narrazioni autobiografiche sono cioè retrospettive, vengono raccontate in una prospettiva teleologica.” [La memoria autobiografica, p. 13]

 

L’identità oggettiva (o esterna), invece, è quel percorso e quel ritratto dell’identità che è definito, e costruito sulla base dei ricordi e dei giudizi che altri esprimono. Un individuo non ha mai visto per davvero il suo volto allo specchio, perché lo specchio mente, non ha mai sentito la sua voce, non ha mai compreso per davvero l’impressione che lascia ai suoi vicini. La sua identità (e aggiungo la sua riconoscibilità) è data appunto da quegli elementi che altri contribuiscono a dare. In questo senso l’identità oggettiva è quella ricavata da fattori altri non governati dall’individuo. 

 

“Nessuno – precisa Heller – ha ricordi autobiografici continui. I diversi spezzoni di memoria, più o meno lunghi, più o meno significativi, si connettono a firmare storie continue.” [Id., p.28]

 

In altre parole: i racconti che le persone fanno del loro passato sono sempre atti di autorappresentazione. Ovvero:

 

“Ogni volta che raccontiamo la storia della nostra vita a qualcuno, in primo luogo a noi stessi, prendiamo posizione a favore di uno dei nostri sé”. [Id., pp. 42-43].

 

 

Si può certamente stabilire una certa analogia tra sogno e memoria autobiografica, nel senso che il primo è anche uno scavo nella storia della persona e un’emersione di parti della nostra personalità. In entrambi la visione del mondo di cui ciascun ambito e la sua interpretazione hanno un ruolo centrale. Tuttavia, l’analogia, precisa Heller, non consente di trapassare in somiglianza. E dunque si ferma qui.

 

“Poiché i cosiddetti principi logici nel sogno non sono validi, non ci potranno essere contraddizioni logiche nei racconti dei sogni, mentre nelle narrazioni autobiografiche sì. Non posso affermare contemporaneamente di aver visto questa o quella persona in un luogo e in un momento dati e di non averla vista. Le narrazioni autobiografiche possono servire come prove davanti a un tribunale, i sogni invece no.” [Id., p. 44]

 

Questo se noi ci limitiamo a osservare i tempi della costruzione della memoria e le sue procedure. 

 

Ora consideriamo come si costruisce il processo di memoria nella storia riflessiva di Primo Levi. È stato Tony Judt a fornire alcuni elementi significativi [L’età dell’oblio, pp. 48-64].

La questione del passaggio di memoria si consuma nel periodo tra Auschwitz e Torino. In quei sette mesi sta il tempo per la costruzione della memoria.

Quel passaggio si fissa con la chiusa di La tregua.

Scrive Tony Judt:

 

“Alla fine del libro [La tregua, ndr] è chiaro che per Levi i mesi trascorsi a vagabondare nei territori dell’Europa orientale furono una specie di «tempo morto» tra Auschwitz come esperienza concreta e Auschwitz come memoria”. [L’età dell’oblio, pp. 50-51]

 

Seconda questione: Levi appartiene alla dimensione dei sopravvissuti, ma non a quella dei testimoni. Lo conferma nel capitolo “La zona grigia” di I sommersi e i salvati quando pone il problema di chi sia il testimone integrale e perché. Dunque, la sua è una posizione per difetto, perché il problema della testimonianza è quello di certificare l’interezza del ciclo e non il fallimento del progetto.

 

Terza questione il fondo pessimistico della condizione di Memoria.

Per Levi la partita che si apre con la questione Faurisson e poi con battaglia che Pierre Vidal-Naquet (con il suo Gli assassini della memoria) ingaggia sul tema della verità, segna un deciso spartiacque.

Il problema è che la testimonianza ti logora e dunque ti consuma, senza che per questo si dia qualcosa di acquisito [è per esempio ciò che scrive quando deve riflettere sulle questioni che vanno opposte a Il portiere di notte di Liliana Cavani]. Se l’unico modo che si ha per difendersi è l’uso delle parole, allora va posto il problema delle parole se efficaci o no e, se efficaci, perché il tema persiste. 

L’unico modo per difendersi dai nemici della memoria è usare le parole, ma se questo va ripetuto all’infinito, allora significa che “il mestiere di rivestire fatti con parole è fallimentare per sua profonda essenza” [Il sistema periodico, Primo Levi, Opere, vol. I, p.1032].

