raccontarci le parole più espressive dei nostri dialetti

 

Quattro domande sul desiderio

La pandemia scatenata dal coronavirus ha modificato, e probabilmente modificherà ancora anche a breve scadenza, i comportamenti che riguardano i corpi e le relazioni fisiche tra gli esseri umani. Ti chiediamo di rispondere ad alcune domande per capire in che modo a tuo parere potrà cambiare tutto questo.
 
Massimo Recalcati, psicoanalista

 

1. Il desiderio di prossimità, la necessità di abbracciarsi, di scambiarsi segni di reciproco affetto e di amore, sembrano oggi aboliti a causa dei timori che i contatti possano generare veicoli di trasmissione del virus, così che la paura ha preso il sopravvento: possiamo essere gli untori dei nostri partner, genitori, amici. Desiderio e paura si escludono o possono coesistere e con quali conseguenze? Cosa determinerà – in una fase di coesistenza con il virus – l’impossibilità di riprendere la dimensione fisica, corporea, di alcune relazioni, in particolare quelle con gli anziani?

 

Cammino sul marciapiede di una via di Milano e di fronte a me vedo avvicinarsi la sagoma di un mio simile. Scatta un sentimento di solidarietà spontaneo, di accomunamento, di condivisione. Stiamo vivendo insieme una prova difficile, siamo circondati dalla morte, dalla paura, siamo smarriti. Il primo moto è quello di avvicinarmi e scambiare la parola. L’abbraccio è reso impossibile dalla necessità del distanziamento sociale. Ma la parola no. Allora potrei chiedere al mio simile come vive, cosa pensa di questa situazione, come resiste. Ma quasi in sincronia con questo primo sentimento di solidarietà scatta in me un altro sentimento: quello della diffidenza e del sospetto. Se fosse, il mio simile, a portare il virus, ad essere un suo possibile diffusore? Questo pensiero mi raffredda e mi rende lucido. Cambio rapidamente marciapiede posizionandomi sull’altro lato della strada. Ecco una scena che molti di noi hanno vissuto in queste settimane dove l’angoscia persecutoria per il contagio è stata protagonista. Ma pensiamoci bene. La sincronia di queste due emozioni non accompagna sempre il mio rapporto con l’Altro? Nella forma umana della vita non si sovrappongono sempre questi due sentimenti contraddittori? Avvicinamento e allontanamento, apertura e chiusura, accomunamento e distanziamento non definiscono in quanto tali il ritmo del nostro impatto con l’Altro? Avevamo lasciato, prima dello scoppio dell’epidemia, le nostre comunità intrappolate dalla pulsione securitaria: difendere i confini, erigere bastioni, chiudere i porti, rivendicare diritti etnici delle popolazioni. Covid-19, per un verso, ha spazzato via la neo-melanconia di questa introversione mostrando che nessuno si salva da solo, sbaragliando i confini, deterritorializzando il nemico, costringendoci alla solidarietà. Non a caso è soprattutto da destra (ma non solo purtroppo) che proviene, sempre più diffuso, il coro che accusa la compressione dei diritti e l’attentato alla libertà provocato dallo stato di emergenza sanitaria facendo un uso strumentale e aggressivo del paradigma biopolitico. La cosiddetta fase due accentuerà fatalmente l’ambivalenza fondamentale che contrassegna le relazioni umane. Il ritorno all’aperto potrà essere veramente tale? La pulsione securitaria, sconfitta obliquamente dal virus, non troverà nella disperazione e nella precarietà sociale ed economica la sua nuova brace? Una cosa mi pare certa: il terrore sanitario in cui siamo piombati non potrà che rendere ancora più evidente la spaccatura interna che anima il nostro rapporto con l’Altro. Quanto meno vedo nella diffusione di questo disturbo di adattamento post-traumatico, come lo classificherebbe il DSM, un rischio molto alto per il nostro immediato futuro. Ma non incontriamo l’Altro sempre bardati, armati, protetti? L’Altro, come ha mostrato, tra altri, con grande forza Canetti, non è forse sempre il luogo di un contagio minaccioso, ignoto, che vorremmo evitare? Non è facile nella relazione con l’Altro praticare davvero il disarmo, virus o non virus. È la grande lezione della fratellanza che non è una pastorale per dementi o per spiriti ingenui. Ma, come insegna la grande tradizione biblica alla quale l’ebreo Freud si è spesso appoggiato, il fratello non è mai il prossimo, il congiunto di sangue, il familiare, ma porta con sé, appunto, l’idea di una estraneità radicale, di un incondivisibile; è la scommessa, sempre aperta e sempre incompiuta, che si possa amare lo sconosciuto, il suo segreto, che si possa, come si è espresso Jean Luc Nancy, condividere l’incondivisibile. 

