Ricette immateriali. Polenta alla spianatoia

I mangiatori di patate di Vincent Van Gogh può essere un quadro in qualche modo inquietante. 

Eppure l’opera raffigura una condizione di antica povertà che non ci appartiene: un gruppo di persone che consuma un misero pasto intorno a un tavolo mal illuminato.

Perché l’inquietudine, se Van Gogh rappresentata una condizione estranea ai nostri giorni, ormai dispersa nel ventre di un’epoca buia?

Peraltro, la difficoltà che si prova a staccare lo sguardo dal dipinto indica qualcosa che va oltre ciò che di visibile resta sulla tela...

 

Vito Teti ha scritto che si riflette poco come la bocca è sia la sede del mangiare e del nutrirsi che del parlare. La prima funzione più caratteristica dei miseri di tutti i tempi, la seconda più consona ai ricchi di tutti i tempi.

C’è in questa “coincidenza” anche una misura della civiltà che sempre va verso una maggiore condivisione di parole e sentimenti, verso un’importanza maggiore di ciò che è immateriale rispetto a ciò che è materiale, il cibo semplicemente a rafforzare parole e sentimenti.

Convivialità è il nome che diamo a questo modo di dire civiltà, a questo modo di intrattenere, insieme alle persone, il tempo.

 

Convivialità e convivenza sono parole che hanno a che fare con la condivisione. La seconda indica la condivisione di uno spazio comune e del tempo consumato in quello spazio. Per tutti noi sta tra il letto e la spesa del supermercato, tra corpo, abitudini e sentimenti, mentre la convivialità sta tra parole e nutrizione, dunque ancora tra corpo e sentimenti.

Entrambe, alla fine, rappresenterebbero sfumature di uno stesso significato; soprattutto, ambedue, anche nell’etimologia, coincidono con la condivisione di qualcosa che altro non è se non vita.

 

 

Ecco allora affacciarsi forse una spiegazione all’ambigua “luce” che si intravede nei mangiatori di patate. Il quadro evidenzia il complesso e fragile equilibrio presente quando il lato necessario e animale della fame preme nelle urgenze del corpo mentre le parole e i sentimenti fanno argine e cercano di dare ordine alla vita intera. Quel gruppo familiare che si nutre di sole patate mostra ciò che non si vede, la trama sottile che fa della condivisione e della convivialità un rito e un antefatto di civiltà, che ne fa un sentimento di umanità. 

 

Dejeuner sur l’herbe di Edouard Manet esprime forse come nessun altro il sottile equilibrio tra Eros e cibo, laddove la condivisione è solo piacere. 

Anche qui, in tutta l’immobile dolcezza di una giornata estiva, nelle languide forme della ragazza, nello sguardo composto che ha nel guardare verso il pittore, nel cibo sparso confusamente sul telo e sull’erba, oltre tutto ciò che resta sulla tela, l’inquietudine è altrove. Forse perché nel quadro resta in sospeso se l’eros sia prima o dopo il cibo, resta invisibile e incerto come il piacere e il tempo vengano o siano stati condivisi...

 I mangiatori di patate esprime la stessa fragilità, la stessa condivisione ma al suo livello primordiale, lontano dai privilegi del piacere, mentre è solo la sopravvivenza ciò che urge. Se in Dejeuner sur l’herbe sembra prevalere l’attesa, nel quadro di Van Gogh la convivialità semplicemente è puro presente perché la necessità dei corpi non può aspettare.

 

 

C’è forse un piatto, una ricetta in cui questo equilibrio si rende evidente, in cui la convivialità fa intravedere le sue diverse, talora ambigue, sfumature.

 

La polenta cuncia sull’Appennino Tosco Emiliano, cuncia come concia, cioè condita, non è piatto importante per cosa viene cucinato e mangiato, è “il come” qui a parlare.

 Polenta alla spianatoia è il nome più comune in altre regioni; indica la polenta distesa sulla larga spianatoia delle tagliatelle, che si fa piatto e insieme mensa, e poi, sopra distribuito con il mestolo, uno strato di sugo di funghi, di carne o salsiccia.

I commensali intorno, con la sola forchetta ad avanzare verso il centro della spianatoia. 

La porzione personale, i bisogni individuali, qui sono quasi cancellati perché sfumano in quelli dei vicini, in invisibili confini dati dalla fame, dall’educazione, dal piacere di quella condivisione.

È stato ed è un piatto delle grandi famiglie allargate della società contadina dove tre generazioni erano una fianco all’altra ma anche piatto per combriccole gaudenti, perché no, pietanza per amanti dove la distinzione tra sé e l’altro letteralmente sfuma nel cibo condiviso su quell’unica superficie. Forse, solo il reciproco imboccarsi, a labbra dischiuse, può dare alla condivisione del cibo la stessa preliminare intimità...

 

Ho conosciuto di questa polenta solo la versione famigliare, quando da bambino stupidamente schizzinoso – nato e cresciuto in quel “paese dei balocchi” che è stata l’Italia dal boom economico in poi – delimitavo con la forchetta il mio spazio personale. 

Forse un giorno, coinvolto dal fascino del “cibo passato”, mi concederò una polenta cuncia nell’altra situazione...

Comunque sia, non più schizzinoso, mi sarò concesso una ricetta in grado di insegnare quale sia la natura della convivialità, una “ricetta immateriale” che mostra come il condividere il cibo confonda sempre il confine tra noi e gli altri, che suggerisce come condividere sia sempre civiltà e a volte atto d’amore. 

Poi, in circostanze come questa, per caso o per ragione, potrà capitare, sollevando lo sguardo dal piatto e da noi stessi, di scoprire che stiamo in realtà nutrendo un corpo che non è solo il nostro, potremmo avvertire con un brivido che in quella condivisione c’è un “noi” diverso che non vediamo e che ci comprende. 

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