Qui si potrebbe dire c’è un’impreparazione di Levi a prendere la misura con il nostro tempo. Un’impreparazione che Hannah Arendt, invece, aveva messo a fuoco con chiarezza già nel 1945, quando scrive nel suo saggio dal titolo Incubo e fuga che “Il problema del male sarà la questione fondamentale della vita intellettuale europea nel dopoguerra, come la morte divenne il problema fondamentale dopo la Prima guerra mondiale” [Cfr. Hannah Arendt, Incubo e fuga ora in Ead., Archivio Arendt, vol. I, Feltrinelli, p. 169].

 

E tuttavia questa impreparazione non è incomprensione, anzi proprio perché disponibile a pensare il carattere problematico e progressivo del processo di costruzione di memoria, ecco che quella griglia che abbiamo posto in apertura acquista non solo un senso, ma anche una sua solidità.

Due sono i testi in cui Primio Levi prova a dare statuto a questa condizione: il primo una lunga intervista rilasciata nel 1983 (Intervista a Primo Levi, ex deportato, Einaudi) sul tema della propria esperienza, e il secondo costituito dal capitolo introduttivo a I sommersi e i salvati (Primo Levi, Opere, vol. II, pp. 1155-1163), appunto forse il testo oggi più discusso di Primo Levi.

 

A lungo la testimonianza di un’esperienza è stata l’occasione per tracciare un’ipotesi ricostruttiva logica. Poteva costituire l’asse di narrazione del sistema del lager in tutte le sue stazioni di sviluppo e di dissoluzione del corpo (Se questo è un uomo), o anche la vicenda “picaresca” del ritorno a casa (La tregua). Diversamente costituiva l’occasione per storie esemplari in cui vicenda biografica, contesto, aneddoti ed episodi concretamente accaduti davano vita a un corpo di bozzetti che in realtà agivano da exempla. Storie naturali, Vizio di forma, e Il sistema periodico appartengono, ciascuno con le proprie specificità, a questo secondo scenario.

La funzione tra narrazione e memoria rispetto alla testimonianza si modifica a partire dalla seconda metà degli anni ’70. Ancora nel 1983 nella lunga intervista che intrattiene con Anna Bravo e Federico Cereja dedicata al tema del rapporto tra esperienza, testimonianza e costruzione della memoria, il tema su cui riflette è la definizione di un ruolo, nel rifiuto dell’elogio della propria condizione di reduce, di “garibaldino con la barba bianca”, come dice.

In quell’intervista Primo Levi dichiara una condizione di disagi esistenziali che tuttavia indicano un rovello non solo di contenuto, ma anche di metodo. Così sottolinea la propria condizione di laico costantemente sottoposto a domande relative alla fede di cui si dichiara incompetente a rispondere, dichiara la non misurabilità o comunque la difficoltà di confrontarsi con la riflessione proposta da Bruno Bettelheim che gli appare sfuggente, incerta o, viceversa, eccessivamente “costruita”.

E per converso inizia a delineare i temi (in alcuni casi si tratta di accenni di sfuggita o passaggi estremamente rapidi) che poi confluiscono in I sommersi e i salvati: il suicidio, il fenomeno dei “musulmani”, la questione dei Sonderkommando.

La questione della testimonianza in questo testo non è più legata a quella dell’autenticità e della veridicità. E infatti Primo Levi non considera l’ipotesi della testimonianza come un testo il cui luogo di confronto sia il tribunale o un’aula di giustizia, ma pone un problema di elaborazione lenta, sofferta, comunque non lineare da parte del sopravvissuto.

 

C’è nella riflessione che Primo Levi affida a questa intervista non tanto la questione della testimonianza come un “in sé” e dunque i temi del linguaggio di ciò che si può o non si può dire, delle difficoltà di dirlo, ma si insiste in particolare sui tempi della memoria come processo di costruzione, della metabolizzazione della violenza, subita o vista, del confronto con il dolore.

È significativo che ancora nel 1983 Primo Levi non usi la distinzione tra “salvati” e “sommersi”, tuttavia la cautela, la distinzione sui tempi della formazione della memoria rispetto al trauma e del tempo di costruzione della testimonianza indicano che quel nodo concettuale è già all’opera.