 

2. Come credi che si sia strutturato e come agisca il desiderio, motore della nostra vita quotidiana, in questa situazione di distanziamento sociale o di prossimità forzata. Aumenta o riduce il desiderio dell’altro? 

 

Esiste un paradigma stilnovista del desiderio sul quale consiglierei di non sputare, soprattutto in un tempo come questo. L’inaccessibilità della dama, la sua lontananza, il suo carattere angelicato, impedisce la congiunzione sessuale dei corpi. Ma questa impossibilità nutre l’erotismo della parola, sprigiona versi, rende possibile la poesia. È un insegnamento che non disdegnerei di prendere in considerazione… Lacan non a caso ne fa il paradigma della sublimazione. Ne deriva immediatamente un’altra considerazione: il distanziamento non coincide affatto con il raffreddamento del desiderio. Direi l’esatto contrario, di norma: l’eccessiva prossimità ammazza il desiderio o lo ottunde. Adorno nei Minima moralia evocava efficacemente la canottiera bianca d’estate per definire quella che chiamava la morte civile del desiderio, l’intimità alienata di una familiarità senza segreti della vita domestica. Al tempo stesso sappiamo bene, come Proust insegna magistralmente, che anche tra le nostre braccia l’amato è sempre libero, distante, irraggiungibile, un essere delle lontananze…

 

3. Cosa è cambiato e cosa cambierà nei comportamenti intimi delle persone, nella sessualità? È accaduto qualcosa che possiamo paragonare all’avvento dell’AIDS in questa sfera individuale?

 

Il distanziamento sociale era già all’opera ben prima dell’epidemia. Ho scritto Le nuove melanconie per mostrare il passaggio psicopatologico che caratterizza gli ultimi decenni: dall’euforia maniacale della pulsione neoliberale per la globalizzazione e l’abbattimento dei confini nazionali, al ritorno reazionario del sovranismo, del protezionismo e della triste simbologia del muro. La pulsione neo-libertina dell’assenza di Legge si è ribaltata in una pulsione securitaria che elegge la sicurezza come nuovo oggetto pulsionale. Questa introversione libidica rischia di essere fatalmente riattivata nel tempo prossimo a venire. Nella vita politica come in quella individuale. Esiste infatti un sovranismo psichico che la psichiatria traduce come fobia sociale e che potrebbe essere facilmente enfatizzato dalla crisi attuale: separarsi dal mondo delle relazioni, introversione, sconnessione, ritiro della libido, paura della vita, evitamento dell’incontro con l’Altro. Voglio però raccontarvi qualcosa che in queste settimane mi ha molto colpito. Ho in cura da tempo giovani cosiddetti hikikomori, che vivono isolati nelle loro camere, staccati dal mondo, sconnessi, espressioni, ai miei occhi, della tendenza neomelanconica della pulsione securitaria contemporanea. Si sono separati dal mondo delle relazioni perché avvertito come minaccioso, pericoloso, luogo di un’angoscia insopportabile. Il distanziamento sociale imposto dai decreti governativi ha però prodotto in loro una reazione sorprendente. Anziché rafforzare fobicamente la spinta securitaria – come era più prevedibile –, li ha riaperti alla relazione con l’Altro. Sono usciti dalle loro camere, hanno rivolto la parola ai loro genitori, si mostrano collaborativi, disponibili al dialogo, attivi. Cosa è accaduto? Mentre prima dell’apparizione del virus vivevano la relazione come un imperativo sociale, luogo di rivalità e sopraffazione, minaccia alla loro fragile integrità identitaria, oggi che fanno esperienza della perdita della relazione, la relazione sembra riacquisire un valore proprio in quanto oggetto perduto, ma anche come oggetto spogliato di tutte quelle aspettative performanti che lo avevano reso persecutorio. È una piccola lezione della quale fare tesoro. 