E, soprattutto, di una storia che è prevalentemente esperienza di persone dove vale non solo ciò che è successo in generale, ma ciò che è “successo a me” dove conta la storia di vita e non la storia esemplare.

In queste storie di vita la ricostruzione delle proprie vicende non segue un filo lineare o consequenziale, ma si costruisce nel tempo, attraverso precisazioni, nuove storie, emersione di particolari prima taciuti o precedentemente collocati sullo sfondo.

In questo lento lavorìo anamnesi e amnesia lavorano insieme, e nel momento della costruzione del racconto di memoria che ritorna sui luoghi del dolore la propria versione della storia non ripete la versione già narrata della propria storia (è un aspetto questo sulla questione del testimone su cui tornerò tra breve), ma si afferma un’idea inquieta non solo della propria vita “dopo” – meglio della qualità della propria vita dopo – ma anche del contributo specifico che la riflessione sulla “qualità” della testimonianza – e non del racconto evenemenziale a cui la testimonianza rinvia – produce come costruzione di una coscienza pubblica.

 

Levi rimane convinto che la questione della testimonianza, della riflessione in pubblico, sia essenziale e sia l’aspetto di un dovere civile che si autoassegna nelle pagine di I sommersi e i salvati in un tempo in cui molti dichiarano la fine delle ideologie, non solo oggi, ma già allora, all’inizio degli anni ’80.

Superare la sensazione di orfanità indotta dalla fine delle ideologie, non significa solo richiamare indirettamente lo sguardo appassionato dell’Ulisse dantesco cui Levi è particolarmente legato, ovvero gettarsi entusiasticamente nel “mare aperto”, liberarsi dai vincoli e “rischiare”, ma implica anche ritrovare il proprio mestiere di chimico, essere orgoglioso della sua pratica operativa. Senza questa pratica la scrittura di I sommersi e i salvati sarebbe un testo diverso. Sarebbe un testo poetico, egualmente inquieto. Ma non sarebbe un testo analitico. È in questo tratto che risiede la sua forza.

Tuttavia, questo non significa una scelta di campo neutra. La conclusione di I sommersi e i salvati – ovvero il fatto che possa “accadere di nuovo” non allude a una ciclicità fatalistica, ma a un’eventualità conseguente al fatto di non fare i conti radicalmente con la propria storia, con il proprio Io storico.

 

“Per il reduce – scrive Primo Levi nell’introduzione alla raccolta di testimonianze dei reduci dal titolo La vita offesa – raccontare è impresa importante e complessa. È percepita ad un tempo come un obbligo morale e civile, come un bisogno primario, liberatorio, e come una promozione sociale (…): se morremo qui in silenzio come vogliono i nostri nemici, se non ritorneremo, il mondo non saprà di che cosa l’uomo è stato capace, di che cosa è tuttora capace: il mondo non conoscerà se stesso, sarà più esposto di quanto non sia ad un ripetersi della barbarie nazionalsocialista, o di qualsiasi altra barbarie equivalente, qualunque ne sia la matrice politica effettiva o dichiarata.”

 

Parlare dunque equivale a tornare; tacere equivale a non tornare; impedire a qualcuno di parlare, di narrare, significa insistere nella pratica dell’annientamento.

Primo Levi non era neutro nelle sue ultime prove di scrittura, ma i suoi non erano messaggi disperati. Nascevano da una consapevolezza: l’esperienza del lager non era descrivibile in forma semplice, occorreva chiarezza, ma anche pazienza, perché comprendere è l’esito di un processo di complicazione, in ogni caso il rifiuto di uno sguardo schematico.

Questa massima costituisce l’asse di ragionamento principale di I sommersi e i salvati e si definisce nel capitolo “La memoria dell’offesa” in cui Primo Levi organizza e sistematizza gli statuti della testimonianza pubblica ma anche del rapporto tra racconto autobiografico e ciò che rimane nella memoria degli altri nel momento in cui la propria storia diviene una storia pubblica.

Primo Levi esordisce definendo i limiti della memoria. “La memoria umana – scrive nel primo capitolo di I sommersi e i salvati [I sommersi e i salvati, p. 1155] – è uno strumento meraviglioso ma fallace. (…) I ricordi che giacciono in noi non sono incisi sulla pietra; non solo tendono a cancellarsi con gli anni, ma spesso si modificano, o addirittura si accrescono, incorporando lineamenti estranei”. E subito dopo precisa:

 

“È certo che l’esercizio (in questo caso la frequente rievocazione) mantiene il ricordo fresco e vivo, allo stesso modo come si mantiene efficiente il muscolo che viene spesso esercitato; ma è anche vero che un ricordo troppo spesso evocato ed espresso in forma di racconto, tende a fissarsi in uno stereotipo, in una forma collaudata dell’esperienza, cristallizzata, perfezionata, adorna, che si installa al posto del ricordo greggio e cresce a sue spese.” 

 

La questione, dunque non si riassume schematicamente nell’opposizione memoria/oblio. Chiama in causa come si costruisce il racconto di memoria (tanto per le vittime come per gli oppressori) e come esso si definisce nel tempo, dove con questo termine – “nel tempo” – si intende la sovrapposizione e il lento lavorìo di una duplice movenza: quella del tempo lineare e dunque della costruzione della comunicazione del ricordo, ma anche quella dell’organizzazione di volta in volta del racconto. 

Tanto rispetto alla costruzione del racconto memoria, come alla fisionomia e alla sua composizione modulare presiedono due logiche distinte.

La prima riguarda la inseparabilità del ricordo dall’offesa. È la questione sollevata da Jean Améry nel suo Intellettuale ad Auschwitz (Bollati Boringheri), a proposito della memoria dell’offesa.

La seconda logica concerne invece le spiegazioni a-posteriori che con dinamiche diverse riguardano sia gli oppressori che gli oppressi. Per quanto riguarda gli oppressori il problema è come si giustifica il proprio comportamento; per quanto concerne gli oppressi, la questione è definita dalle dinamiche messe in atto per costruire una realtà coerente e dunque governabile.

Nelle righe di chiusura di “La memoria dell’offesa” Primo Levi riferendosi complessivamente all’operazione culturale e introspettiva che condensa in I sommersi e salvati, chiude con un’osservazione che può anche apparire sorprendente, ma che ha un valore non solo metodologico, ma anche concettuale essenziale.

 

“Questo steso libro [I sommersi e i salvati] – scrive Levi – è intriso di memoria: per di più di una memoria lontana. Attinge dunque ad una fonte sospetta, e deve essere difeso contro se stesso. Ecco: contiene più considerazioni che ricordi, si sofferma più volentieri sullo stato delle cose qual è oggi che non sulla cronaca retroattiva. Inoltre, i dati che contiene sono fortemente sostanziati dall’imponente letteratura che sul tema dell’uomo sommerso (o “salvato”) si è andata formando, anche con la collaborazione, volontaria o no, dei colpevoli di allora; ed in questo corpus le concordanze sono abbondanti, le discordanze trascurabili.) [p. 1163]

 

Non è una captatio benevolentiae. Infatti, che cosa include porre dei limiti o almeno mettere in guardia rispetto alla propria scrittura? Diremo la consapevolezza della sua natura e funzione di pubblica memoria, della complessità dell’atto di testimonianza e della sua non riducibilità a prova giudiziaria.

Nella riflessione di Primo Levi la testimonianza non ha valore indagativo su quanto è avvenuto, ma ricostruttivo. Non è finalizzata alla costruzione di un dossier, ma a un’analisi dell’antropologia dell’uomo violento o comunque della possibilità storica della violenza (su cui è poi tornato a riflettere Wolfgang Sofsky (Saggio sulla violenza), ma anche, proprio per non produrre solo un’indagine antropologica, ma storico-culturale, Enzo Taverso (La violenza nazista

L’indagine su, e il racconto dell’esperienza del Lager è la possibilità di fondare delle categorie comportative per “dopo”.

 

Domani venerdì 24 gennaio, dalle ore 9, appuntamento alla Copernico Milano Blend Tower, con La memoria del presente. Nessun esercizio di memoria mette al riparo dalla possibilità che si possa tornare ad esperienze come quelle dei lager diceva Primo Levi, e con lui molti altri sopravvissuti e attenti studiosi. L’attualità sociale e politica ci dice che alcune logiche, parole e simbologie non sono scomparse dal panorama delle nostre società.

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