 

4. Anche i corpi fino ad oggi sono stati sottoposti all’ideale della performatività, questa situazione potrà far emergere una differenza in questo senso? 

 

Il covid-19, come vi dicevo, accentua per me la doppiezza costitutiva della relazione umana. Quella che vediamo all’opera in pazienti che, per esempio, dichiarano di soffrire per la loro condizione di isolamento affettivo, ma che, una volta in analisi, possono vedere bene quanto questo isolamento coincida, in realtà, con la loro condizione di vita ideale. Incontrare il corpo e il desiderio dell’Altro implica, infatti, sempre il rischio dello smarrimento, dello sconfinamento, della perdita, dell’ustione, del tradimento. L’Altro non è solo il luogo generativo del legame ma è anche il luogo di un trauma potenziale. Meglio allora inspessire la frontiera, custodire i propri beni, vivere al riparo dell’Altro, trasformare la propria casa in una tana. La condizione di un incontro con l’Altro capace di rendere questo incontro un vero evento è il disarmo. Freud era piuttosto scettico su questa possibilità. Ai suoi occhi l’amore per il prossimo era semplicemente un piccolo o un grande delirio dell’umanità. Anche sull’amore non lasciava molte speranze. Lo considerava un sentimento inestirpabile dal suo fondamento narcisistico. L’Altro resta innanzitutto, nella sua prospettiva, un luogo di sopraffazione. La via della Civiltà conviene per frenare la devastazione del Todestrieb, ma non è certo la via dell’incontro con l’Altro come evento capace di riaprire la vita, di renderla differente, di accentuare la sua forza generativa. Un mio paziente che dichiara che vorrebbe finalmente trovare una donna con la quale vivere e fare una famiglia, sogna di essere chiuso nella propria casa che però non ha più nè porte, né finestre. È un sogno fatto in epoca Coronavirus ovviamente. La prima sensazione che comunica è quella di sentirsi angosciato e intrappolato. Ma il sogno avviene dopo una giornata caratterizzata dal dettagliato racconto al telefono di un amico che è stato lasciato sul lastrico da sua moglie dopo una tormentata separazione coniugale. La seconda sensazione relativa al suo sogno, che comunica all’analista non senza una certa dose di vergogna, è quella di sentirsi “un salvato”. Sogno che fa pensare a uno straordinario lapsus di un’altra mia paziente, cattolica praticante che, recitando come fa ogni mattina, il Padre nostro anziché dire “non indurci in tentazione”, recita “non indurci in relazione”.

 

Opera di Wolfgang Tillmans.

 

Silvia Lippi, psicoanalista

 

1. Il desiderio di prossimità, la necessità di abbracciarsi, di scambiarsi segni di reciproco affetto e di amore, sembrano oggi aboliti a causa dei timori che i contatti possano generare veicoli di trasmissione del virus, così che la paura ha preso il sopravvento: possiamo essere gli untori dei nostri partner, genitori, amici. Desiderio e paura si escludono o possono coesistere e con quali conseguenze? Cosa determinerà – in una fase di coesistenza con il virus – l’impossibilità di riprendere la dimensione fisica, corporea, di alcune relazioni, in particolare quelle con gli anziani?

 

Nel periodo di confino, “il desiderio di prossimità nei confronti dell’altro, la necessità di abbracciarsi, di scambiarsi segni di reciproco affetto e di amore” come srivete, non sono per forza aboliti, ma sospesi. Sospesi nel senso di “rimandati”, “spostati”, “immaginati”. 

L’isolamento incrementa l’immaginazione, che non nuoce di certo in questi momenti speciali della nostra vita. Immaginare di riabbracciare i propri cari anche se non si sa quando, è una sensazione potente e attiva, sempre se si riesce a non farsi prendere dalla paura dell’abbandono, della perdita, e dal bisogno immediato di essere dove non si può essere. 

Mi sono resa conto, ascoltando i miei pazienti anche a distanza, delle incalcolabili risorse del desiderio, che persevera nel suo essere, come direbbe Spinoza, fino a quando non trova una causa esteriore che lo blocca. Il Covid-19, secondo me, non l’ha bloccato questo desiderio, per lo meno nella maggioranza delle persone che ho incontrato, nella vita e nella mia pratica di psicoanalista, ad eccezione ovviamente dei casi di morte.

Attraverso l’immaginazione e i mezzi tecnici — che si sono rivelati capitali in tempo di pandemia —, le manifestazioni di tenerezza sono ancora possibili… anche al di là del corpo! Essere presente non vuol dire essere presente fisicamente, ma essere presente come essere desiderante nei confronti dell’altro (partner, figlio/a, amico/a, genitore, parente…). 

Mi sono confrontata con il problema della presenza quando ho deciso di continuare le sedute a distanza con i miei pazienti durante il confino, utilizzando tutte le piattaforme possibili (Skype, FaceTime, WhatsApp, Messager, telefono…). Tutti gli psicoanalisti sanno che il motore di ogni cura è il transfert, cioè la relazione d’amore che si stabilisce fra l’analizzante e l’analista, relazione non simmetrica ovviamente. Sarebbe stato possibile mantenere la relazione di transfert in assenza della presenza dei nostri corpi? 

Ma la presenza dell’analista non corrisponde alla sua presenza fisica, ma alla capacità di rispondere presente alla domanda (di analisi) del suo paziente. In altre parole, deve esserci dal punto di vista del suo desiderio, e non del suo corpo: tutto l’equivoco nasce da lì.

Nello stesso modo, nelle relazioni ordinarie, la lontananza dal corpo amato o desiderato durante il periodo di confino è sopportabile solo se si riesce a stabilire una modalità della presenza, presenza del desiderio che non implica per forza la presenza fisica del corpo. 

In questo senso, il vero problema non è l’assenza del corpo negli scambi affettivi, ma la situazione di isolamento, di solitudine, che si è potuta accentuare a causa del confino. Le persone anziane e le persone con pochi contatti sociali — penso ad alcuni miei pazienti che seguo abitualmente in istituzione, e in questo periodo per telefono o via Skype — possono vivere la pandemia in modo tragico. In assenza di un rapporto continuo con la realtà esterna (e non solo con i propri cari), il soggetto può decidere (inconsciamente) di rinunciare ad ogni coinvolgimento, abbandonando tutti gli investimenti d’oggetto e chiudendosi così in modo autistico, fino a perdere il desiderio più fondamentale, quello che lo riaggancia alla vita.

Freud chiama questo processo di arresto del desiderio “narcisismo”, narcisismo che designa per l’appunto il ritorno della libido sull’io (da non confondere con l’amore di sé), in seguito all’abbandono di tutti gli investimenti degli oggetti esteriori. È così che la pulsione di morte incontra il narcisismo e diventa una forza totalmente distruttiva per il soggetto. 

La situazione di pandemia e di confino può facilitare questa forma particolare di narcisismo, che nella sua funzione di difesa dell’io distrugge il desiderio, e si manifesta attraverso la paranoia, la fobia del contagio e l’angoscia. 

La coesistenza con il virus diventa problematica quando la paura si trasforma in difesa, ammazzando così il desiderio, che non può più rinnovarsi e trasformarsi attraverso l’invenzione soggettiva.

 

2. Come credi che si sia strutturato e come agisca il desiderio, motore della nostra vita quotidiana, in questa situazione di distanziamento sociale o di prossimità forzata. Aumenta o riduce il desiderio dell’altro? 

 

Come ho già detto, tutto dipende dalla presenza enunciativa, in altri termini, dalla presenza del desiderio nel soggetto nei confronti dell’altro. Essere assenti o troppo presenti fisicamente durante il confino diventa un problema quando la presenza desiderante si mostra inconsistente, e questo può verificarsi nel distanziamento come nella prossimità. In questo caso, il/la partner, il/la figlio/a, il/la compagno/a, il parente o l’amico/a restano soli di fronte al vuoto: nessuna relazione, reale o fantasmatica è più possibile, e questo indipendentemente dalla presenza o dall’assenza del corpo in carne e ossa dell’altro. 

Non è sempre vero che la presenza forzata diminuisca il desiderio e che, al contrario, il distanziamento lo rafforzi: se fosse così dovremmo desiderare sempre ciò che non è a portata di mano, ciò che si mostra ai nostri occhi impossibile: questa struttura particolare del fantasma nella nevrosi non è il prototipo del desiderio in quanto tale. 

 

“Desiderare solo ciò di cui si desideri l’eterno ritorno”, dice Nietzsche, e ciò non dipende dalla prossimità o dalla lontananza dell’oggetto. È il desiderio che crea l’oggetto e non il contrario.

 

3. Cosa è cambiato e cosa cambierà nei comportamenti intimi delle persone, nella sessualità? È accaduto qualcosa che possiamo paragonare all’avvento dell’AIDS in questa sfera individuale?

 

Il rischio della fobia sessuale è sicuramente presente. Dietro alla paura del contagio, le persone possono perdere il piacere di sperimentare, dirigendosi così verso delle pratiche prestabilite ed eliminando ogni possibilità di sorpresa. L’incubo della salute va spesso a braccetto con la morale. 

Sotto un altro aspetto, il virus può scatenare la paura della solitudine, spingendo il soggetto isolato a riallacciare con delle vecchie relazioni concluse, o allora negative o insoddisfacenti, o anche gettandolo incautamente a capofitto in altre appena iniziate. 

La clinica ci pone dinnanzi a queste figure di pseudo-desiderio: “Bisogna che mi adatti — mi dice una paziente —. Non sono innamorata di lui, ma non voglio correre il rischio di rimanere da sola, soprattutto in questo momento”. Un’altra paziente si ritrova a vivere il confino nella casa paterna del suo nuovo “fidanzato”, incontrato solo quindici giorni prima. Anche lì, “Le cose non vanno troppo bene — mi dice la giovane donna —, ma è sempre meglio della solitudine!”. 

 

Ma ci sono anche molte e molti che si ingegnano per realizzare l’incontro con l’altro: alcuni si organizzano per vedersi dal fruttivendolo o al supermercato, altri facendo jogging, altri trasgrediscono il diktat del governo e si raggiungono a casa dell’uno/a o dell’altro/a la sera tardi, quelli che vivono in spazi piccoli scoprono luoghi inediti per fare l’amore… I siti d’incontro sul web esplodono, segno che la gente, in tempo di coronavirus, non ha ancora rinunciato completamente alla vita sessuale… e per fortuna!

 

4. Anche i corpi fino ad oggi sono stati sottoposti all’ideale della performatività, questa situazione potrà far emergere una differenza in questo senso? 

 

Continuando le sedute a distanza con i miei pazienti, mi sono resa conto che molti di loro non solo hanno accettato di buon grado il confino, ma hanno anche espresso una forza inaspettata nell’organizzazione della vita di tutti i giorni. Questa esperienza ha dato loro la possibilità di comprendere l’inutilità di una grande quantità di orpelli fallici della loro vita, che in tempo normale sembravano necessari. Finalmente possono rallentare il ritmo, senza che il mondo crolli davanti ai loro occhi. Da notare che certi analizzanti temono il ritorno alla vita normale. 

In ogni modo ho potuto rendermi conto che gli effetti della pandemia non sono mai generalizzabili: la pratica della psicoanalisi (anche se a distanza) ci permette di identificare gli infiniti modi di reagire del soggetto, anche di fronte ad un evento dalle coordinate catastrofiche come il Covid-19. 

Come è inutile fare pronostici sul futuro, nello stesso modo non ha senso parlare del Covid-19 come di un “trauma collettivo”. Dal punto di vista dell’inconscio, un trauma non corrisponde ad una situazione concreta, nel nostro caso la pandemia. Ci sono troppi fattori che intervengono, e il fatto che sia collettivo non cambia l’affare. resta quindi ad ognuno di noi di trovare il modo di reagire di fronte a questa esperienza inattesa, sicuramente inusuale, ma non necessariamente traumatica.

 

Opera di Wolfgang Tillmans.


Matteo Lancini, psicoanalista

 

Quando pensiamo al rapporto dialettico che gli individui hanno con la dimensione del desiderio va fatto un distinguo e una premessa che consenta di inquadrare più propriamente di cosa si stia parlando. Il primo punto riguarda l’età di chi desidera e il secondo riguarda la rappresentazione soggettiva che assume l’oggetto del desiderio da parte di chi lo desidera. Pensando alle generazioni nate fino alla prima metà degli anni settanta, possiamo ritrovare una capacità di dialogare con il desiderio come dimensione che fa parte della crescita e della quotidianità del soggetto. In questa cornice, aumento del desiderio, rinuncia al desiderio, confronto tra desiderio e realtà possono essere considerati oggetti di una dialettica attiva che si confronta con gli eventi e il susseguirsi degli ostacoli, più o meno intensi, con cui la soddisfazione del desiderio si trova costretta a fare i conti. Desiderio e paura ai tempi del coronavirus diventano i poli dialettici nella mente di adulti che di fronte ai divieti possono posizionarsi lungo un continuum che ha due estremi. Da un lato chi di fronte al giogo sente una pressione desiderante maggiore, incontenibile, che muove all’azione come forma bioniana di difesa (l’attacco), dall’altro chi invece risponde al rischio e al divieto paralizzandosi, spegnendosi, fuggendo quindi dal desiderio e riuscendo ad addomesticarlo fino a neutralizzarlo. Gli adulti nati dopo la seconda metà degli anni settanta sono i primi a risentire di una cornice sociale e familiare più propriamente narcisistica e che per questo hanno sviluppato nuove forme di dialogo con il desiderio, che diventa progressivamente meno centrale nella loro organizzazione psichica. Così arriviamo a rintracciare nella mente degli adolescenti odierni solo rari fossili, preziosi reperti archeologici del desiderio. Esso ha ceduto il passo al bisogno, a una dimensione più antica e primitiva ma anche più profonda. Il funzionamento psichico dei nuovi adolescenti è governato dal bisogno di essere presenti nella mente dell’altro, dal bisogno di riconoscimento e valorizzazione del Sé. Per gli adolescenti, ciò che è venuto meno in questo periodo non è tanto l’abbraccio, la carezza, il bacio, ma lo sguardo sociale allargato, i riflettori puntati che danno testimonianza del loro esistere come esseri belli, apprezzabili e amabili. Il loro Sé in queste settimane si è potuto riflettere nelle telecamere di amici e parenti ma l’entusiasmo dei primi tempi ha ceduto il posto alla noia e all’apatia, moderne forme di protesta, poiché ovviamente per crescere solo questo non basta. Non è sufficiente una vita fatta di relazioni virtuali che inevitabilmente filtrano lo sguardo, riducendo la possibilità di capire davvero quanto si sia presenti nella mente dell’altro, e in che modo, poiché manca la verifica che quotidianamente la scuola e le altre esperienze pomeridiane e serali garantivano. In questi giorni, gli adolescenti si annoiano in silenzio, non combattono, non forzano presidi, non sfidano la polizia e i divieti, come invece qualche adulto ha tentato di fare per andare dall’amante, a fare jogging o per raggiungere la casa al mare, o in montagna, nei giorni di Pasqua.   

La disciplinata accettazione che i ragazzi hanno fatto delle disposizioni adulte innescate dalla pandemia, mi sembra dettata da una loro attitudine esistenziale, presente ben prima del coronavirus, a farsi carico degli adulti, dei loro bisogni, desideri e misfatti, senza ribellarsi mai.  Subire il male necessario di distanziarsi, di fermare il correre degli eventi del quotidiano che disegna la crescita adolescenziale, travestendosi tutti da hikikomori, è possibile grazie al bisogno di essere amati facendo ciò che gli altri si aspettano da loro. Di fronte a un virus che li risparmia, ma che non è altrettanto magnanimo con i loro nonni e genitori, i ragazzi e le ragazze decidono di bloccarsi poiché prevale il bisogno di proteggere dall’angoscia, dalla loro fragilità e dal rischio di morte, i grandi che così tanto li hanno amati e venerati e di cui sentono di avere ancora profondamente bisogno.

Non credo che questo modo di cercare ammirazione e amore attraverso l’estetica, la performance, che tanto perseguono prima di tutti gli adulti, verrà messo in discussione in futuro, né il modo di amare e di cercare il contatto da parte dei ragazzi. 

L’occasione per il cambiamento viene data piuttosto agli adulti che potrebbero cercare nuove forme di autorevolezza e di vicinanza con gli adolescenti, attraverso un vero percorso di responsabilizzazione di ragazze e ragazzi. Diamo loro la possibilità di investire maggiormente nel sociale, diamogli compiti, non mettiamogli il silenziatore e le catene; compiti che li facciano sentire parte della comunità, proprio grazie alle loro giovani risorse e alla loro pseudoimmunità, pensando non che possano sfruttarla per celebrare il loro egoismo, ma per sentirsi parte del mondo che li circonda e che gli adulti hanno disboscato, plastificato, deturpato.

Un possibile scenario potrebbe essere che l’effetto della pandemia porti a una celebrazione e a un’idolatria ancora più potente e marcata del corpo giovane e prestazionale, così come a un incremento proporzionale dell’ambivalenza nei confronti dei giovani, detentori della bellezza, della salute e dell’immunità, verso cui temo che possano trovare spazio riflessioni e posizioni antagoniste, mortificanti e poco sintonizzate con la loro reale tensione e con il loro funzionamento psichico, affettivo e relazionale. 

L’AIDS portava con sé uno stigma sociale più marcato del coronavirus. Nel lavoro che all’epoca avevamo condotto con gli adolescenti sieropositivi, le resistenze nel comunicare loro la diagnosi derivavano anche dal fatto che il disvelamento della sieropositività era strettamente connesso al disvelamento di segreti familiari, legati alla tossicodipendenza o al tema della promiscuità sessuale dei propri genitori naturali. Non credo che assisteremo a dei cambiamenti nel modo di vivere la sessualità tra i ragazzi, che già vivevano in un’epoca generale di recessione sessuale. Quindi, nell’epoca del narcisismo, della pornografizzazione, dell’individualismo e delle possibilità offerte dalla procreazione artificiale il desiderio è sempre meno connotato in termini di impulso e sessualità, ma riguarda maggiormente il tema del successo e del riconoscimento, che oggi anima il concetto di coppia e di amore. La ricerca di valore corrisponde alla ricerca dello sguardo di ritorno dell’altro, all’apprezzamento derivante dall’altro e meno dallo scambio e dall’accoppiamento con l’altro. In questo senso il sexting e il selfie hanno assunto sempre più importanza. Gli adolescenti cercheranno ancora il contatto, ma non è il sesso la cosa che è più mancata loro in questa epoca di reclusione. L’industria del sesso a distanza (sensori tattili, esperienze immersive tecnologiche) continuerà a svilupparsi ma troverà nel target degli adulti i principali interlocutori, così come già avviene, secondo i dati, nella frequentazione dei siti pornografici e d’incontro.

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Opera di Wolfgang Tillmans.